RASSEGNA STAMPA

2 GIUGNO 2002
ARMANDO MASSARENTI
SEARLE E L'ONTOLOGIA

Banconote e partiti, enti da definire

Una nuova branca filosofica per studiare i fatti istituzionali

«Che cos'è una società giusta?». «Qual è la sfera propria del potere politico?» I filosofi della politica di ogni tempo, da Platone a Rawls, prendevano le mosse da domande come queste.  Ma non si tratta di domande troppo astratte?  E le risposte non rischiano di suonare vuote, o strane, se non siamo in grado di dire prima di che cosa stiamo parlan­do? Secondo il filosofo del linguaggio John Searle le cose stanno proprio così.  Per questo buona parte della filosofia politica gli suona irrealistica, utopistica, basata su "fantasie" come il contratto sociale e su una eccessiva fiducia nella razionalità umana.  Come sì può rispondere a quelle fonda­mentali domande, afferma Searle, se non ci si chiede in prima istanza «che cos'è una società?», o «che tipo di potere è il potere politico in relazio­ne ad altre forme di potere?».  Mettere al primo posto queste domande significa dedicarsi a una ontologia sociale o a una ontologia politica, come egli sosterrà a Camerino mercoledì prossimo, du­rante un convegno organizzato da Paolo Di Lucia, discutendo le sue tesi con Felix E. Oppenheim, Marco Santambrogio, Amedeo G. Conte (per in­formazioni: p.dilucia@libero.it),

Ci sono molte cose, nella realtà che ci circon­da, di cui parliamo continuamente, con una note­vole disinvoltura, ma che difficilmente sapremmo descrivere con precisione.  Per esempio, «nessuno ha mai visto uno stato.  Né a occhio nudo, né al microscopio, né in una foto presa

dall'aereo», ha scritto Regis Debray. E lo stesso sembra valere per le nazioni, le classi sociali, le comunità, le associazioni, i governi, le banche, le università, i diritti, le obbligazioni, le proprietà immobi­liari, il denaro, i copyright, i brevetti.  Eppure noi abbiamo quotidianamente esperienza di tutto ciò.  Li nominiamo, li contiamo, li descriviamo, spie­ghiamo la realtà e il nostro comportamento a partire da essi.  Ma che tipo di entità sono queste? Qual è il loro statuto ontologico?  Che tipo di esistenza hanno?  Quale ruolo ha il linguaggio nella creazione di esse?  In che modo sono collega­te tra di loro?  Quale ruolo hanno nella nostra rappresentazione del mondo?

Sono queste le domande cui vorrebbe risponde­re l'ontologia sociale di Searle.  Il suo compito fondamentale è quello di rendere compatibile l'esistenza di entità sociali come le banconote, i partiti politici, i sindacati, i presidenti della repub­blica, in un mondo che la fisica ci descrive come un insieme di particelle atomiche che si muovono in campi di forza.  Secondo Searle, l'ontologia sociale dovrebbe essere concepita come il cuore di una nuova branca della filosofia che propone di chiamare filosofia della società e di affiancare ad altre fondamentali branche della filosofia come la filosofia del linguaggio e la filosofia della mente.

A Camerino si occuperà del nesso tra «Lin­guaggio, ontologia sociale e potere politico».  Ec­co dunque dischiudersi una nuova tocca area di concetti (anzi, di «oggetti»): diritti, doveri, obbli­ghi, permesso, autorizzazioni, privilegi, autorità.  Tutte le cariche, presidenti, ministri, giudici, parlamentari, possiedono in certa misura qualcuna di queste entità.  Si tratta di «poteri deontici» - così li definisce Searle - che sono strettamente con­nessi con «funzioni dì status» e che sono in grado di definire con precisione la sfera del «potere politico» rispetto ad altri poteri, come quello eco­nomico, o quello interno alle relazioni parentali.  Permettono inoltre di distinguere i «fatti bruti» dai «fatti costituzionali», che attengono cioè alla sfera normativa cui il termine «deontico» (che deriva da «dovere») rimanda direttamente.  Si trat­ta di fatti normativì, ma comunque di fatti, ed essi dovrebbero costituire la base per ogni discorso sulla giustizia e sulla politica.  Per renderci un po' meno maldestri quando cerchiamo di spiegare ­per parafrasare lo scrittore americano Raymond Carver - «di che cosa parliamo quando parliamo di potere».
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