![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 MAGGIO 2002 |
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Gli scienziati politici chiamano pregiudizio del
conservatore l'idea (oggi diremmo: buonista) per cui la violenza «non paga», è
sempre controproducente e finisce col compromettere gli obiettivi che intende
perseguire. In realtà, proprio per il suo forte impatto emotivo e
pubblicitario, la violenza può svolgere alcune funzioni cruciali. Può rafforzare,
ad esempio, la coesione tra quanti ne fanno uso, può sottoporre il nemico a un
tale logorio psichico da indurlo a ritirarsi, può, soprattutto, rendere
«visibile» una causa per l'opinione pubblica, facendola diventare un problema
mondiale. L'efficacia della violenza, certo, non è scontata: dipende dai
contesti - chi la impiega? a chi è rivolta? chi la ispira? -. L'attentato di
Felice Orsini a Napoleone III fu efficace giacché indusse l'imperatore ad
accelerare i tempi della guerra per l'indipendenza italiana. È difficile dire
se lo sarebbe stato egualmente se al posto del nipote, ci fosse stato lo zio,
Napoleone I; mentre si può supporre che, nel caso dello zar Nicola I, sarebbe
stato tutto compromesso.
La questione cruciale, però, non riguarda solo l'efficacia dell'agire violento
ma, altresì, la filosofia che lo nutre e che potrebbe tenerlo in vita
indipendentemente dalla sua funzionalità. Quando dal Medio Oriente arrivano le
notizie dell'ennesimo attentato palestinese, non sono pochi, anche tra gli
occidentalisti, a ricordare che il terrorismo non è un'invenzione islamica, che
lo stesso Risorgimento italiano e, in genere, tutti i movimenti irredentisti lo
hanno sperimentato e che, infine, la sinistra antisistema, nell'Ottocento e nel
Novecento, se ne è servita spesso e volentieri. Riportare il nuovo al noto può
essere rassicurante e, nella fattispecie, può contribuire a gettare acqua sul
fuoco delle passioni. La verità, tuttavia, ci mette in guardia da false
analogie e da definizioni di comodo. Terrorismo non è solo, come si legge nel
Grande Dizionario della lingua italiana, «il metodo di lotta politica attuato
da gruppi rivoluzionari o sovversivi per tentare di destabilizzare o rovesciare
l'assetto politico sociale esistente con atti di violenza organizzata». Tale
caratterizzazione, infatti, si adatta al terrorismo ideologico ma ne lascia
fuori un altro tipo che si potrebbe chiamare etno-razziale o razzista tout
court. Alla base delle due fattispecie - l'ideologica e la etnica - vi sono
codici morali, visioni del mondo, stili esistenziali radicalmente diversi.
Il terrorista ideologico, proprio perché vuol rovesciare l'assetto politico
sociale esistente, ne attacca i simboli, gli uomini, i luoghi. Suoi bersagli
sono le alte cariche dello Stato, le forze armate, gli organi di polizia, le
banche, i luoghi di culto, gli edifici sontuosi del capitalismo e del
consumismo di massa (es. i Macdonald). Egli non odia nessun popolo: ritiene,
anzi, che tutti gli individui siano fratelli e che le frontiere interne ed
esterne, che nazioni e classi frappongono tra loro, non abbiano nulla di
naturale ma siano intese a proteggere i privilegi dei pochi contro i
moltissimi.
Il terrorista etnico, al contrario, rifugge da ogni sorta di elaborazione
teorica e da ogni «sociologia» razionale. Il suo nemico non è tale in virtù di
un ruolo sociale ma per l'appartenenza a un'etnia o a una religione (vissuta
come etnia) che rappresentano un'alterità irriducibile e minacciosa. Egli può
far saltare un autobus, un mercato, un ristorante senza batter ciglio dinanzi
al massacro di donne, vecchi, adolescenti giacché quelle vite sono abusive,
occupano una terra da cui se ne debbono andare, profanano luoghi sacri e
santuari di memorie private. Quando un branco di cinghiali invade un campo coltivato,
il contadino cerca di sterminarne il maggior numero possibile, senza
preoccuparsi degli anziani e dei cuccioli.
Il terrorista ideologico che uccide il militare dice agli spettatori del
dramma: «fratelli, io non ce l'ho con voi ma con quelli che vi opprimono!»; il
terrorista etnico, che fa saltare bar e scuole, col suo gesto violento, azzera
deliberatamente ogni ipotesi di convivenza. Il suo messaggio è perentorio: «ve
ne dovete andare!». Finché le scuole coraniche e le parrocchie basche e nord-irlandesi
non avranno bonificato le menti da questa cultura della violenza, le condanne
rituali che le autorità delle «comunità oppresse» - Arafat in testa - esprimono
dopo ogni attentato saranno meno che un fiato di vento.