RASSEGNA STAMPA

7 GIUGNO 2002
MAURIZIO FERRARIS
Jacques Derrida illuminista del presente

Il dialogo tra Derrida e Roudinesco, pubblicato da Flammarion, tocca temi che vanno dalla inseminazione artificiale alla rinascita dell'antisemitismo, dai nuovi assetti familiari, ai problemi dell'ospitalità, al destino della psicoanalisi, offrendo una ulteriore testimonianza della vocazione che il filosofo francese nutre per la concretezza del reale, aggiornato a questioni di stretta attualità. Nulla rinnegando delle tesi metafisiche di fondo, esposte oltre trent'anni fa nei suoi libri più famosi

In Storytelling di Todd Solondz un tale vuol chiedere a Derrida se vuole recitare nel suo film (ciò che è poi puntualmente avvenuto con il film di Safaa Fathy Derrida d'ailleurs, uscito l'anno scorso). Non sarebbe la prima volta, giacché Deconstructing Harry di Woody Allen comporta, a sua volta, un chiaro riferimento derridiano. E c'è un fumetto americano, il cui eroe si chiama Deconstructo. Come si spiega che un filosofo abbia una simile risonanza? (il caso di Eco non vale, perché c'è di mezzo il romanzo). Apriamo il lungo dialogo, pubblicato da Flammarion, tra Jacques Derrida e Elisabeth Roudinesco, titolato De quoi demain... Difficilmente si potrebbe trovare un esame più realistico di questioni molto concrete, dalla inseminazione artificiale alla rinascita dell'antisemitismo, dalle nuove organizzazioni delle famiglie ai problemi dell'ospitalità, al destino della psicoanalisi nella società contemporanea. E' un libro che potrebbe interessare anche persone che non si sono mai occupate di filosofia, e che manifesta della straordinaria vitalità intellettuale di un uomo che ha ormai più di settant'anni, di cui almeno quaranta passati sotto i riflettori usuranti della celebrità.

Quello che è più significativo, è che le tesi di Derrida non derivano da un ripiego sull'attualità, secondo il copione usuale che vuole che i filosofi in gioventù imbandiscano dei paradossi, e poi, a una certa età, ripieghino sulla doxa più desolante. Il rapporto con la tradizione ebraica e con la tradizione filosofica, con la lingua, con l'inconscio o con gli altri, così come viene descritto nella conversazione con Elisabeth Roudinesco, discende direttamente dalle tesi metafisiche di fondo esposte più di trent'anni fa in libri come La voce e il fenomeno, Della grammatologia, La scrittura e la differenza. In breve, si tratta sempre di una variante della dialettica negativa (la totalizzazione è un male), ma che, rispetto alla versione di Adorno, non si risolve in una semplice critica della attualità, di cui Derrida è capace di riconoscere gli aspetti positivi, nuovi, o con i quali è comunque necessario fare i conti.

Si può magari non essere d'accordo sul fatto che il compito del filosofo sia parlare del presente (è una delle immagini storicamente sedimentate della categoria, ma non è l'unica), però, se si opta per questa soluzione, resta pur sempre una buona cosa vedere che ciò che si era elaborato, magari in maniera astrattissima, molti decenni prima, vale ancora adesso, in una società che non assomiglia più, sotto moltissimi aspetti, a quella che si era conosciuta. Pochi filosofi potrebbero dire lo stesso, basti pensare al dato macroscopico per cui molti teorici del postmoderno, che avevano profetizzato nella società della comunicazione un univoco paese della cuccagna, si sono trovati, anni dopo, a lamentare i malanni della telecrazia.

E' dunque un libro che, per la categoria, appare consolante, visto che non è detto che i filosofi siano destinati a dare consigli assurdi e nocivi, come una aneddotica sin troppo estesa lascerebbe supporre. Ma, visto che sostenere che un filosofo può essere una persona ragionevole anche in questioni di interesse generale appare come un complimento davvero debole (più o meno come la difesa di Baudelaire abbozzata da Sainte-Beuve all'epoca del processo alle Fleurs du Mal, dove si sottolineava che il poeta maledetto era di ottima famiglia), vorrei provare a spiegare per quale motivo Derrida, diversamente da Nietzsche e da Heidegger (tanto per fare due nomi della famiglia, anzi, dei capostipiti dei continentali ; e di due autori su cui ha lavorato, sporadicamente sul primo, sistematicamente sul secondo), non è caduto in errori e in controsensi sociopolitici simili ai loro. Se ci pensiamo, non è una questione da poco, visto che resta pur sempre bizzarro cercare lumi in autori che, per acuti e intelligenti che siano in molti casi, hanno detto e talora fatto degli spropositi imperdonabili.

Prendiamo la cosa alla lontana. Nel 1938, Thomas Mann scrisse un articolo su Hitler memorabile sin dal titolo, "Bruder Hitler" ("Fratello Hitler"). Nel dittatore tedesco che ne aveva già fatte tante, e che di lì a poco ne avrebbe combinate di molto peggiori, Mann non vedeva un genio del male, bensì il fannullone di Linz che, per un seguito di circostanze, avrebbe finito per incarnare le aspirazioni di una nazione e poi di un bel pezzo di Europa. "C'è tutto, in un certo modo mortificante: la `difficoltà', la pigrizia, la pietosa incertezza dell'infanzia, il `non essere-mai-a-posto', il `ma-che-cosa-vuoi-insomma?', il vegetare semimbecille nella più profonda bohème sociale e spirituale, il rifiuto, in fondo altero, in fondo presuntuoso, di ogni attività onorata e ragionevole, e in base a che? in base al nebuloso presagio di essere preservato a qualcosa di molto vago che, se chiamato per nome e se chiamabile fosse, farebbe scoppiar dal ridere la gente". (Traduzione di Lavinia Mazzucchetti, in Thomas Mann, Scritti minori, Mondadori 1958, pp. 370-371).

Quello che appare straordinario, in questo ritratto in piedi, non è solo la piena aderenza al profilo hitleriano, che risulta del tutto conforme a una psiche ricostruita recentemente nel monumentale Hitler di Ian Kershaw (il secondo volume, relativo agli anni 1936-1945, è uscito da Bompiani nel 2001, traduzione di A. Catania), ma anche la sua trasponibilità a Nietzsche e Heidegger. Anche qui, c'è la presenza dell'elemento artistico, il tentativo autoterapeutico di raddrizzare il mondo quando si è mal messi di per sé, e l'inseguimento di qualcosa -sia esso la volontà di potenza o l'essere che non è l'essere dell'ente - "di molto vago che, se chiamato per nome e se chiamabile fosse, farebbe scoppiar dal ridere la gente".

Nietzsche non è mai stato nazista anche perché quando è impazzito Hitler era appena nato, e Heidegger è stato nazista come tanti altri, ma il vero punto non è il nazismo, bensì la sindrome dell'estremismo vago che caratterizza persone con responsabilità e meriti tanto diversi. A ben vedere, l'elemento comune è costituito dal rifiuto della realtà. Nel 1888, Nietzsche, da professore in pensione, contava di risolvere il contenzioso tra Francia e Germania sull'Alsazia-Lorena; nel 1966, nella intervista allo Spiegel, Heidegger - dopo aver minimizzato come "una fesseria" la sua adesione al nazismo - se ne uscì in una affermazione, tra il banale e il madornale, come "Ormai solo un Dio ci può salvare". Indipendentemente dalle responsabilità, storicamente ininfluenti in ambo i casi, abbiamo a che fare con la stessa sindrome che induceva Hitler a guardare estasiato il plastico della ricostruzione postbellica di Linz allestito nella Cancelleria già a portata di tiro dei cannoni russi, e a gioire della morte di Roosevelt vedendoci l'analogo della morte di Caterina di Russia, che salvò dall'annientamento la Prussia di Federico il Grande durante la guerra dei Sette anni.

Il rifiuto della realtà, non il venir meno delle ideologie, sembra essere il tratto caratteristico del postmoderno, che dunque non è affatto una dottrina inoffensiva. Heidegger non ha certo subito la tentazione del realismo, ed è morto nel suo letto a 87 anni. Gadamer addirittura a 102, dopo essere andato in cattedra nella Germania di Hitler. Tanto meglio per loro, l'eroismo non è da solo una raccomandazione per la filosofia; ma è difficile non pensare che, se mai avessero ceduto alla tentazione, tutto sommato non facile né allettante, le cose sarebbero andate altrimenti. Per esempio, come andarono a un loro collega infinitamente meno noto, Kurt Huber, professore di filosofia a Monaco, studioso di Leibniz, membro della "Rosa Bianca", che dopo Stalingrado scrisse: "Libertà e onore! Per dieci anni Hitler e i suoi complici hanno abusato e distorto queste nobili parole tedesche (...) In questi dieci anni di distruzione di tutti i valori materiali e spirituali hanno mostrato quanto valgano per loro la libertà e l'onore. Questo orribile bagno di sangue che hanno causato in tutta l'Europa ha aperto gli occhi anche ai tedeschi più ingenui e semplici (...) Il nome della Germania sarà disonorato per sempre, a meno che la gioventù tedesca non si levi e colpisca i suoi persecutori e invochi una nuova Europa, intellettuale e spirituale. I morti di Stalingrado ci implorano! Sollevati, popolo mio".

Qui, almeno rispetto a Stalingrado, c'è tanto realismo, e cedervi non è precisamente una facile tentazione, visto che di lì a poco Huber fu scoperto e giustiziato. Intendiamoci, può benissimo darsi che Huber non fosse una cima. L'appello all'Europa risulta abbastanza polivalente, visto che si ritrova (tanto per fare tre esempi in ordine cronologico), dal richiamo allo "spirito europeo" nello Husserl della Crisi, al proclama di Hitler il giorno dell'attacco alla Russia sino a tantissimi discorsi di Giovanni Paolo II; così come lo è l'appello allo spirito, d'accordo con quello che Derrida ha mostrato a suo tempo in Dello spirito (1987), una delle analisi più lucide della compromissione di Heidegger con il nazismo. Ma non è questione di scegliere tra resistenti - realisti e magari tonti - e geni surreali; il punto è che genio e surrealtà non costituiscono un binomio garantito, soprattutto quando il genio si mette a parlare di questioni di interesse pratico e politico.

Ora, è proprio qui che possiamo constatare quanto equivoche siano le posizioni politiche del postmodernismo, e quanto discendano da opzioni filosofiche, ossia dal fondamentale rifiuto della realtà che le caratterizza. Piuttosto caratteristicamente, Derrida è stato spesso classificato tra i postmodernisti e gli ermeneutici (mi annovero senza difficoltà nella lista di coloro che hanno commesso un simile errore), e questo per via della sua insistenza sul ruolo dei testi e delle interpretazioni nell'esperienza, su una certa attitudine artistica che attraversa molti suoi lavori, soprattutto negli anni Settanta. Eppure, non si può dire che - diversamente da buona parte dei filosofi della sua generazione, da Foucault a Deleuze - abbia preso tante cantonate politiche. Diversamente da Foucault, non ha mai inneggiato agli Ayatollah; diversamente da Deleuze e da Bourdieu, non ha mai sostenuto la candidatura alle presidenziali francesi del clown Couluche (il più prossimo e sicuro antefatto, a ben pensarci, dell'esito elettorale di Le Pen il 21 aprile scorso).

Questo è un fatto largamente riconosciuto. Anche filosofi antitetici per formazione e orientamento come Hilary Putnam hanno dovuto riconoscere che "Derrida (...) non è un estremista. Le sue prese di posizione politiche sono, secondo me, generalmente ammirevoli. Ma l'irresponsabilità filosofica di un decennio può diventare la tragedia politica reale di pochi decenni dopo. E la decostruzione senza ricostruzione è irresponsabilità" (Rinnovare la filosofia, traduzione di S. Marconi, Garzanti, 1998).

Lasciamo da parte le chiamate in correo di altri, che ovviamente non comportano la responsabilità di Derrida, visto che di lui non si può certo dire che la decostruzione sia un semplice gioco irresponsabile, essendo sempre accompagnata da una ricostruzione, come per l'appunto si può constatare, senza troppe acrobazie filosofiche, proprio nel dialogo con Elisabeth Roudinesco. Poi, si può anche dire che da Derrida sono venuti fuori tanti imitatori maldestri. Ma la sua risposta può essere quella di Goethe quando gli rimproveravano i suicidi per via del Werther: e quelli che muoiono nelle miniere inglesi? Gli imitatori sarebbero stati maldestri comunque.

Chiediamoci piuttosto le ragioni di questo atteggiamento tanto più cauto e assennato, che differenzia Derrida da molti suoi colleghi postmoderni. La risposta non va cercata tanto lontano: semplicemente, Derrida non è un postmoderno, come ha recentemente dichiarato: "Quanto alla postmodernità, in effetti non ho mai usato quella parola, né mai mi sono sentito rappresentato, nel mio lavoro, da quel vocabolo, soprattutto perché l'idea della postmodernità implica una cronologia e un ordine lineare della storia, un prima e un dopo, il che mi pare inadeguato per descrivere la mia relazione o il posto del mio lavoro nella storia. D'altra parte, le correnti che si chiamano `postmoderne', lo fanno come se avessero superato l'epoca dei Lumi, e non credo che sia così. Si tratta di rilanciare l'idea dei Lumi, non come si è manifestata nel XVIII secolo in Europa, ma rendendola contemporanea, situandola nel progresso della ragione" (La Jornada, Città del Messico, 3 maggio, 2002).

Nel postmoderno, l'allontanarsi dalla realtà, concepita come violenta, l'additare l'eterno cielo dell'utopia, ossia, ancora, "qualcosa di molto vago che, se chiamato per nome e se chiamabile fosse, farebbe scoppiar dal ridere la gente", si è trasformato in una semplice destituzione della ragione. Ora, venendo alle vecchie storie dell'illuminismo, i proclami di Re Ferdinando alla vigilia della rivoluzione napoletana avevano il pregio di essere chiari: "udite le voci dei sacerdoti, seguitene i consigli predicati dal pergamo e suggeriti nei confessionali". Più avanti, le cose si sono complicate, e Baudelaire poteva enunciare (ma, lui, almeno, a titolo di paradosso), "Trono e altare, massima rivoluzione". Ma il punto lo aveva messo in chiaro, a suo tempo, un reazionario intelligente come Joseph de Maistre nel suo libro ultrareazionario, Du Pape (1819): i protestanti, con i loro ragionamenti arzigogolati, "muoiono dalla voglia di aver ragione", "sentimento naturalissimo in qualunque dissidente, ma assolutamente inspiegabile in un cattolico".

Ora, se veniamo al nocciolo della questione, è sempre l'atteggiamento nei confronti della realtà che decide: si ha ragione rispetto a qualcosa, si testimonia di qualcosa, si promette qualcosa, si è responsabili di qualcosa; però, se si sostiene che la realtà non esiste, che è il semplice risultato di una decisione interpersonale e di un accordo più o meno consensuale, allora non c'è proprio niente di fronte a cui si possa aver ragione, o di cui si possa testimoniare, essere responsabili, promettere. Immaginiamo, ad esempio, qualche promessa: "domani ti darò mille euro", "domani verrò da te", "prima di stasera, sarai con me in Paradiso". E' evidente che, se queste strutture performative sono vere, è perché presto o tardi c'è un constativo: mille euro, la mia visita, la tua visita in Paradiso (ed è proprio per questo motivo che sarei sempre cauto nei confronti di questa promessa). Tanto è vero che la promessa di un milione di posti di lavoro non è una promessa, ma una bugia.
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