![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 GIUGNO 2002 |
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Nonostante il
tentativo di Parmenide di bandire il nulla, in quanto non essere, dalla
storia del pensiero occidentale, questo concetto - polarmente opposto a quello
di infinito - ha continuato a ossessionare, come un incubo ricorrente, il
pensiero di filosofi, mistici e teologi, da Plotino ad Agostino, da Scoto
Eriugena a Meister Eckhart, da Cusano a Hegel, fino a Heidegger e Sartre.
Nell'800, alla corte di Aquisgrana, Fredigiso di Tours presentava la celebre
Epistola de substantia nihili et tenebrarum; del 1509 è il Libellus de nihilo
di Charles de Bouvelles. "Infralle cose grandi che fra noi si trovano,
l'essere del nulla è grandissima", sentenzia Leonardo da Vinci in una
delle visionarie annotazioni del Codice Atlantico. E Leopardi nello Zibaldone
scrive: "In somma, il principio delle cose, e di Dio stesso, è il
nulla". Anche la scienza moderna, post-galileiana, non ha mai smesso di
interrogarsi sull'esistenza e sulla natura del "nulla", e non
soltanto perché il pensiero scientifico è inestricabilmente connesso al
pensiero filosofico: per la comprensione del mondo fisico è necessario indagare
le proprietà del vuoto, per lo studio degli enti matematici occorre approfondire
i concetti di zero e di insieme vuoto. Le fasi principali di questa avventura
intellettuale sono ricostruite nel volume Da zero a infinito dell'astrofisico e
divulgatore inglese John Barrow, che dopo aver esplorato in Infinities (il
testo teatrale messo in scena da Luca Ronconi alla Bovisa) i vari concetti di
infinito e i vertiginosi paradossi che ne scaturiscono, rovescia il
cannocchiale per scrutare gli abissi del nulla. L'opera (ben tradotta da Tullio
Cannello) è interessante e originale soprattutto per i capitoli dedicati alla
fisica e alla cosmologia.
Sullo zero
sono disponibili già vari volumi, molti dei quali pubblicati in anni recenti
(ad esempio, Robert Kaplan, Zero. Storia di una cifra, Rizzoli, e Charles Seife,
Zero. La storia di un´idea pericolosa, Bollati Boringhieri), mentre per gli
aspetti filosofici - quasi del tutto trascurati da Barrow - non sarà inutile
tenere a portata di mano la magnifica Storia del nulla (Laterza) di Sergio Givone
(inoltre Mondadori annuncia la traduzione di altri due testi di Barrow: The
constances of nature nel 2003 e The infinite book nel 2004). Già nella seconda
metà del '600, dopo le ricerche di Torricelli, Pascal, Boyle e lo spettacolare
esperimento degli "emisferi di Magdeburgo" allestito da Otto von Guericke,
l'horror vacui di aristotelica memoria era un'idea irremediabilmente obsoleta.
Lo spazio assoluto di Newton è un palcoscenico vuoto, privo di proprietà
fisiche ma dotato di struttura geometrica euclidea, in cui i corpi materiali si
muovono obbedendo alle leggi del moto enunciate nei Principia. Le critiche
mosse a questa concezione da parte di filosofi e scienziati (decisive quelle di
Mach e di Poincaré), e soprattutto la teoria del campo elettromagnetico
sviluppata da Maxwell, imposero una revisione radicale della nozione di
vuoto. Secondo la teoria della relatività generale, formulata da Einstein nel
1915, lo spazio-tempo vuoto non è caratterizzato unicamente dall'assenza di
materia: la sua struttura geometrica - non euclidea, non statica, né piatta - è
governata da un elegante sistema di dieci equazioni differenziali.
Diversa, benché ugualmente contraria al senso comune, la concezione della meccanica quantistica, che ammette un'infinità di possibili "vuoti", ciascuno definito come stato di minima energia. Oltre ad avere molteplici e sorprendenti proprietà fisiche, il vuoto quantistico non è affatto vuoto: come impone il principio di indeterminazione di Heisenberg, è un oceano brulicante di attività, in cui incessantemente si producono fenomeni di creazione e di annichilazione di particelle e antiparticelle. Le attuali teorie cosmologiche, che cercano di conciliare meccanica quantistica e relatività generale, spiegano l'origine dell'universo come una fluttazione dallo stato di vuoto: insomma, ex nihilo omnia.