RASSEGNA STAMPA

19 MAGGIO 2002
MASSIMO NOVELLI
Lo scontro nel mondo? C'è ma non è grave

E' davvero ineluttabile lo «scontro delle civiltà» previsto già nel 1996 in un saggio famoso da Samuel Huntington, un politologo ame­ricano più citato, discusso e anche contestato a livello internazionale dopo gli attentati negli Stati Uniti dell'11 settem­bre scorso?  In una piovosa mattina torinese il settanta­cinquenne professore di Har­vard, che è stato collaboratore di Jimmy Carter all'epoca del­la sua presidenza e che ieri ha tenuto una lectio magistralis alla Fiera del Libro, stempera un poco la visione catastrofica del mondo globalizzato che gli è stata appiccicata addosso, in parte a ragione e in parte a tor­to, come una specie di seconda pelle.

«Non penso - esordisce Huntington - che lo scontro tra le civiltà sia destinato ad avere uno sviluppo inevitabi­le. Anzi, ritengo che sia alta­mente improbabile.  Ma è co­munque possibile.  Ci sono scontri locali di civiltà, come accade per esempio nel Kash­mir, che possono intensificar­si e coinvolgere altri paesi, as­sumendo dimensioni più va­ste».

Chi può impedire che quei conflitti territoriali crescano fino ad avere le caratteristiche dello Scontro delle civiltà da lei descritto nel suo libro pub­blicato in Italia da Garzanti?

«La responsabilità di tutto ciò è dei principali paesi del mondo e delle istituzioni come gli Usa, la sola superpotenza globale.  Tocca a loro impedire questa escalation».

Alcuni autorevoli osserva­tori e commentatori, come Edward Said, hanno però stroncato le sue tesi, definen­dole «trovate tipo "Guerra dei mondi"», più adatte «a raffor­zare un amor proprio diffi­dente che la conoscenza critica della sorprendente interdi­pendenza del nostro tempo». Che ne pensa?

«Se Edward Said ha detto queste cose, è perché non mi ha letto. Io riassumevo nel sag­gio in questione quanto stava succedendo negli anni Novan­ta. E dicevo che gli sviluppi in­ternazionali, dopo la fine della guerra fredda, hanno portato a una situazione in cui gli scontri tra paesi di civiltà diverse so­no sempre più ampi.  Purtrop­po gli ultimi eventi hanno con­fermato le mie previsioni pes­simistiche.  Posso pertanto ag­giungere, inoltre, che molti ai quelli che mi hanno criticato ora riconoscono la validità del­le mie argomentazioni.  Tra questi c'è anche il principale columnist del New York Times, che, dopo avere detto che mi ero sbagliato, ora riconosce l'esistenza di questo pericolo di uno scontro di civiltà, emer­gente proprio dai recenti avve­nimenti nel Medio Oriente» .

Le sanguinose vicende che sconvolgono lo stato di Israe­le e la Palestina, in sostanza, sembrano rafforzare le sue te­si.

«Sì.  Sfortunatamente le con­fermano».

La guerra in Afghanistan è stata, secondo lei, una «guerra giusta»?

«E' stata una guerra necessa­ria perché c'era una minaccia globale.  Dopo l'1l settembre, si è creata per gli Stati Uniti la necessità di andare laggiù e colpire Al Qaida e il governo dei talebani.  Ora, è vero che ci sono altre guerre di terrorismo che hanno come obiettivo il controllo locale: come nel Kashmir, in Palestina, in Cecenia.  Ma c'è una parte di terrorismo islamico e arabo che le usa su base globale».

C'è però anche un Islam che non è nemico dell'Occidente, non  le pare?

«I problemi tra l'Islam, che ha al suo interno componenti diverse, e il mondo occidenta­le sono sempre stati problemi tra gli arabi e l'Occidente.  Però nell'Islam esistono paesi, co­me l'Arabia Saudita, la Giordania, che hanno collaborato con gli Usa e l'Occidente.  Spe­riamo che non si determini una situazione in cui  i pae­si occidentali e gli Stati Uniti vadano da una parte, e i paesi arabi tutti dall'altra: questo sì che sarebbe un fatto estrema­mente pericoloso».

Ritiene che vi sia una via d'uscita, una strada praticabi­le, per mettere fine alla guerra tra israeliani e palestinesi?  Qual è, professor Huntington, la sua soluzione per portare la pace in Medio Oriente?

«Credo che gli elementi cen­trali della soluzione siano già evidenti da tempo: gli arabi de­vono riconoscere l'esistenza dello stato di Israele, e questo deve riconoscere l'esistenza di uno stato palestinese.  I confini tra i due stati possono essere, più o meno, quelli tracciati an­ni fa.  Occorre poi individuare forme di compensazione per i rifugiati palestinesi che non possono tornare in Israele, e bisogna giungere a un accordo per il controllo di Gerusalem­me. Penso pertanto che si deb­bano incoraggiare quei leader arabi, come re Abdullah e Mu­barak, che stanno lavorando per arrivare a risolvere la crisi.  E sarà importante che i paesi occidentali e gli Usa collabori­no strettamente con loro.  Infi­ne sarà necessario fare pres­sione su Israele affinché accet­ti questa soluzione».
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