![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 MAGGIO 2002 |
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La scomparsa dello studioso di culture
orientali che aveva esordito vincendo lo Strega nel 1956
Con un paradosso che a Elémire
Zolla sarebbe forse piaciuto, si potrebbe dire che con la sua scomparsa si
sia estinta una razza di scrittore che da noi non è neanche esistita, se si
eccettua Giuseppe Tuccim il grande tibetologo. Di che razza si tratta? In
genere, per cavarsela alla svelta si invocano quelle sintetiche gabbie culturali
simili a protesi, dalle quali Zolla e i suoi radi ma sicuri compagni di strada
rifuggirebbero come da una malattia dello spirito. Inutile elencarle, qualsiasi categoria vi viene in mente. La qualità di un artista come Zolla è la sua
imprendibilità, la capacita dì essere sempre virtuale in ogni passaggio
decisivo della vita, lasciare che ogni esperienza magari drogata, sublime o
Dionisiaca si manifestasse non da sola ma come la parte di un fitto enigma in
cui ci si doveva perdere. Perdersi non
è facile, soprattutto in una società intellettuale dove tutti, con molta
indulgenza, riescono a ritrovarsi e senza essersi mai perduti. Io non so se,
una volta entrato nell'enigma della sua mente, Zolla abbia mai voluto
uscirne. Aveva capito che il viaggio
non concedeva soste né riposo e soprattutto non c'erano fermate intermedie. Mi spiego meglio: Qualcuno che avesse
seguito puntigliosamente la carriera di questo artista della mente quale era
Zolla, e ne avesse letto puntigliosamente tutta l'opera si troverebbe a mal
partito se volesse riassumerla, in qualche modo stringerla in una sintesi,
indicare un punto stabile o più alto o acuto, come si sceglie una poesia o un
romanzo dall'opera di un autore amato. La singolarità dell'opera di Elémire
Zolla è che non si può scegliere perché si dovrebbe rinunciare a qualcosa di
più decisivo che sta proprio lì accanto, nella pagina successiva o in quella
precedente.
Il viaggio di Zolla nella
vita era sostanzialmente il prodigioso enigma che invece di diradarsi cresceva
di giorno in giorno, di libro in libro facendo apparire più intensa e lontana
la natura della bellezza e, se esiste, della verità. Se esiste... E' inutile chiedersi se, adesso che Zolla ha
terminato la prima parte del suo viaggio, qualche bagliore di verità possa apparirgli
o se quell'enigma così disperante e fecondo, almeno per i suoi lettori,
continuerà a spingerlo sempre più avanti.
Zolla conosceva bene il Libro dei morti tibetano e a me
personalmente fa piacere immaginarlo mentre, fra tre giorni, inizierà il suo
viaggio nel Bardo, nella dimensione oltremondana che aveva inseguito nella
realtà più pesante e fumosa del nostro mondo.
Esperto di ricerche mistiche
occulte ed esoteriche in tutte le culture del mondo, aveva trovato in quelle
orientali la porta stretta che permetteva di dare una sguardo all'Altra
Parte. Sapeva bene, quindi, che una
volta lasciato che gli elementi del corpo tornassero alla terra, la mente
avrebbe dovuto fronteggiare se stessa, non in una dimensione aliena, in un
paradiso o in un inferno ma in quella zona grigia o luminosa che avevamo
preparato in vita. Senza più l'ausilio
del corpo la mente libera il suo inconscio e finalmente incontra se stessa,
pacifica o crudele, serena oppure avida, ostile e piena di paura,
In questo passaggio difficile
e tormentoso cui nessuno, probabilmente, potrà sfuggire, io credo che Elémire
Zolla incontrerà la sfida più avvincente, quella per cui si era preparato lungo
il corso della sua vita. Chi ama il viaggio
non cerca tanto la conoscenza dei luoghi, le origini o i misteri, la bellezza
o di orrori. Quelli sono i viveri che consentono di proseguire il viaggio, sono
le stanze dentro cui è lecito riposarsi e sognare. Ma per i veri viaggiatori, come Zolla , quello che viene
inseguito e ci si fa inseguire, è la Morte: Il Dio dell'ebbrezza cosi caro a
Elemire non rivela solo il piacere estremo e non tanto recondito che la
realtà della vita sa offrirci ma è soprattutto un guardiano in attesa davanti
a una di quelle porte di cui anche Kafka ha cosi spesso parlato. Dioniso offre l'ebbrezza come viatico per il
viaggio che ci attende e che quasi tutti vorrebbero rimandare. Ma c'è una categoria, direi una razza, di
viaggiatori che vuole conoscere il segreto dei segreti, il cuore dei cuori,
mentre è ancora viva, perché esiste questa leggenda fin dal primo dei libri
conosciuti, la saga di Gilgamesh, che chi incontra la morte da vivo diventa immortale.
I libri di Elemire Zolla riflettono come in uno specchio i vari frammenti di questi incontri con il segreto della morte. A volte ne descrivono la voce o il volto, spesso il portamento, la capacità di perdersi per qualche istante nella danza o nel canto o in un raga indiano intonato nel cuore della notte in un «ashram» o ai bordi di un lago, di un fiume sacro o di un monte sulla cui vetta è dato a qualcuno di scorgere Shiva o Dolma o tutti gli dei e i Buddha che abbiamo sognato e inseguito nel tempo. A noi restano i libri di questo singolare, solitario viaggiatore, guide blu per paesi che forse non sono mai esistiti o che si apprestano a sparire insieme al loro autore. Essi testimoniano, come splendenti graffiti, un tempo felice dove i libri creavano il mondo e i poeti della mente, come Elemire Zolla, incontravano gli Dei.