![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 MAGGIO 2002 |
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Due preziose raccolte di saggi, di Étienne Balibar e Piero
Martinetti, inaugurano la collana "Spinoziana" delle edizioni Ghibli
Le edizioni
milanesi Ghibli hanno inaugurato quest'anno una collana "Spinoziana",
diretta da Mino Chamla, Roberto Diodato e Vittorio Morfino con due
volumi, Étienne Balibar, Spinoza. Il transindividuale (a cura di Laura Di Martino
e Luca Pinzolo, pp. 203, euro 16) e Piero Martinetti, La religione di
Spinoza. Quattro saggi (a cura di Amedeo Vigorelli, pp. 167, euro 13).
Entrambi sono raccolte preziose di saggi reperibili solo su riviste (nel caso
di Martinetti fra il 1916 e il 1939) e che tuttavia presentano ciascuna una
ragguardevole unità tematica. Soffermandoci in particolare sul libro di
Balibar, costruito dall'autore in memoria della grande studiosa spinozista
italiana Emilia Giancotti, cui sono specificamente dedicate le ultime pagine,
appare di particolare interesse la conferenza Dall'individualità alla
transindividualità del 1997, che dà il titolo al volume. Questo saggio, a
differenza dagli altri in qualche modo più noti (la versione originale, 1982,
della Paura delle masse, Politica e comunicazione, largamente ripreso in
Spinoza e la politica, che la manifestolibri tradusse nel 1996, ecc.), propone
una sorprendente rilettura spinoziana alla luce della nozione di
transindividuale suggerita da Gilbert Simondon, il cui libro è stato
recentemente curato in italiano da Paolo Virno e recensito su queste pagine.
Balibar vi sostiene che, come la natura naturata è seconda alla natura
naturans, così ogni individuo è effetto o momento di un processo di
individuazione (rispetto all'ambiente) e di individualizzazione o emergenza di
unicità. La conservazione dell'individuo composto, richiesta dal conatus, è in
realtà una continua rigenerazione, componente per componente, grazie agli
scambi con gli altri individui e l'ambiente, un equilibrio metastabile,
accrescitivo del potenziale di energia, che si compie nella dimensione
transindividuale o culturale. Non si realizza un faccia a faccia di atomi, come
nell'ideologia liberale, ma una mescolanza molecolare e moltitudinaria di
cooperazione, segnali, parole, in cui si esprime una convergenza plurale di
forze, che di volta in volta riattinge al fondo pre-individuale (natura naturans,
fabbrica di modelli emozionali) per produrre identità più ricche,
nell'immaginazione e nella ragione. La causalità autonoma è un differenziale
fra attività e passività che richiede un incessante e problematico
riaggiustamento dell'individuo nel suo contesto ambientale e sociale -
associazione con i simili per autoaffermarsi resistendo alle tendenze
distruttive del dissimile. Ogni tipo di conoscenza lo è anche di comunità e fa
uso ineliminabile dell'immaginario, per passare da un minore a un maggiore
grado di potenza e realtà. Individuo e stato sono entrambi il risultato di una
convenientia, di un'unità coesa di forze convergenti in grado di sconfiggere
ostacoli esterni e impulsi disgreganti interni. L'immaginazione qui gioca un
ruolo non in quanto facoltà, dell'individuo o del genere umano, ma in quanto
luogo relazionale nel quale gli individui si costituiscono (autoconsapevolezza,
autostima, ecc.), dove io identifico me stesso a partire dall'altro e
viceversa. L'elemento decisivo, come si spiega nel precedente saggio su
Politica e comunicazione (1969), è appunto la comunicazione, che annienta
l'isolamento e l'ignoranza: quella circolare, mimetico-emulativa degli affetti,
quella conoscitiva delle nozioni comuni e quella politica-istituzionale di una
struttura per consigli che favorisca l'informazione e il consenso razionale dei
cittadini. Ma l'idea stessa di comunicazione perde ora ogni residua sfumatura
liberale diventando una qualità superiore transindividuale della sperimentata
potenza cooperativa in cui noi avvertiamo di essere eterni. Potremmo allora
esperire l'omnino absolutum imperium della democrazia non come utopia,
stadio-limite o terra promessa, bensì nella nostra vita quotidiana, in
un'attività intellettuale e affettiva in cui siamo le cause adeguata della
nostra preservazione. Un'eternità inevitabilmente parziale, in cui la
"massima parte" della nostra mente si fa eterna, sulla base di un
corpo (anche collettivo) adatto a molte cose. Diciamo: la relazionalità
dell'intelletto comune che incarna il lavoro vivo e la libertà di linguaggio,
non la malleabilità del corpo atomizzato assoggettato sotto padrone.
Nel saggio
Individualità, causalità, sostanza (1990), dopo un'ampia discussione sulla
corrispondenza degli attributi e dei loro modi infiniti, si conclude che
l'essenza di tali modi è altra rispetto alla sostanza, ma questa non esiste
altrove rispetto ai suoi modi (immanenza). Vi è quindi una sola realtà, da
pensare come ordine di connessione. La nota sul termine "coscienza"
mostra la profonda differenza con la consciousness lockeana, che è un principio
di identità soggettiva, mentre il termine spinoziano è semplice espressione
mentale del conatus, il differenziale fra desiderio (cosciente, appunto) e
appetito (immediato). Simile a quanto chiamiamo "coscienza morale",
atteso che per Spinosa essa non rende conto di un Bene e Male assoluto, ma
soltanto della rappresentazione soggettiva dei fini connessa agli affetti, la
consapevolezza di ciò che è buono o cattivo per noi. Vi è poi una seconda accezione
di coscienza, collegata invece alla conoscenza di terzo genere o scienza
intuitiva, che spiega causalmente il posto del corpo di ognuno della natura e
lo riferisce all'idea di Dio. Lo stesso termine indica dunque, nell'Etica, una
fenomenologia del sé immaginario e l'acquiescenza delle mente spersonalizzata
in una sorta di eternità, definendo complessivamente tutto il percorso
processuale di una conoscenza senza soggetto, in perfetta coerenza
all'anzidetta concezione del nesso fra sostanza e modi.
Parimenti orientato al tema dell'immaginazione, ma con uno scarto significativo che aggancia l'immaginario alla soggettività, è il testo di Paola Grassi (L'interpretazione dell'immaginario. Uno studio in Spinoza, ETS, pp. 193, euro 12,90). La vis imaginandi, funzione non erronea dell'assenza (secondo la condivisa definizione di Paul Ricoeur), è l'elemento strutturante e dinamizzante dell'affettività e dell'individualità, anzi è condizione per la sua interpretazione come interiorità. Ermeneutica dell'immaginario, costruita attraverso una puntualissima ricognizione di tutte le occorrenze testuali spinoziane e della loro preistoria avicenniana e cartesiana, che costituisce un`altra possibilità di lettura e ripropone, in termini un po' diversi da quelli balibariani, il sottile discrimine fra inizio di consapevolezza e precipizio di ignoranza, trattenendo il conatus sul versante più dell'individuo e dell'intersoggettività che della moltitudine.