![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 MAGGIO 2002 |
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In un libro
ormai quasi dimenticato, Autodizionario degli scrittori italiani (1990),
Elémire Zolla, lo studioso di archetipi e simboli spentosi ieri a 76 anni,
tracciò un preciso ritratto di se stesso. Accanto ad annotazioni che già erano
di dominio pubblico, rivelò, in due scarne paginette, anche tratti intimi,
privati. Apprendemmo, allora, che suo padre, nato in Inghilterra, aveva
studiato pittura dedicandosi alla maniera di Whistler e dipingendo dame in
kimono. Si era poi stabilito in Italia, a Torino, dove aveva insegnato a un
gruppo di allievi (fra i quali vi era Giulio Carlo Argan). La madre, Blanche
Smith, suonava molti strumenti. Prediligeva le ombre delle chiese e dei
chiostri.
Zolla nacque
nel capoluogo piemontese il 9 luglio 1926, quando imperversavano la retorica
populista e la demagogia autoritaria. Crebbe isolato, parlando naturalmente
inglese, francese e italiano, e studiando, in seguito, il tedesco e lo
spagnolo. Dipingeva e suonava il pianoforte. Mandato a scuola, imparò l'arte di
occultare i sentimenti e concesse poco di sé ai compagni. Vedeva, tutt'attorno,
docenti fascisti e scolari figli di fascisti. Lo sollevava l'espatrio
frequente, il soggiorno in Inghilterra o a Parigi.
Durante gli
anni di guerra, Zolla notò che a poco a poco la gente diveniva meno fascista.
Salutò l'arrivo degli alleati a Torino senza farsi eccessive illusioni. Viveva
raccolto, passeggiava, pensava. Giunta l'epoca della ricostruzione, si iscrisse
alla Facoltà di legge, dove conobbe qualche professore stimabile, lontano dalle
risse ideologiche, ma anche non pochi propugnatori di sciocchezze
storicistiche. A 22 anni si ammalò di tisi e fu per morire. Durante la
malattia, appartato, scrisse un romanzo che uscirà nel 1956, Minuetto
all'inferno (Einaudi), con cui vinse il premio Strega opera prima. Aveva
stampato parecchio, negli anni precedenti, sulla rivista Letterature moderne di
Francesco Flora e Il pensiero critico di Remo Cantoni. Erano saggi sui maggiori
autori del Novecento, che egli tentava di riunire in una specie di luogo
ideale, distante dalle contaminazioni politiche. Da quel luogo bandì la
presenza di James Joyce. Gli scrissero Eliot e Thomas Mann, per consentire.
Nel 1957 si
trasferì a Roma, dove lavorò, per pochi mesi, nella redazione di Tempo
presente. Apparve allora un nuovo romanzo, Cecilia o la disattenzione
(Garzanti), mai più riedito. La raccolta dei suoi saggi, in parte ispirati alla
Scuola di Francoforte (Eclissi dell'intellettuale, Bompiani, 1959), ebbe,
invece, numerose ristampe e traduzioni. Era una negazione, destinata a non
poter essere generalmente accettata, di tutto il sistema dell'industria
culturale. Rifiutato il positivismo e il marxismo, fugata la dialettica di
matrice hegeliana, l'opera formulava il sottinteso invito ad abbandonare le
dottrine e le pratiche conformi al mondo industriale. Partiva da una concezione
apodittica: i maggiori autori degli ultimi secoli sono stati capaci di questo
esodo.
L'anno di
uscita di quel libro si dimostrò cruciale: Zolla fu chiamato a insegnare
all'Università di Roma, specie per intervento di Mario Praz, e incontrò
Cristiana Campo, con la quale visse fino alla morte di lei, nel 1977.
Emergeranno quindi altre opere, fra cui va soprattutto ricordata un'antologia,
I mistici dell'Occidente (Garzanti, 1963; riedito da Rizzoli, in sette volumi,
nel 1980), dove la tradizione mistica era documentata come l'area segreta in
cui si era affermata, nei millenni, l'uniformità permanente di una metafisica
assoluta. Dal rifiuto dello scientismo e del progressismo nacquero poi due
saggi, Storia del fantasticare e Le potenze dell'anima, apparsi presso
Bompiani. Zolla vinse il concorso a cattedra e andò a insegnare prima a
Catania, poi a Genova, dove rimase fino al 1974. Pur rivisitandola nella
prospettiva della mistica, la materia delle sue lezioni divenne, allora, la
letteratura anglo-americana. Egli inoltre si permise alcune dottissime disgressioni
nella filologia germanica.
Nel 1968,
dopo un viaggio nel Sudovest degli Stati Uniti, Zolla scrisse una storia
dell'immagine dell'Indiano (I letterati e lo sciamano, 1969). Questo libro ebbe
una risonanza notevole Oltreoceano, e anche da noi costituì una tappa
imprescindibile negli studi di neo-anglistica. Nonostante successo e fama
internazionali, l'autore fu però isolato e aborrito, in Italia, dalla classe al
potere. Egli si dedicò a viaggi in India, in Indonesia, in Corea e in Iran. A
poco a poco, dopo la pubblicazione di Che cos'è la tradizione (1971) e della
dissertazione alchemica Le meraviglie della natura (1975), cessarono i suoi
rapporti con la Bompiani. Rimase però viva la sua collaborazione al Corriere
della Sera.
Seppure con
notevoli opposizioni, Zolla tornerà a insegnare all'Università di Roma, nel
1974. Risale a quel periodo la sua decisione di scrivere in inglese, di
"saltare" l'editoria nazionale. In Inghilterra e in America uscirà
Archetypes (1980), seguito da The Androgyne (1981), nelle cui pagine si addensò
una cultura senza confini, un'immensa erudizione. Trascorso il 1980, la
situazione politica parzialmente mutò, in Italia, e l'opposizione a Zolla
sembrò via via dissolversi. Egli riprese a scrivere nella nostra lingua e pubblicò
quattro libri presso Marsilio (Aure, L'amante invisibile, Archetipi e Verità
segrete esposte in evidenza). Nel frattempo, dal 1969 al 1983, aveva diretto
una rivista, Conoscenza religiosa (La Nuova Italia), cui fece collaborare gli
scrittori che gli parvero sottrarsi a ciò che egli definiva "la generale
decadenza". Poi giunsero, da Adelphi, Uscite dal mondo (1992), Lo stupore
infantile (1994) e Le tre vie (1995); da Mondadori, La nube del telaio (1996);
da Einaudi, Il dio dell'ebbrezza (1998). Adelphi, inoltre, annuncia la prossima
pubblicazione di un nuovo libro: Discesa agli inferi e resurrezione.
Recuperando i tesori culturali di popoli vicini e lontani, scavando nel giardino sotto casa o in territori sperduti del pianeta, Zolla seppe indicarci, dopo aver liquidato le trasgressioni moderne e post-moderne, la via di una conoscenza "giusta", insieme ardua e luminosa.