RASSEGNA STAMPA

15 MAGGIO 2002
JEAN STAROBINSKI
Dentro le acque di scienza e poesia

Noi moderni e il destino dei due linguaggi

Ci fu un tempo in cui le due culture, la scientifica e la letteraria, riuscirono a convivere.  Poi quelle realtà divennero sempre più inconciliabili con alcune conseguenze

Pubblichiamo parte dell'intervento su "Linguaggio scientifico e linguaggio poetico" che Jean Starobinskí ha tenuto ieri al simposio internazionale della Fondazione Balzan presso la Royal Society di Londra.

Nell'ultima delle conferenze del ciclo Gifford Lectures del 1927 sul tema «La natu­ra del mondo fisico», sir Arthur Eddington (1882-1994) citò l'ini­zio di una lunga e complicata equazione corrispondente alla formazione delle onde su uno specchio d'acqua e, di seguito, una sestina in cui Rupert Brooke (1887-1915) evoca acque agitate da venti durante il giorno e gelate di notte: «Ci sono acque spinte da venti mutevoli al riso / e illumina­te dai cieli vividi, il giorno intero.  E poi,/ il gelo, con un gesto, frena la danza delle onde/ e la loro bellez­za vagabonda.  Lascia una bianca/ gloria intatta, un accumulo di splendore, / un vasto spazio, una luminosa pace, sotto la notte».

Di certo l'equazione e la poesia testimoniano l'esistenza di due linguaggi estremamente diversi in cui acque e onde trovano la propria espressione.  Esito però ad affermare l'appartenenza di Eddington e Brooke stessi a due diverse culture".  Erano quasi contemporanei, entrambi strettamente legati all'Università di Cambridge.  Ammetto tuttavia, per dirla con C.P. Snow, che ap­partenevano a due "poli".  Difatto appartenevano ad un'unica cul­tura, una cultura in cui si era svi­luppato un bilinguismo interno.

C.P. Snow, nella sua famosa Re­de Lecture non faceva riferimento alle idee di Eddington, profonda­mente ireniche.  Nel suo «soggettivismo selettivo», Eddington era pronto ad accettare entrambi i linguaggi, benché considerasse la visione del poeta, vicina a quella del mistico, un"'illusione", se pa­ragonata alle nozioni sulla forma­zione delle onde offerte dalla scienza matematica.  E' positivo che ci debbano essere momenti simili per noi.  La vita sarebbe li­mitata, ristretta, se non trovassimo nel mondo intorno a noi un si­gnificato che va al di là di ciò che può essere pesato e misurato con gli strumenti del fisico o descritto dai simboli metrici del matemati­co (... ). E' ragionevole indagare se nelle illusioni mistiche di un uo­mo si rifletta una realtà nascosta.  A questo proposito sorgono molti interrogativi e bisognerà, più avanti, riconsiderare l'equazione e la poesia, mettendo in discus­sione il valore del parallelo indica­to da Eddington.

C'è da chiedersi se C.P. Snow avrebbe contestato il giudizio conciliante di Eddington e in particolare la sua accettazione con­dizionata del misticismo.  C.P. Snow ammirava Scienza e mondo moderno di A.N.Whitehead e non sembrava criticare le idee metafi­siche dell'autore (la sua visione del mondo definita «panfisica»).  Non dava molta importanza alle questioni filosofiche, si sofferma­va invece su considerazioni poli­tiche e sociali che in seguito ebbe­ro un ruolo importante nell'acce­so dibattito con F.R. Leavis e Lio­nel Trilling.  Snow non negava in principio che« entrambe le nostre culture, sia quella letteraria che quella scientifica, meritano solo l'appellativo di sub-cultura».  Ma anche qui si compiaceva nel lan­ciare accuse simmetriche: «La cu­riosità circa il mondo naturale, l'uso di sistemi simbolici di pensiero, rappresentano le due qualità più preziose e più prettamente umane. I metodi tradizionali di sviluppo mentale le lasciarono morire d'inedia. Al contrario, l'educazione scientifica affama le nostre facoltà mentali».  La divisione in due campi vantava già un glorioso passato e nel mondo ac­cademico rappresentava un luo­go comune.  In precedenza sia gli scettici che gli agostiniani erano stati molto critici riguardo alla va­na curiosítas dei filosofi naturali, cosi impegnati a raccogliere nuo­vi dati di fatto.  Blaise Pascal, egli stesso negli anni della giovinezza buon matematico e fisico, di­chiarò che la scienza rappresen­tava un'inutile «distrazione» ri­spetto al pensiero della nostra salvezza, da tenere sempre a mente.

Qualche anno fa lo storico tede­sco Wolf Lepenies pubblicò un valido saggio dal titolo Le tre culture, sull'affermarsi di una terza cultura, cioè la sociologia.  Fornì un eccellente quadro delle diver­se direzioni prese dal dibattito sulle "due culture" nella vita intel­lettuale di Francia, Germania e Inghilterra.  Lepenies risale ad alcu­ni episodi che hanno preceduto la polemica tra C.P. Snow e F.R. Lea­vis, in particolare il duello orato­rio tra Matthew Arnold e Thomas Huxley.  Oggi in Francia i i due "poli" di C.P. Snow riappaiono nel li­bro di Michel Serres Le Tiers Instruit, in cui l'au­tore giudica i programmi universitari francesi responsabili di aver diviso la società in due categorie: «le persone colte ma prive di conoscen­ze scientifiche, e dall'altra parte, le persone che conoscono la scienza ma non hanno cultura».  Li definisce «colti ignoranti» e «istruiti senza cultura».

Bisognerebbe ricordare che il metodo scientifico, agli esordi, venne promosso nel diciassette­simo secolo da uomini che conti­nuavano a presentarsi come cittadini della repubblica delle lette­re. Come ricorda opportunamen­te Owsei Temkin, storico della medicina: «La filosofia sperimentale, benché filosofia scolastica vincente e affascinante per un nuovo tipo di uomo, non si identi­ficava ancora con la scienza.  Si­gnificava solo che all'interno del­la nuova specie dei "filosofi", uomini che retrospettivamente de­finiamo scienziati, ricercavano la verità con metodi che chiamiamo scientifici. Viene in mente l'associazione tra scienza e utilità.  Che il sapere risulterà utile e che la necessità materiale può aver spinto l'uomo a inventare arti e a coltivare il sapere fine a se stesso è un'idea vecchia almeno quanto Aristotele.  Ma che si debba segui­re una filosofia nuova a motivo della sua utilità è un postulato af­fermatosi solo con Francis Bacon e Descartes».

Credo sia necessario richiama­re il decisivo processo di separa­zione tra dati sensoriali e matematica applicata, una separazio­ne che ha aperto la strada alla scienza moderna.  Fino a poco tempo fa tutti i diplomati del liceo francese avevano letto il famoso, passo tratto dalla seconda Medi­tatíon di Descartes in cui il filosofo richiama le caratteristiche sensoriali (odore, colore, sapore, consistenza) di un pezzo di cera, con l'unico scopo di rifiutare di affidarsi alla veridicità della perce­zione sensoriale.  Possiamo solo affidarci all'«ispezione mentale», che ci rivelerà ciò che gli oggetti sono «in realtà», cioè modificazioni della res extensa, e che i loro cambiamenti possono essere spiegati da forma e movimento.  Le «qualità» della filosofia antica vengono così rimpiazzate da spie­gazioni e si riferiscono all'interazione di forze naturali, cioè a meccanismi.

La scoperta della circolazione del sangue, da parte di William Harvey, era senza dubbio uno dei modelli che Descartes aveva in mente, poiché la circolazione del sangue poté essere dimostrata solo isolando e limitando il sistema circolatorio e utilizzando sempli­ci calcoli.  Per i predecessori di Harvey, iniziando da Galeno, non era così.  Come ci ricorda Owsei Temkin: «Le ipotesi di Galeno andavano al di là della fisiologia e non ritenevano che il cuore fosse la sede della vita.  Erano il risultato dell'orientamento dietetico della medicina dell'antica Grecia, che prestava attenzione all'alimentazione dell'individuo e al suo ambiente, conside­randole condizioni necessarie a conservare la salute mentale e fisica».  Il francese Gaston Bachelard, filosofo e storico della scienza, formulò questo principio della scienza primitiva in un elegantissimo assunto: «La science s'instruit sur des syste­mes isoles». (La scienza impara da sistemi isolati).  Deve cioè selezionare variabili ben definite per mi­surare precise variazioni.

(... ) La reazione degli «intellettuali letterari (per dirla con C.P. Snow) al linguaggio scientifico divenne, in Europa, caratteristica di un particolare tipo di romantici­smo, ma con diverse forme.  Sa­rebbe superfluo, credo, richiama­re qui la «cena immortale» di Benjamin Haydoin del 1818, in occasione della quale Lamb e Keats «furono concordi nell'affer­mare che Newton ha distrutto tut­ta la poesia dell'arcobaleno ridu­cendolo ad un prisma di colori». Al termine della cena, brindarono alla «confusione contro la mate­matica».  Keats, come è noto, espresse il suo rifiuto del Newto­nianismo in una strofa spesso ci­tata della sua Lamia.  Questo ge­nere di reazione era essenzial­mente dolorosa.  Lamentava il «disincanto del mondo», piange­va la scomparsa del soprannatu­rale che aveva come risultato la perdita di fascino della natura.  Gli antichi dei sono stati messi al ban­do e al loro posto ci rimane solo l'immaginazione.

Molti di questi poeti si rifugia­rono nelle proprie sensazioni pri­marie, corporali ed esterne. «Per una vita di sensazioni!» esclama­va Keats, intendendo che l'imme­diatezza di sensazione rappresentava un'area o un livello di esperienza umana che restava strettamente personale e poteva essere salvata dall'interferenza di una disinteressata indagine og­gettiva.  La protesta nei confronti di un mondo senz'anima e mec­canizzato poteva assumere la for­ma dello scoramento o sfociare in una frenesia di distruzione, di iro­nia arbitraria, oppure associare e combinare queste diverse reazioni.

(... ) Cerchiamo infine di deli­neare una risposta all'interrogati­vo generale cui è dedicata questa mattinata di dibattito.  Non vedo limiti agli straordinari progressi del sapere scientifico, né ragione alcuna per attribuirvi dei limiti.  Solo gli ingenui o i fanatici non sa­rebbero riconoscenti per la nuova immagine dell'universo in spazio e tempo fornita dagli astronomi.  Sir Martin ci ha mostrato che in­dagare l'universo significa per la scienza porre continuamente in discussione i propri metodi.  Con­temporaneamente dobbiamo ri­conoscere che la vera scienza si autolimita e non invade campi che esulano dalla giurisdizione dei rapporti causati e quantifica­bili.  Significa anche che il sapere scientifico non ha validità rispet­to ad alcune delle nostre maggio­ri ansie: quali scelte dobbiamo fa­re nella vita e con quali obiettivi?  Ovviamente tra le scelte che dob­biamo fare può esserci quella di contribuire al progresso scientifi­co e del modo di utilizzare gli enormi poteri che la scienza met­te a nostra disposizione.

La scienza, di certo, dovrebbe alienare la nostra capacità di comprensione.  Essa tuttavia non è abilitata a imporre delle scelte.  Ci indica i mezzi da utilizzare per raggiungere i nostri obiettivi e an­che le conseguenze che potrebbe­ro risultare dalle scelte che abbia­mo deciso di fare. Concordo con il filosofo francese Eric Weil quan­do dice che «La scienza è esente da valori, anche se si basa su dei valo­ri, tra i quali, piuttosto paradossalmente, uno dei più importanti è l'indipendenza dai giudizi di valore.  E la vita è guidata da valo­ri. La scienza ha dato forma al no­stro ambiente naturale e sociale e continua a farlo; in assenza di una scienza disinteressata sarebbe impossibile controllare la natura e la storia.  La scienza non ha mez­zi per dirci che cosa dobbiamo fa­re di questo controllo né se esso sia positivo o negativo in sé e per sé».  Non spetta alla scienza sco­prire valori al posto nostro, nep­pure il valore che le è proprio e che io considero uno dei più alti.

Lo sviluppo della scienza im­plicava il riconoscimento dell'u­niversalità della ragione umana.  Si accompagnava ad un senso della dignità umana e ad una sempre crescente consapevolez­za di una responsabilità nell'ap­plicazione del sapere scientifico.

Ma dignità e responsa­bilità non sono "fatti" che dipendono dalla di­mostrazione scientifi­ca, non ci viene insegna­ta la responsabilità co­me scienza in quanto ta­le. Le scienze umane, (filosofia, storia, scienza morale, giurisprudenza, pedagogia) devono dire la lo­ro. Ma sarebbero inefficaci se mancasse loro la consapevolezza dei cambiamenti portati dalla scienza nel nostro mondo.  Han­no un compito importante ai no­stri giorni: i loro rappresentanti ne sono all'altezza?  Hanno abbastanza influenza?  Prestiamo sufficiente attenzione alle loro istan­ze? Sono ulteriori interrogativi che si aggiungono a quelli che ho posto.  Li lascio aperti.
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