RASSEGNA STAMPA

6 GIUGNO 2002
GIUSEPPE LONGO
MACISTE E CARNERA, MUSCOLI A QUATTRO RUOTE

Quando si dice macchina, oggi spesso s'intende il calcolatore: ma questa è una macchina per modo di dire. Le vere macchine erano quelle di una volta: le locomotive dall'ansito metallico, gli scavatori a benna, i compressori stradali capaci di schiacciare qualunque cosa, le ruspe cingolate che smovevano tonnellate di terra sassi lombrichi, le monumentali sontuose trebbiatrici, i camion ruggenti di cui aspiravamo con voluttà da drogati i gas di scarico.

In particolare di camion è piena la mia memoria. Ricordo i Ford e i Bedford degli alleati, un po' buffi e benevoli, che sfilarono per il corso un giorno del '45 carichi di soldati indiani col turbante. I miei preferiti erano i GMC, che in gran numero, abbandonati dalle truppe d'oltreoceano, restarono in Italia e per lungo tempo dopo la guerra continuarono a circolare, aggiustati e rattoppati e riverniciati, quasi indistruttibili, e solo con gli anni furono a poco a poco sostituiti dai Fiat e dagli OM e dai Lancia Esatau.

I più impressionanti erano certi enormi autocarri sbrindellati e possenti che trainavano uno speciale carrello con decine di piccole solidissime ruote dalle gomme piene: sopra troneggiava un favoloso rosseggiante carro ferroviario coi respingenti protesi e le lucide ruote bloccate da grosse zeppe. Questi imponenti convogli percorrevano a volte, lentissimi, le strade cittadine con ruggito uguale e profondo, minaccioso, e mai che sia riuscito a sapere di che marca fossero, questi ciclopi, se Isotta Fraschini o altro, fatto sta che noi bambini li chiamavamo Carnera o Maciste.

E pensare che una macchina così, per un'imprudenza mia o per un suo scarto casuale, avrebbe potuto storpiarmi o forse stritolarmi con la noncuranza tipica delle macchine di ferro nei confronti della tenera carne, e mi vedevo nell'atto di descrivere a me stesso la mia morte per opera di quel camion gigantesco o meglio del suo motore, che ora con gran fremito veniva riacceso e, mentre io scendevo a precipizio dal fianco della vibrante montagna, si apprestava a vincere l'attrito volvente del carrello speciale su cui posava l'immenso carro ferroviario.

Così come anni più tardi mi sarei immaginato di morire, nella sala macchine dell'istituto di elettrotecnica dell'università, colpito da una scarica a diecimila volt sprigionatasi, per un difetto nell'avvolgimento, da un motore asincrono costruito ad Amburgo dalla Siemens und Halske nel 1941, lo stesso anno in cui, in altra parte d'Europa, venivo al mondo io.

Quel che si dice il fato, due serie casuali di eventi che s'incontrano: il destino mi aveva portato a Trieste e poi a iscrivermi a quella facoltà e poi a frequentare quel laboratorio; mentre il motore, forse un residuato bellico, giunto fin lì per chissà quale gioco delle circostanze, era stato installato su quel preciso basamento e nello stesso istante in cui io allungavo la mano, come tanti prima di me avevano fatto impunemente, ecc. ecc.

Quelle erano le vere macchine, che esibivano i muscoli e i tendini; oggi i computer nascondono i neuroni. L'intrico delle cinghie di trasmissione nelle officine meccaniche, che parevano giungle tropicali in preda a furibonda agitazione rototraslatoria, è stato sostituito da microcircuiti indecifrabili come le mappe di città extragalattiche. Non c'impressionano più con la forza, s'insinuano con l'astuzia, le nuove macchine, si saldano alle sinapsi e le prolungano dentro mondi virtuali. Non minacciano più di schiacciarci o di folgorarci, ma promettono di trasfigurarci.
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