RASSEGNA STAMPA

31 MAGGIO 2002
BRUNO GRAVAGNUOLO
Se la Destra inghiotte la Sinistra

Da dove nasce l'insorgenza populistica e xenofoba che minaccia di cancellare l'Europa sociale?  E quali contromosse possibili? Parlano gli studiosi

Populismo.  Quante sono le sue varietà? Dove nasce e come?  Che cosa è diventato e dove può arrivare? E' inevitabile chiederselo, davanti all'avanzata delle destre in Europa: Francia, Olanda e Danimarca in testa.  E dopo che il Laboratorio italiano, con la Lega e Berlusconi, ha da tempo indicato una strada e una forma politica, tra etnolocalismo, telecrazia e partito-azienda (ma di massa).  Come sanno gli studiosi di storia il populismo comincia nel­la Russia zarista e lancia la sua sfida dal basso, dalle radici del narod, il popolo-na­zione santificato dalla terra-madre e ricettacolo di ogni virtù rigenerante, che è dovere dell'intelligentsia rilanciare.  E c'è un'aria di

famiglia in Europa, dal primo ottocento di Fichte - apologeta dello stamm (ceppo)  contro l'alterità franco-napoleonica - al popolo risorgimentale mazziniano.  Popolo democratico certo, ma titolare di un primato italiano cosmopolita dentro le nazioni cristia­ne.

Come si vede destra e sinistra sono ben mescolate nel populismo, sin dall'inizio.  E del resto popolo-nazione, benché di cittadi­ni, era quello francese proteso al dominio in Europa sotto le aquile di Bonaparte.  Poi la vicenda si complica ancora.  Perché c'è un populismo Usa operaio e anarchico.  E un populismo reazionario antisocialista e antisemita: Maurras, Barres, Drumont.  Parole d'ordine: no al comopolitismo sionista, no alla sovversione socialista ed ebraica.  Sì alla Francia profonda e partecipata, inquadrata nei mestieri, «attiva». Ovvero Action Française, al tempo dell'«affare Dreyfus», ricettacolo peri Zeev Sternell del protofasci­smo, che già congloba sinistra e destra.  Ma imbracciando la tradizione gallica contro banche, industria e capitale.  Intanto un da­to comune, oltre la destra e la sinistra: riget­to della mediazione.  Democrazia diretta del partito unico.  Contro i partiti e la. rappre­sentanza.  E modello carismatico, incentra­to su un leader plebiscítario.  Che fiuta e incarna gli umori della massa.  Ci fu di que­sto una versione sovietica, una fascista e una weimariana, dove la «dittatura commis­saria in tempi d'eccezione» divenne poi «so­vrana».

Ma oggi? E' ancora valida la categoria del populismo, riattivata nel secondo dopo­guerra dall'esperienza poujadiste (Poujade, il maestro di Le Pen ... ) e peronista. Come rileggerla nella tempe­rie democratica euro­pea?  Sentiamo gli stu­diosi.  Ad esempio Ro­berto Chiarini, stori­co contemporaneo e autore di Destra allo specchio (Marsilio).

Da anni sostiene: at­tenti la destra attuale è populista e xenofoba e per questo può sfonda­re. Ce ne accorgiamo - dice oggi - solo sui picchi dell'emergenza, ma l'insidia è devastante. La nuova destra non ha nulla a che fare con quella anni '20 o '30. E' fatta interamente di outsider e gente refrattaria alla politi­ca: imprenditori, professionisti, figure un tempo emarginate come Bossi». E' il dato sociale anti-establishment a spiegare il fe­nomeno? «All'inizio.  Poi via via la frattura culturale diventa più importante.  Prima la Lega promanava dall'impresa locale.  Poi le sue issues sono diventate trasversali, malgra­do la crisi leghista.  Secondo i dati dell'Eurobarometro in Italia il 35% esprime sentimenti xenofobi e un altro 35% non rigetta gli argomenti razzisti. Quanto all'Europa

come spiegare  che il Vlaams-blok fiammingo prenda voti nelle zone più avanzate e molto meno in quelle emarginate del Bel­gio?».  Per Chiarini dunque l'insofferenza culturale spinge gli elettori a cercare leader populisti fuori dal giro delle élites eurona­zionali.  E la sfida va giocata sul terreno di una nuova sicurezza: «più integrazione, più politiche sociali, più cultura dell'accoglienza».  Quindi, se è vero che la xenofobia è rischio fisiologico - a petto di grandi flussi immigratori - non è men vero che la «fo­bia» va curata, prima che debordi e cambi la politica in senso populista e autoritario.  Diverso il parere di Piero Ignazi, politologo e studioso della destra in Europa, che quan­to alle basi sociali primarie del populismo converge con l'analisi di Yves Mény, studio­so francese del fenomeno. «Il populismo d'oggi ostile alla mediazione democratica e alle istituzioni rappresentative, viene dallo smottamento delle basi popolari di sinistra.  Sono i ceti sottoprivilegiati i più insicuri.  E la slavina travolge anche gli altri: dalla Francia, all'Italia, alla Norvegia e ai Paesi Bassi».  Insicurezza, dunque.  Che vuol dire? «Vuol dire un mix di motivazioni: dal lavoro pre­cario, al degrado dei quartieri, alla paura dello straniero che ruba spazi e lavoro.  Ma quel che ha fatto precipitare la sindrome è stato l'11 settembre. Ormai l'anti-islamismo ha preso il posto di quel che fu la giudeofobia, per altro ancora attiva nel fon­do».  Due i correttivi per Ignazi: pragmatismo e rilancio di una cultura di sinistra.  Vediamo. «Primo - argomenta Ignazi - evitiamo lo scontro di civiltà, cercato da posi­zioni alla Baget Bozzo o alla Fallaci.  E pun­tiamo su un'integrazione possibile.  Secon­do: rilanciamo l'orizzonte della convivenza. E' qui che la sinistra è assente, senza proget­to, subaltema a visioni tecnocratiche e di bilancio, in una realtà sociale sempre più atomizzata dove la destra colonizza il biso­gno di coesione in chiave comunitaria. Inutile dire che da noi è Berlusconi a canalizza­re questa spinta, in direzione di un eventua­le regime».

Restiamo all'Europa, e sentiamo Francesco Germinario, studioso della Destra degli Dei, come suona il titolo di un suo recente volu­me Boringhieri su Alain de Benoist, caposti­pite della nouvelle droite francese.  Quanto ha inciso questa droite anarchica e pagana sul neopopulismo attuale? «Moltissimo ­spiega Germinario - Tutto il neopopulismo di oggi sarebbe inconcepibile senza le idee de Benoist.  Idee contro lo stato e il mercato, e contro l'ibridazione delle etnie in nome del "differenzialismo" di cui sono impastati Bossi, Le Pen, Haider­. La "razza" diviene un fatto culturale. Benché a sua volta la cultura modelli, fin da Julius Evola, anche il corpo per la nuova destra».  L'approdo di questa destra? «Il comunitarismo differenzialista ­a misura di grande nazione o di piccole patrie. Con una sintesi di protezionismo e liberismo, e tanti diritti differenziali per ciascuna etnia. Del resto fin dagli anni '40 i collaborazionisti bretoni di Vichy sognavano un Reich ­europeo plurale, gerarchico e differenzialista».  Naturalmente ci sono le eccezioni in questo schema, e Germinario non le ignora. Pim Fortuiny, ad esempio, «narcisista e libertaria» (alla Cristopher ­Lash) della xenofobia.  Oppu­re Marcello Veneziani in Italia, che fonde il differenzialismo anticristiano e antigiudaico in ­uno stampo catto-tradizionalista, ma pur sempre comunitarista benché democratico. Quel Veneziani, aggiunge Germinario, che ha compreso che la «doveva sdoganarsi a sinistra, mu­tuando istanze di sinistra e pezzi della tradizione nazionale di sinistra, come Gramsci».  Ed ecco riaffiorare un ingrediente base del neopopulismo: la «destra metapolitica», ne­gatrice delle distinzione destra/sinistra, per ricaricare la cultura politica di destra contro tecnocrazia e turbocapitalismo globale. E all'insegna dell'«occasione presidenzialista» berlusconiana.  Altra conseguenza di ciò - per Germinario - «è il rilancio dello stato nazione dentro il superstato europeo. A destra ci sono molte resistenze social contro l'Europa.  E la destra di governo - in Italia e altrove - giocherà senz'altro questa carta».  In sintesi per Germinario, la nuova, destra ormai fa «anima sociale».  Crea enclaves solidali nutrite di utopie regressive.  Preserva «i suoi partiti, cura le insicurezze. Mentre la sinistra liquida i suoi di partiti.  E stenta a difendere il suo radicamento sul territorio, alimentando spesso spaesamenti e delusione».

Ma insicurezza e ansia son termini che ri­corrono anche nell'analisi di Luciano Gallino, sociologo torinese e studioso del post-fordismo. Che altresì fa risalire la sindrome populista al dato materiale: ­«Fabbriche che chiudono, si decentrano e si liofilizzano.  Milioni di esercizi commerciali e di bistrot - nella Francia profonda - che scompaiono.  L'elemento etnico è solo il parafulmine di questo disagio, che si rovescia in populismo livoroso e protestatario ... ». Dice ancora Gallino: «ormai si avverte che fami­glia, vita personale e progetti futuri dipen­dono da fattori esogeni, l'epicentro del dramma è qui».  Flessibilità, periferie degradate, tessuto sociale che salta.  Domanda come governare tutto questo senza deficit-spending, senza programmi di spesa nella morsa degli euro-parametri? «Occorrerebbe ridiscutere tutto e ammettere altri parametri nell'economia.  Persino Bush riscopre Keynes e qui invece non si fa altro che spingere su deflazione e liberismo, assediando, come in Italia, il sindacato sull'articolo 18, per far crollare la diga dei diritti.  Asse­condando il peggio della gobalizzazione». Quale modello economico ci vuole, profes­sore? «Dentro i capitalismi ci sono molte scelte da fare, in senso sociale e solidale.  L­a sinistra non può rinunciare a plasmare l'economia, regolare i flussi, condizionare la gamma dei prodotti e dei servizi, creando circoli virtuosi e convenienze adeguate a contesti locali.  Chi ha detto che i bulloni si debbano comprare per forza a Francoforte: La gobalizzazione dei mercati crea anche diseconomie e sprechi ... ». Ora è tempo di trarre qualche conclusione.  Dal nostro sondaggio abbiamo appurato quanto segue. a. La sindrome populista si nutre di insicurezza e si manifesta come pulsione a travalicare per via carismatica la rappresentanza istituzionale, accusata di complicità con le tecnocrazie europee.

b. Nella sindrome convergono frustrazione e rabbia, generate dal di­leguare di lavoro, rela­zioni umane e contesti c. Il populismo ha i suoi demagoghi, e i suoi nemici: tecnocrati e stranieri (islamici in primo luogo).  Che fa­re? Anche qui il sondaggio ci aiuta.  Occorre ripensare economia e politica di questa Europa. Su immigrazione, bilanci, politiche sociali e fiscali.  Questa Europa, è diventata un letto di Procuste che fa svanire il Sovrano, ma stringe i cittadini nella morsa di parametri intoccabili.  L'ultima considerazione riguarda la sinistra.  Non basta rinfacciare alla destra demagogica di non sapere mantenere le promesse.  Servirebbe anche saper fare promesse.  Arrischiare un'utopia progettuale, prospettare un altro immaginario.  Prima che la destra, mode­rata e radicale, inghiotta la sinistra.  Candidandosi essa a difendere Welfare e diritti nell'arena europea. In salsa liberal-populista ovviamente.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica