![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 MAGGIO 2002 |
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«Non credo che il vecchio continente sia
xenofobo. Il problema è come accettare gli altri senza perdere le proprie
tradizioni culturali»
Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine
mondiale (Garzanti) è l'opera che lo ha reso famoso in Italia. Lui, Samuel Huntington, è un signore di
75 anni che sfoggia una sicurezza quasi inquietante. Il professore guarda il mondo dall'alto in basso, non nel senso
della spocchia ma della visione internazionale, globale. Tutto per lui ha una spiegazione
macropolitica, macroeconomica. Non per
nulla è uno dei massimi esperti di politica estera, è stato consigliere dell'amministrazione
americana ai tempi di Jimmy Carter, è direttore degli Studi strategici e
internazionali di Harvard, fondatore della rivista Foreign Policy, autore di una ventina di saggi che hanno fatto la
storia della geopolitica degli ultimi vent'anni.
Guarda all'Europa con molto
interesse, perché l'Europa - secondo lui - è un continente giovane. Il Vecchio Continente incredibilmente oggi è
un Giovane Continente in cerca di una sua identità, che deve imparare a
convivere, con la propria immigrazione.
Ecco, secondo Huntington, l'origine della xenofobia strisciante che
minaccia l'Europa, ecco dove nasce il fenomeno Le Pen, ecco le
radici dell'odio che ha
portato all'uccisione di Pim Fortuyn: «L'Europa non sa ancora gestire il suo
rapporto con gli stranieri. E lo sapete
perché? Perché l'immigrazione di oggi
è molto più difficile da integrare rispetto a quella di Ellis Island. Un immigrato turco che lavora in Germania
in quattro ore di macchina torna a casa, con una decina di marchi telefona
alla famiglia. E' la comunicazione che è cambiata, e questa maggiore
possibilità di trasporti, telefoni eccetera fa la differenza rispetto
all'immigrato europeo che arrivava in America agli inizi del secolo: lui era
costretto a integrarsi per sopravvivere.
Questi di oggi sono immigrati che non hanno interesse a i ntegrarsi e
che mantengono un rapporto molto forte con il proprio Paese di origine».
Quindi?
«Quindi le tensioni sono
destinate a peggiorare se i Paesi europei non riescono ad aumentare l'integrazione
degli stranieri e a rassicurare i propri cittadini. Gli episodi degli ultimi mesi derivano dalla paura, l'immigrato
rappresenta una minaccia per il cittadino».
Lei nel suo libro parla di scontri di civiltà. Questi sono scontri di culture o
hanno una natura economica?
«Senza dubbio sono scontri di
civiltà. C'è una forte componente religiosa,
ma non va sottovalutata la questione della lingua, delle tradizioni. Le persone si sentono diverse e quindi si
sentono minacciate dagli altri. I
timori degli europei sono più che altro di perdita di identità culturale, più
che di tipo economico. Prendiamo
l'esempio del l'Olanda, un Paese che era convinto di essere liberale e che
adesso si scopre xenofobo. Secondo me
gli olandesi non sono xenofobi, semplicemente difendono il loro diritto a
rimanere olandesi se lo vogliono. Per
questo dico che l'unica soluzione è cercare di aumentare l'integrazione degli
stranieri nei Paesi dove vengono ospitati, altrimenti le differenze di cultura
provocheranno tensioni sempre maggiori».
Secondo lei ci vorrebbero del filtri, una regolamentazione dei flussi?
«L'immigrazione è un
fenomeno, economico: è utile ai Paesi che la accolgono, ma ha un suo costo sociale. I governi europei dovrebbero quindi
regolamentare i numeri, cercando un punto di equilibrio tra il vantaggio per
l'economia del Paese e il costo sociale che l'immigrato porta».
Quando lei parla di scontri di civiltà si pensa
subito alle contrapposizioni tra
mondo occidentale e musulmano...
«I musulmani sono un quinto della popolazione
mondiale e sono coinvolti nei due terzi dei conflitti mondiali odierni. E questi sono concentrati principalmente ai
confini dei territori musulmani. C'è un fattore demografico alla base di
questi dati: i Paesi musulmani sono bellicosi perché hanno una popolazione
molto giovane che produce violenza e guerra. Fra trent'anni anche in questi
Paesi la crescita demografica diminuirà e quindi diminuirà anche la conflittualità».
Professor Huntington, per secoli abbiamo creduto che le guerre si
facessero per motivi economici. Oggi, lei sembra dire che i conflitti del nuovo Millennio hanno un'origine culturale. E' così?
«Il fenomeno dell'estremismo islamico in verità è limitato. Mentre il fenomeno più vasto è che è cambiato il modo di fare le guerre. I conflitti non sono più tra Paesi, ma all'interno dei Paesi, tra gruppi etnici diversi. Molte guerre locali avvengono per il desiderio di gruppi estremisti separatisti di emergere: Cecenia, Kashmir, Filippine, Sudan, Asia Centrale. E in questo senso io dico che l'amministrazione Bush non ha aumentato gli scontri, ma anzi ha messo insieme un'alleanza multiculturale e sovranazionale contro il terrorismo.