![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 MAGGIO 2002 |
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Anticipiamo l'intervista a Jean Baudrillard,
che comparirà sul primo numero della nuova edizione di «Psiche», diretta da Lorena
Preta e edita dal Saggiatore. La rivista si propone di consegnare alla
psicoanalisi un ruolo motore nel dialogo con quelle discipline che più o meno
esplicitamente lavorano a disegnare nuove geometrie della mente, focalizzando i
problemi indotti dalle biotecnologie, dalle comunicazioni telematiche, dagli
scambi razziali, così come da patologie di recente individuazione
Nell'universo
virtuale - ci dice Baudrillard - pare non ci sia più spazio per l'inconscio,
per forme di trascendenza, per l'espressione dell'interiorità. Ma non bisogna
cedere alla tentazione di difenderci: forse ai confini della tecnica si
nasconde un riscatto del potere di simbolizzazione che la tecnica sembra avere
annullato, vanificando il «pathos della distanza». «Psiche» sarà presentata
domani a Roma, Palazzo Fontana di Trevi, alle ore 20.30, da Domenico Chianese,
Nadia Fusini, Giacomo Marramao, Stefano Rodotà, Lorena Preta
Da un lato le teorie
riduzioniste e fisicaliste, dall'altro le teorie postmoderne e femministe
mettono fortemente in questione il concetto di identità. Lei nei suoi scritti
sembra invece deplorare il fatto che questa perdita dell'identità sia
sostituita da una sfrenata ricerca di visibilità. Afferma inoltre che la realtà
è basata su una incertezza radicale che rende impossibile qualsiasi scambio, ma
a questo punto - dice - abbiamo trovato una «soluzione finale»: il virtuale in
tutte le sue forme, la messa in opera di un artefatto tecnologico perfetto,
tale che il mondo si possa scambiare con il suo doppio artificiale. Ancora una
volta, però, si tratterebbe di un sistema votato al fallimento... Insomma a
quale tipo di identità ci troviamo di fronte?
Dal mio punto di
vista, l'identità non è un valore forte. C'è una logica dell'identità e della
differenza che si rifà in una certa misura all'«identico». Si è detto: ognuno
deve differenziarsi, deve avere una propria specificità; e tuttavia questa
differenza ridiventa identitaria, vale a dire che ciascuno si identifica con se
stesso. E' chiaro come in questo tipo di identificazione sia compreso un
pericolo assoluto, perché il gioco in qualche modo si chiude: l'individuo
diventa qualcosa di indivisibile, il clone di se stesso. È un tipo di processo
che definirei antropico: si parte da una sorta di diversità, da una
contrapposizione di sé a se stessi, da una divisione interna: ma a un dato
momento accade che ci si conquista il diritto alla propria individualità. Non è
più questione di libertà in atto, bensì dell'idea che ciascuno ha diritto al
proprio territorio, al proprio patrimonio, alla propria eredità, al proprio
nome. L'alterità è in qualche modo ostracizzata, rifiutata: a questo punto,
ciascuno si è creato la propria nicchia, il proprio territorio. Si tratta di un
problema filosofico antico, riproposto in epoca moderna e riportato alla luce
dalla tecnica. Il soggetto che un tempo era d'ordine ideale, trascendente, è
divenuto d'ordine tecnologico: ciascuno oggi si `consola' con gli strumenti
elettronici, con i mezzi di comunicazione, con i mezzi d'informazione, creando
un universo autarchico. Si passa dall'identità come essenza, all'identità come
differenza e poi all'identità come riconoscimento; ma si tratta di una
autodefinizione e quindi, in qualche modo, di un'auto-chiusura. Di tutto questo
si ha sentore nelle tecnologie del virtuale, che in effetti aprono immense
possibilità fino ad esaltare il cambiamento stesso di identità. E tuttavia, non
si può parlare di un divenire in senso forte, come riguardasse l'idea di
destino. Parlerei, piuttosto, di identità combinatoria e osserverei anche che, al centro di
molteplici flussi, in qualche modo si è persa la coscienza di sé. Inoltre, si
potrebbe dire che questa costruzione identitaria è operazionale: gioca con le
tecniche, può trasformarsi a piacimento, e tuttavia resta effimera,
orizzontale. Non ha più quella verticalità che era propria, ad esempio,
dell'essere o del non essere, della storia, insomma di una trascendenza
qualsivoglia.
L'identità oggi è
diventata semplicemente una sorta di estensione, di estroversione, implica
soprattutto l'essere visibili: niente più segreti. In definitiva, anche la
comunicazione simbolica è fatta della condivisione di ciò che non viene detto o
non può essere detto. Oggi, invece, tutto deve essere comunicabile e,
all'interno di questa situazione ciascuno si ritaglia una piccola parte.
Per contro,
assistiamo a una recrudescenza dei fondamentalismi e alla difesa di identità
rigide...
Sì, ma qui stiamo
parlando dell'identità come sistema di auto-difesa rispetto a questa sorta di relativizzazione
del soggetto. Ora non ci sono più punti di riferimento. Non si sa più chi si è,
non c'è più neanche un'immagine di sé. Tutto fluttua, tutto è instabile e
quindi siamo di fronte a un ripiegamento, forse a una regressione. In un certo
senso, è facile capire la necessità di difendersi dalla globalizzazione. Quando
tutti i punti di riferimento e i confini vanno persi, ci si «riterritorializza»
su valori religiosi, etnici, linguistici o altro. E al tempo stesso si tende a
dire che tutto questo è reazionario. Il razzismo è ormai di seconda
generazione, o forse di terzo tipo: rinasce in funzione di questa perdita di
confini, di questa perdita di difese. Con la mondializzazione tende
a scomparire ciò che apparteneva a valori universali: per esempio, il fatto che
ogni popolo sia dotato di una propria cultura. La cultura occidentale ha
affermato il diritto alla multi-culturalità, e di fatto la cultura della
differenza è ancora un Leitmotiv dell'Occidente. Ma che cosa fanno di
tutto questo le altre culture per metà scomparse? Anch'esse cercano
disperatamente di affermare le proprie differenze, finendo per rientrare in
questa sorta di mosaico culturale che, in fin dei conti, è quello
dell'Occidente. È così che questa cultura disperata, della differenza e dell'identità,
si perde infine in un sistema in cui viene in realtà sacrificata. Lo schema è
quello di tipo pubblicitario, dove viene proposto un modello, per esempio di
corpo femminile; eppure lo slogan dice: siate diversi, assomigliate tutti allo
stesso modello!
Pensiamo alla realtà
virtuale. L'identità implica un principio di riconoscimento di sé, e anche un
principio di piacere: principio di realtà dell'individuo e dell'altro, del
soggetto e dell'altro. In qualche modo un principio dialettico. Nella realtà
virtuale, invece, sembra sia scomparsa la dialettica dell'alterità,
dell'individuo, e non c'è più nemmeno quella che mette in relazione l'individuo
con la società. C'è una specie di proiezione di ciascuno di noi in uno stesso
panorama infinito di possibilità, il tutto ridotto a numero. Così siamo
diventati un po'... oligocefali.
Lo psicoanalista
Francesco Corrao parlava di un mutamento dei miti di riferimento: dal mito di
Edipo, basato sulla colpa e sul triangolo, al mito di Dioniso, dio del gruppo orgiastico,
che rappresenterebbe i livelli mentali precoci basati sul divoramento, sullo
smembramento e sulla frammentazione. Il che renderebbe conto della violenza
attuale e della incapacità di affrontare le passioni senza farle esplodere in
maniera incontrollabile.
Anche se si può
affermare che quelle edipiche sono delle strutture vere e proprie, in qualche
modo stabili, è anche vero che ora si avverte un loro superamento, al di là
della psicoanalisi e oltre il principio stesso di una interiorità e forse di un
inconscio. Nell'universo virtuale l'inconscio non esiste più, è - per esempio -
completamente relativizzato dal rapporto con realtà numeriche. Voglio dire che
la strategia di un sistema come quello vigente consiste nell'annullare sia ogni
dimensione trascendente che ogni forma di interiorità: essa, è chiaro,
rappresenta la minaccia assoluta, è ciò attraverso cui si sfugge alla morte,
alla legge, alla norma. In fondo, si tratta del terrore della trasparenza, come
nella patologia schizofrenica: lo schizofrenico è completamente trasparente,
non può fermare niente di quanto lo colpisce, è attraversato da ogni parte. Ma
allora, se non c'è più interiorità, non c'è più neanche distanza dalle cose. Lo
sguardo, il giudizio, la seduzione, tutto ciò va perso in questa sorta di
avvicinamento assoluto. Si parla di interattività, ma di fatto c'è una
promiscuità delle cose che fa sì che non ci sia più neanche alienazione, dal
momento che non c'è altro che l'identico e che esiste la possibilità di
realizzarsi totalmente, immediatamente senza passare per l'altro. E ciò fa sì
che anche tutte le forme d'arte, come il teatro, ad esempio, che supponevano
una scena, una distanza, uno sguardo, siano molto minacciate a vantaggio del
collage video, dello schermo: di fronte ad esso si è al tempo stesso spettatori
e protagonisti, interattivi. Si gioca con lo schermo a proprio totale
piacimento, e a un tratto ci si accorge che anche quel «pathos della distanza»,
di cui diceva Nietzsche, risulta annullato. Il che rappresenta davvero un
impoverimento notevole.
Sembra che le
biotecnologie permettano un'azione diretta sul corpo senza presupporre più
alcun collegamento con le fantasie sottostanti. Tramite i miti conoscevamo già
degli ibridi, delle combinazioni non esistenti in natura, come ad esempio i
centauri, le chimere e così via. Erano fantasie già contenute nella mente, ma
ora possono essere realizzate. È come se tutto potesse diventare attuale, ogni
azione possibile. Questo sì che comporta un cambiamento radicale...
In effetti, tutto
quel che era sogno, utopia, fantasma, tutto ciò che aveva un'esistenza in
qualche modo ideale, è diventato tecnologicamente realizzabile, dando luogo a
una forma di realtà integrale: non c'è più modo di sognare una cosa dal momento
che quella cosa viene realizzata immediatamente. Questo, del resto, comporta
problemi psicologici non indifferenti: è difficile sognare una persona se è lì
presente. Sta forse qui il fine ultimo di una relazione amorosa: poter sognare
una persona avendola vicina. L'assenza e il vuoto, così come tutte le figure
mitiche, stimolavano forme d'immaginazione, ma sembra non ce ne sia pià bisogno
dal momento che tutto è incarnato, realizzato.
Anche la
psicoanalisi ci insegna che il pensiero, la capacità di simbolizzazione,
nascono dall'assenza.
Sì, occorre una
sorta di alternanza del gioco, di contrapposizione fra presenza e assenza. In
fin dei conti, l'identificazione totale avviene forse un po' nel sonno, ma
compiutamente solo nella morte. Pensiamo alla clonazione, vale a dire l'identificazione
illimitata di sé: non ci mette di fronte a quella che Freud chiamava pulsione
di morte? Alla possibilità di essere moltiplicati ma indifferenziati, di non
avere più niente a che fare con la propria assenza, di essere completamente
identificati...
E di non aver più
niente a che fare con la propria origine...
Proprio così, viene
annullato l'evento della nascita, così come quello della morte, e ci troviamo
di fronte a una sorta di continuum, di flusso ininterrotto dove ciascuno
si trova semplicemente alla confluenza di un certo numero di percorsi, di
schermi. Questa, in fondo, è la prospettiva generale: un po' catastrofica
secondo me.
Eppure potremmo
provare a vederla in un altro modo: non potrebbe darsi che ci troviamo di
fronte a nuove geometrie mentali, nuove forme di vita, nuove identità appunto,
di cui non è dato ancora conoscere i modi di organizzazione, ma che potrebbero
evolversi in qualche forma se solo arrivassero a usufruire di un minimo di
integrazione di questi livelli e di queste modalità?
L'integrazione mi
sembra diventata un imperativo morale. In ultima analisi, direi che l'unica
prospettiva positiva è quella del gioco. Ma in senso forte, dunque non come
sfida intrinseca alla dimensione duale. Il cambiamento continuo può rispondere
a un principio di piacere, è vero, ma minimale: si cambia look, si cambia aspetto, e perché no? si
cambia sesso. Non che vada negato il godimento immediato che se ne può trarre:
tuttavia restiamo all'interno di una dimensione ludica, estranea ai grandi giochi.
Inoltre, mi sento molto perplesso circa le varianti di integrazione che
consentirebbero forme di appropriazione di sé. Forse, invece, ci sono già
livelli di integrazione sociale che permettono di ritrovare modalità reali di
comunicazione. O, quantomeno, forme di comunità realizzate attraverso
dispositivi tecnici. Ricordano i modi di stare insieme delle tribù, spazi
tribali dove ciascuno si ritaglia una forma di linguaggio, un idioletto. Ma non
bisogna essere troppo settari... ci troviamo di fronte a cambiamenti simbolici
ospitati negli alveoli di un sistema che è addirittura la negazione del
simbolico. In fondo, se ci si spinge ai confini estremi della tecnica, forse si
ritrova la costellazione del segreto. Bisogna andare fino in fondo, senza cercare
di difendersi. In definitiva, un barlume di speranza c'è ancora.