RASSEGNA STAMPA

24 MAGGIO 2002
CARLO DIGNOLA
"C'è un altro inconscio oltre a quello di Freud"

Piattelli Palmarini: siamo vittime di illusioni cognitive che ci portano a commettere errori

Massimo Piattelli Palmarini, uno dei maggiori scienziati italiani, che attualmente insegna negli Stati Uniti, arriva oggi da Parigi per chiudere il ciclo di incontri "La scienza della conoscenza - Le scienze cognitive all'inizio del nuovo secolo" organizzato da Sinapsi, una delle poche proposte culturali di rilievo internazionale viste di recente nella nostra città. Dopo la relazione di venerdì scorso del prof. Andrea Moro dell'Università "Vita-Salute", che ha illustrato un esperimento molto avanzato sulla localizzazione cerebrale di attività di comprensione sintattica (se ne sta discutendo sulle maggiori riviste scientifiche di tutto il mondo), Piattelli Palmarini oggi alle 18,30 al Centro congressi Giovanni XXIII spiegherà il fenomeno dei "Tunnel della mente: errori spontanei nel ragionamento intuitivo", analizzati anche nel suo libro L'illusione del sapere.

Professore, le scienze cognitive stanno ormai toccando i confini tra i campi più disparati, dalla linguistica alla genetica, dall'antropologia alla politica scolastica. Non si rischia di esagerare?

"Io amo usare questa definizione: le scienze cognitive sono lo studio della mente e, laddove è possibile, del suo supporto biologico, il cervello. In certi settori si comincia a capirne qualcosa, in altri no: ci piacerebbe ad esempio comprendere cosa sia la creatività, oppure cosa spinge un omicida a compiere delle azioni violente, ma non ne sappiamo ancora nulla. Invece sul linguaggio, la percezione visiva, il controllo del movimento, il ragionamento, cominciamo a far luce".

Scienza e filosofia sono state dominate nella seconda metà del '900 da questa parola: linguaggio.

"È un oggetto molto complesso, che ha un aspetto letterario, un aspetto socio-politico, un aspetto estetico: noi scienziati cognitivi non lo trattiamo sotto questi punti di vista, ma come un "oggetto naturale". Cerchiamo innanzitutto di cogliere ciò che esiste di comune tra persone che parlano una stessa lingua, al di là delle espressioni particolari che ognuno di noi adopera, e cosa c'è di comune tra lingue diverse".

Uno dei vostri campi sperimentali è l'apprendimento del bambino: serve per capire anche l'adulto?

"Sono in realtà due cose diverse. È noto che se una persona impara una lingua oltre gli 8-10 anni di età, per tutta la vita la parlerà con un accento particolare, e mai perfettamente. Ci chiediamo: cosa invece fa sì che il bambino, dalla nascita fino a quella fatidica soglia, anche se è figlio di genitori che parlano una lingua differente, acquisisca quella locale perfettamente?".

Eppure il bambino che siamo stati continua a vivere in ognuno di noi: certi ragionamenti istintivi, anche un po' grossolani, convivono nell'adulto accanto a conoscenze sempre più codificate.

"Qui passiamo sul terreno dell'uso della razionalità. Piaget sosteneva che il bambino ha delle forme di ragionamento diverse da quelle dell'adulto. Questo certamente è vero, però esse si ritrovano anche nell'uomo cresciuto, ed è un po' quello che spiegherò nell'incontro illustrando un certo numero di nostre tipiche "illusioni cognitive". Le forme intuitive di ragionamento del bambino non spariscono per venire soppiantate da altre più razionali, ma perdurano, e ci portano in molti casi a giudizi sbagliati. Si possono superare, ma con sforzo".

Ci sono elementi sotterranei che non arrivano a comporre il ragionamento, ma lo influenzano?

"Esiste quello che ho chiamato "inconscio cognitivo", qualcosa di diverso dall'inconscio freudiano. Lo vediamo per esempio nella percezione delle probabilità. Se ci viene detto che esiste il 50% di probabilità che un determinato evento si verifichi, noi in realtà nelle nostre decisioni senza rendercene conto ne teniamo conto come se si trattasse di un 40%. Esperimenti dimostrano che di solito sovrastimiamo le piccole probabilità, e sottostimiamo quelle alte".

Sono questi i "tunnel cognitivi", che imbocchiamo a testa bassa?

"Un esempio classico è questo: immaginiamo di essere costretti a una roulette russa, con un revolver da sei colpi. Abbiamo la facoltà di offrire una certa somma in denaro al nostro sadico aguzzino per togliere un proiettile dal tamburo. Quanto gli offriremmo per passare da 6 proiettili a 5? Quanto per passare da 4 a 3, e quanto da 1 a 0? La minore offerta sarà quella per l'ipotesi centrale, eppure in tutti questi tre casi è sempre in gioco un aumento di un sesto della possibilità di sopravvivere, che dovrebbe valere lo stesso. Invece non è così. Questo è un esempio di come la nostra percezione delle probabilità ci faccia degli scherzi molto strani. Non c'è niente di razionale in questa propensione".

Le scienze statistiche sono ancora molto lontane dal senso comune.

"È difficile per noi imparare a ragionare statisticamente. Non ci viene affatto naturale".

Lei ha studiato l'importanza del ritmo nell'acquisizione del linguaggio, spiegando l'importanza delle antiche filastrocche delle nonne. Esiste una predisposizione a una divisione "quantica" dei flussi percettivi, una specie di marcatura del tempo che fa da base al linguaggio?

"Sulla scia dei lavori pionieristici di Chomsky, molti di noi hanno insistito sul fatto che il linguaggio è qualcosa di naturale per gli esseri umani, più simile a innaffiare una pianta che non ai metodi dell'apprendimento scolastico. Chiamiamo questa predisposizione "autonomia della sintassi". Ma non si tratta di una sorta di "intelligenza generale" che verrebbe poi applicata al linguaggio, che è invece qualcosa di autonomo. Sono state osservate patologie in individui che hanno gravemente affetta l'intelligenza generale e il linguaggio invece intatto, o viceversa. C'è ormai tutt'una serie di dati a favore dell'ipotesi della specificità dell'apparato linguistico".

Intende dire che esso emerge nell'esperienza?

"Robert Berwick al Mit di Boston diversi anni fa provò a fare un calcolo di quanto tempo avrebbe bisogno un bambino se dovesse imparare la grammatica attraverso delle regole vere e proprie, traendo e modificando ipotesi successive da ciò che sente attorno a sè, fino a capire la struttura di una lingua: impiegherebbe circa 150 secoli. In realtà avviene una cosa molto diversa: esiste una struttura comune a tutte le lingue, una "grammatica universale", e ciò che il bambino deve acquisire è il lessico della propria lingua specifica".

Questo pre-testo innato potrebbe essere legato a istruzioni genetiche?

"È inevitabile cercare una possibile connessione, cosa che sempre più si sta facendo: ci sono indizi che sia una buona strada. Cominciamo ad avere delle verifiche importanti ora che possiamo osservare quali aree cerebrali vengono attivate dai processi linguistici. Fino a vent'anni fa non era possibile".

Sta cambiando anche il nostro concetto di percezione?

"Qui si entra in un campo vasto e affascinante, per esempio quello della percezione visiva. Studiando i primati superiori, le cui differenze in questo campo rispetto a noi sono probabilmente minime, è emerso chiaramente che esistono dei canali percettivi tra loro diversi: il colore, i bordi di un oggetto, il movimento, attivano zone cerebrali diverse. Anche la percezione del tempo è separata da quella dello spazio. Il problema adesso è quello del binding, del "legamento": come accade che noi percepiamo un unico oggetto? In che modo questi canali distinti a un certo punto si mettono insieme e ci danno un'unica percezione?".

Sono problemi antichissimi, se li poneva già Aristotele. La novità, che al filosofo sarebbe piaciuta (come base di partenza, non come punto di arrivo) è che gli scienziati oggi li affrontano in maniera sperimentale.
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