![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 MAGGIO 2002 |
|
Un convegno
a Lerici discute sul rapporto tra le cure materne e lo sviluppò della mente
Molti passi
in avanti dagli studi iniziali della psicoanalisi di Freud o della Klein
Fin
dai primi mesi di vita il lattante scopre di far parte del mondo dei suoi
simili, con cui impara ben presto ad interagire e a condividere le esperienze
della vita quotidiana. Ma forse ciò che
è veramente decisivo per sentirsi parte della comunità umana è quando il
bambino comincia ad usare la propria mente, ossia diventa capace, sul piano
mentale, di funzionare al di là delle percezioni immediate e delle sue risposte
comportamentali contingenti e di riconoscersi, anche se inizialmente in modo piuttosto indefinito, come una
presenza in rapporto ad altre persone che popolano in modo stabile il suo
mondo. Possiamo dire che interviene un
principiò organizzatore, il «nous» di cui tanto dibattevano i filosofi
dell'antica Grecia, che veniva descritto come un demiurgo divino che metteva
ordine nell'intreccio caotico delle origini.
Può
essere suggestivo pensare che il lattante entra nel mondo della mente quando
comincia ad ordinare la propria esperienza, riconoscendo scambi piacevoli e
spiacevoli con le persone che gli stanno intorno, sapendo orientarsi nel mare
degli stimoli in modo da percepire quelli più familiari, facendo delle
previsioni, anche se necessariamente limitate, su quello che può succedere se
ad esempio inizia a strillare o si mette a piangere.
Si è cercato nel corso dei secoli di rispondere al
grande interrogativo: come avviene la nascita del
«nous›? Si tratta di un
processo divinò, oppure attinge ad un ordine ideale del mondo, oppure è
l'espressione dei miliardi di neuroni che si intrecciano nel cervello umano?
Anche la psicoanalisi ha
cercato di rispondere a questo interrogativo basandosi sul materiale clinico
dei paziente, in particolare i bambini in difficoltà seguiti in terapia. Ma era troppo difficile compiere il lavoro a
ritroso partendo dalle menti alterate, segnate da deprivazioni e conflitti
gravissimi, per cui sono state proposte risposte molto diverse. Secondo Freud, ad esempio, l'uovo
originario, in cui é contenuto il lattante nel suo mondo narcisistico, si
comincia a schiudere quando il ripetersi delle esperienze gratificanti lo aiuta
a riconoscere la presenza stabile della madre, che diviene il faro del suo
mondo. Ma in campo psicoanalitico c'è anche
chi, come Melanie Klein, ritiene che fin dalla nascita il neonato sia in
grado di stabilire rapporti mentali con le figure le figure genitoriali,
contrassegnati inevitabilmente dalle sue pulsioni di vita e di morte.
E' evidente che fino ad ora si sia cercato di
rispondere secondo punti di vista parziali, che privilegiavano una chiave
interpretativa rispetto ad un'altra non riuscendo a mettere insieme
prospettive che scaturivano ad esempio dalle osservazioni cliniche oppure dalla
ricerca nel campo
dell'attaccamento o della
neurobiologia. E' quanto ha cercato di fare Daniel Siegel, professore di
psichiatria all'Ucla University di Los Angeles, in questi giorni in Italia per
un importante convegno internazionale organizzato dall'Associazione Italiana
per la Salute Mentale Infantile, «Regolazioni biologiche e relazioni a rischio
nella prima infanzia», che si è concluso ieri sera a Lerici.
Nei primi mesi di vita avviene
un continuo scambio fra il cervello
che si accresce in modo sorprendente e le relazioni e le esperienze affettive
che il lattante vive in rapporto con i genitori. Non dimentichiamo che alla nascita il cervello è l'organo più
indifferenziato del corpo, in cui sono presenti circa cento miliardi di
neuroni, e nel corso dello sviluppo si moltiplicano all'infinito le connessioni
fra neuroni e si creano specifici circuiti cerebrali, che sono guidati dai
geni che ne definiscono i tempi di comparsa e le stesse caratteristiche. Ma il
cervello da solo non basta, perché la creazione, il mantenimento e l'elaborazione
delle connessioni neurali, la gigantesca ragnatela fra i neuroni cerebrali,
deve essere attivata da un processo «dipendente dall'esperienza».
In
altre parole le cure materne, gli scambi interattivi, le stimolazioni visive,
acustiche, tattili ecc. suscitate dal rapporto con la madre, in primo luogo,
ma anche col padre e le altre persone dell'ambiente attivano le connessioni neuronali
e consentono che si creino nuove sinapsi e si rinforzino quelle già
esistenti. Nelle situazioni di
deprivazione il cervello rimane
sottosviluppato: le ricerche hanno messo in luce che i bambini che sono meno
stimolati ed
hanno minori contatti fisici
ed emotivi hanno un cervello più piccolo del 20-30 per cento, proprio perché le
possibili connessioni fra neuroni vengono potate.
Si può dire che quello che si
verifica nei primissimi anni di vita mette in discussione la tradizionale
contrapposizione cartesiana fra «res cogitans» e «res extensa» in quanto la
differenziazione del cervello dipende si dalle informazioni genetiche, ma
necessita di un'adeguata stimolazione ambientale. E' per questa ragione che i primi anni di vita, in cui si stabiliscono
i circuiti cerebrali che mediano la regolazione emotiva e comportamentale, sono
cruciali in quanto solo le esperienze permettono uno sviluppo adeguato. Quando si parla di esperienze in questi
primissimi anni ci si riferisce inevitabilmente alle relazioni con i genitori e
gli adulti che si prendono cura del bambino, legami di attaccamento che si
sviluppano anche se in forme diverse in ogni cultura umana.
L'interrogativo
che ha indirizzato molte ricerche riguarda i processi con cui le esperienze e
i legami con i genitori danno forma alle connessioni neuronali e come la mente
più organizzata dei genitori facilita la mente più immatura del figlio per
promuoverne la crescita. Sicuramente
oggi molte discipline esplorano la natura della mente e le sue capacità di
elaborare le informazioni e regolare le funzioni individuali nell'adattamento
all'ambiente.
Queste
diverse concettualizzazioni condividono la nozione che la mente è sicuramente
di più di un'entità fisica, ossia l'attività cerebrale, quantunque emerga da
questa ed intervenga nell'organizzare il sé.
Questo processo fondamentale per ogni persona che ha avuto diverse
declinazioni nel linguaggio, da anima a spirito, da «nous» a psiche, è allo
stesso tempo creato dai processi neurobiologici del cervello nell'ambito delle
interazioni individuali e interpersonali fra persone.
Come
è stato detto nel Convegno di Lerici dagli studiosi stranieri ed italiani
presenti, le implicazioni di queste nuove frontiere di ricerca sono molte: in
primo luogo il fatto che le deprivazioni precoci comportano conseguenze gravi
sulla maturazione del cervello e pertanto sullo sviluppo psichico, difficili
da superare se non si interviene precocemente.
Vi è il rischio, infatti, che le connessioni
potenziali fra neuroni vadano incontro a potature drastiche che amputano le
grandi possibilità di maturazione cerebrale e psichica. Non si tratta
soltanto di congetture, ma vi sono prove ed evidenze che, creando programmi compensativi precoci rivolti ai bambini che provengono da ambienti deprivati, si possano ottenere risultati importanti. E tali programmi sono convenienti non solo sul piano dell'efficacia dei risultati, ma anche sul piano economico, perché intervenire successivamente attraverso misure terapeutiche, riabilitative o di altro tipo è più dispendioso e sicuramente meno efficace di un intervento precoce.