![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 GIUGNO 2002 |
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Quando si
dice macchina, oggi spesso s'intende il calcolatore: ma questa è una macchina
per modo di dire. Le vere macchine erano quelle di una volta: le locomotive
dall'ansito metallico, gli scavatori a benna, i compressori stradali capaci di
schiacciare qualunque cosa, le ruspe cingolate che smovevano tonnellate di
terra sassi lombrichi, le monumentali sontuose trebbiatrici, i camion ruggenti
di cui aspiravamo con voluttà da drogati i gas di scarico.
In
particolare di camion è piena la mia memoria. Ricordo i Ford e i Bedford degli
alleati, un po' buffi e benevoli, che sfilarono per il corso un giorno del '45
carichi di soldati indiani col turbante. I miei preferiti erano i GMC, che in
gran numero, abbandonati dalle truppe d'oltreoceano, restarono in Italia e per
lungo tempo dopo la guerra continuarono a circolare, aggiustati e rattoppati e
riverniciati, quasi indistruttibili, e solo con gli anni furono a poco a poco
sostituiti dai Fiat e dagli OM e dai Lancia Esatau.
I più
impressionanti erano certi enormi autocarri sbrindellati e possenti che
trainavano uno speciale carrello con decine di piccole solidissime ruote dalle
gomme piene: sopra troneggiava un favoloso rosseggiante carro ferroviario coi
respingenti protesi e le lucide ruote bloccate da grosse zeppe. Questi
imponenti convogli percorrevano a volte, lentissimi, le strade cittadine con
ruggito uguale e profondo, minaccioso, e mai che sia riuscito a sapere di che
marca fossero, questi ciclopi, se Isotta Fraschini o altro, fatto sta che noi
bambini li chiamavamo Carnera o Maciste.
E pensare
che una macchina così, per un'imprudenza mia o per un suo scarto casuale, avrebbe
potuto storpiarmi o forse stritolarmi con la noncuranza tipica delle macchine
di ferro nei confronti della tenera carne, e mi vedevo nell'atto di descrivere
a me stesso la mia morte per opera di quel camion gigantesco o meglio del suo
motore, che ora con gran fremito veniva riacceso e, mentre io scendevo a
precipizio dal fianco della vibrante montagna, si apprestava a vincere
l'attrito volvente del carrello speciale su cui posava l'immenso carro
ferroviario.
Così come
anni più tardi mi sarei immaginato di morire, nella sala macchine dell'istituto
di elettrotecnica dell'università, colpito da una scarica a diecimila volt
sprigionatasi, per un difetto nell'avvolgimento, da un motore asincrono
costruito ad Amburgo dalla Siemens und Halske nel 1941, lo stesso anno in cui,
in altra parte d'Europa, venivo al mondo io.
Quel che si
dice il fato, due serie casuali di eventi che s'incontrano: il destino mi aveva
portato a Trieste e poi a iscrivermi a quella facoltà e poi a frequentare quel
laboratorio; mentre il motore, forse un residuato bellico, giunto fin lì per
chissà quale gioco delle circostanze, era stato installato su quel preciso
basamento e nello stesso istante in cui io allungavo la mano, come tanti prima
di me avevano fatto impunemente, ecc. ecc.
Quelle erano le vere macchine, che esibivano i muscoli e i tendini; oggi i computer nascondono i neuroni. L'intrico delle cinghie di trasmissione nelle officine meccaniche, che parevano giungle tropicali in preda a furibonda agitazione rototraslatoria, è stato sostituito da microcircuiti indecifrabili come le mappe di città extragalattiche. Non c'impressionano più con la forza, s'insinuano con l'astuzia, le nuove macchine, si saldano alle sinapsi e le prolungano dentro mondi virtuali. Non minacciano più di schiacciarci o di folgorarci, ma promettono di trasfigurarci.