![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 GIUGNO 2002 |
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L'ultimo articolo dello studioso morto giovedì scorso a 76 anni: una rilettura della teoria psicologica di René Guénon
Quando Guénon morì nel suo ritiro del Cairo lasciò uno stuolo di opere possibili a svolazzare attorno ai suoi patiti, a parte le lettere. Da queste caviamo i segreti della sua vita esoterica, il suo almanacco su tradizioni segrete, poniamo negli anni Trenta sulla vita di comunità segrete in Etiopia, specie sulle cattedrali nascoste a Gondar dall'imperatore Lalibelà, sull'iniziazione dei giovinetti al culto dell'arca dell'Alleanza ebraica, trasmesso dai primordi della Chiesa etiopica e custodito in una chiesetta decrepita sul lago di Gondar. Le notizie sono di enorme portata per chi rammenti il passo di Agostino sulla messa catacombale, sospesa all'improvviso, con la cacciata dei catecumeni e l'estensione sull'ara dell'arca, mistero divino supremo agli iniziali di grado supremo: l'arca iniziatica, con le figure dei cherubini che segnano un mistero di Dio.
Perché l'Italia scatenò la guerra all'unico Stato africano dotato di tali tesori? So che un futuro diplomatico ebreo romano fu incaricato allora di tradurre per il ministero alcune opere essenziali della Chiesa etiopica. Sicché mi pervennero tante copie di lettere di Guénon, ma non pensai mai di farle stampare. Chi mi garantiva la loro autenticità? Perché mescolarmi agli intriganti in lizza fra loro?
Grossato
(René Guénon (attribuito a), «Psychologie»,
a cura di Alessandro Grossato, Archè, Milano 2001), che ha raccolto
questi pregevoli appunti per una rettifica dei concetti fondamentali di
psicologia, ha perfino indovinato il periodo di composizione del malloppo: a
Blois, per i cinque allievi del corso di filosofia liceale. Grossato, fra i
più sistematici studiosi di Guénon, ha compilato un eccellente dizionario dei
simboli presso Mondadori e ha svolto un'analisi guénoniana dell'anno liturgico
ebraico. Adesso insegna, accanto agli
studiosi di gnosi e di guénonismo all'Università di Trieste, all'Università di Gorizia. Mi giunge l'invito alla presentazione della
sua ultima opera il 14 maggio alla Fondazione Cini sull'isola di San Giorgio:
lo scambio di lettere fra Guénon e Alain Daniélou, depositato alla Cini. Proprio ciò che mi aveva annunciato Moravia
quando incominciai a leggere Guénon; era ancora vivo in un comune adiacente ai
Castelli Romani Alain Daniélou. Il
volume è edito da Olschki, Firenze.
L'opera
di Guénon sulla psicologia parte dal fatto che con Locke nasce l'idea,
assente dianzi, di psicologia. Grandi
conoscitori della psiche si erano accumulati ben prima, ma con Locke si
incomincia a trattare i fenomeni interiori come tema di una scienza autonoma.
Individuo un caso singolare di somiglianza, lo stupore del senatore Agnelli
quando studiò Roma e arredò la esposizione sulla civiltà romana all'Eur. Là
l'impero romano come Fiat antica, impegnato a incanalare i trasporti fra Lazio
ed Egitto, con efficacia economica impeccabile: flotte immense erano
organizzate per sedare la fame dello stomaco e della mente. Eppure nessuno aveva ancora elaborato una
scienza economica, come s'era fatto?
Semplicemente calcolando giusto quante navi occorressero, con quanti
porti e quanti ingaggi. Esattamente
alla stessa maniera ci si spiega come procedesse il mondo antico per calcolare
le regole della psiche. I fenomeni
psichici non sono puramente quantitativi, ma qualitativi e la loro intensità
non si misura in numeri, come la paralisi fisiologica non si sottomette alla
psichica. Il pensiero si adatta alle condizioni di qualcosa che sta aldilà
della vita, con fini che sovrastano quelli vigenti durante la vita. La psicologia è scienza della mente, si
svolge con osservazione e induzione: l'ipotesi va verificata e c'è un limite
oltre il quale l'induzione si tramuta in deduzione fino a raggiungere il punto
i cui si dimostra che la memoria risale all'abitudine. L'isolamento del soggetto si ottiene mercé
l'ipnosi, che lo rinserra in se stesso e lo fa ubbidire a stimoli artefatti.
La coscienza dei fatti psichici in genere li ripartisce in emotivi e volitivi, oltre che puramente intellettuali. C'è l'inconscio, che si è attribuito alla pluralità di coscienza, ipotesi disputabile. Invero l'unità della coscienza non è mai metafisicamente rigorosa, ne esistono prolungamenti, che formano l'inconscio. Per definirlo non è il caso di fermarsi a Leibniz perché già il numero di per sé è discontinuo e la continuità dell'esistenza un'illusione. In realtà c'è un minimo di fenomeni percepiti, ma l'inconscio mai non spiega il conscio, il cosciente chiaro e distinto è forse soltanto il contenente della psiche. Ribot fu il primo filosofo della coscienza, che attribuì il fondo della psiche al semplice funzionamento psichico, ma forma in se stesso un'unità altamente imperfetta. Lo psicologo non spiega la coscienza come il fisico o il matematico non spiegano spazio e tempo, anzi, nemmeno ne forniscono la definizione, perché dell'irriducibile non si può. Di fatto le denominazioni della metafisica indù dei cinque sensi sono le uniche a reggere, nitide come le 5 dita della mano a cui si connettono. L'opera guénoniana interpreta l'opera di Jung e si sofferma sul momento in cui nasce il metodo junghiano più intimo dell'esame psichico; quando nel pieno della sua attività, Jung si sorprese a domandarsi: «Ma che cosa sto facendo; questa non è certo scienza, ma che cos'è?» e di colpo udì la voce della sua cliente Sabina Spielrein che si pronunciava: «E’ arte». Decise di ingaggiare un discorso con la voce, concedendole la propria fonazione per offrirle tutto lo spazio necessario ad articolare un discorso. Il metodo era tratto dalle pratiche spiritistiche: così la psicanalisi si tramutò in sacramento del diavolo.