![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 MAGGIO 2002 |
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Il 9 Settembre del 1983 venne
pubblicato sul New York Times un
articolo che rivelava la lunghissima investigazione condotta segretamente
dall'Fbi su Albert Einstein. La
notizia, pubblicata dal quotidiano con un titolo a effetto («L'Fbi ha raccolto
un dossier su Einstein, spia coinvolto in un rapimento»), colpì l'attenzione di
Fred Jerome, consulente scientifico della Syracuse University e
collaboratore della pagina scientifica del giornale, il quale riuscì ad avere
accesso al dossier dopo essersi appellato al Freedom of Information Act. Iniziò da quel momento una ricerca
appassionata sull'attività dì spionaggio e disinformazione ordinata
personalmente da J.
Edgar Hoover, e sulle
parallele scelte politiche dello scienziato, il quale fu costretto a
contrastare questa umiliazione per ventidue anni: dal 1933, anno in cui
abbandonò definitivamente l'Europa
per gli Stati Uniti, fino
alla sua morte avvenuta nel 1955 a Princeton.
La passione con cui è stata
condotta la ricerca, che ha portato ad un interessante libro appena pubblicato
negli Stati Uniti (The Einstein
File. I.
Edgar Hoower war against the world most famous scientist, St.
Martin's Press, pagg. 358, $ 27.95), ha anche una dolorosa motivazione
personale:
il padre di Fred Jerome, carismatico militante del partito comunista
americano, fu imprigionato per tre anni durante il periodo più buio del
maccartismo. Una lettura odierna del
dossier suscita una reazione di disgusto ed ilarità: l'investigazione ventennale,
che tormentò quotidianamente l'esistenza dello scienziato, venne condotta con
una uguale dose di pressappochismo, paranoia e malvagità. Sin dai primi tempi i risultati si
rivelarono inconsistenti, ma riuscirono a frenare la passione politica di
Einstein e a rendere più prudenti le sue prese di posizione pubbliche.
Il
testo di Jerome ridimensiona drasticamente l'immagine dello scienziato geniale
e con la testa tra le nuvole, e documenta con molta precisione la sua
appassionata difesa dei diritti civili, la sincera amicizia con i leader della
comunità afro-americana e le coraggiose dichiarazioni fatte in occasione della
caccia alle streghe. Jerome sottolinea
come tutti questi aspetti della sua personalità, ed in particolare l'investigazione
da parte dell'Fbi, siano stati trattati con scarsa attenzione nelle oltre
trecento biografie scritte fino ad ora su Einstein, e racconta con piglio da
giornalista investigativo i tentativi di occultare le parti più imbarazzanti
del dossier dopo la morte dello scienziato.
In
una prima fase della ricerca, Jerome riuscì ad avere accesso ad un documento di
1400 pagine, che venne integrato da una successiva scoperta di altre 400
cartelle, ed infine completato con un'appendice di 200 pagine, nelle quali
venivano documentati i sospetti più improbabili: uno dei tentativi di
incastrare Einstein come spia sovietica era basato sull'accusa di usare
«tecniche di controllo della mente» nei confronti dei colleghi
scienziati. Talento apparentemente
manifestato in molte occasioni pubbliche e messo in opera da Einstein sotto la
pressione di un ricatto: sia un agente sguinzagliato da Hoover, che un
"informatore confidenziale" dichiararono di avere le prove che un
foglio dello scienziato era tenuto in ostaggio a Mosca.
Si deve anche a questa campagna
di denigrazione se Einstein non prese parte al Manhattan Project, e si deve
certamente al suo j'accuse contro il maccartismo se l'investigazione venne
rinforzata all'inizio degli anni Cinquanta, periodo in cui Hoover contemplò
seriamente l'ipotesi di farlo arrestare ed espellere dal paese. Dopo un primo momento di sconforto, lo
scienziato reagì a tanto accanimento manifestando con ulteriore fervore la
propria solidarietà nei confronti di personaggi come Paul Robeson e W. E. B. Du
Bois, e si trovò al centro di nuove investigazioni per essersi dichiarato pubblicamente
pacifista (soltanto in occasione della guerra contro la Germania prese una
posizione di intervento immediato) e aver condannato senza appello ogni forma
di linciaggio.
Agli
occhi di Hoover il suo credo liberal venato di un socialismo basato sul
rispetto di ogni diversità, era una pericolosa forma di comunismo, e non valse
a nulla una dichiarazione con cui Einstein riprese una famosa intervista al Times di London: «Non ho mai fatto
nulla per favorire il comunismo, e non ho alcuna intenzione di cominciare
adesso». Un articolo pubblicato nel
1949 sulla Monthly Review, nel quale sottolineava come un
sistema capitalista privo di regole portasse alle stesse aberrazioni dei regimi
comunisti («il peggiore male del capitalismo è la mortificazione
dell'individuo») non fece altro che peggiorare la sua situazione, e il famoso
appello al presidente Roosevelt affinché non facesse uso dell'atomica, lo fece
bollare come un sovversivo che viveva e lavorava nel cuore delle istituzioni
americane. Fortunatamente, il suo prestigio indiscusso e la solidarietà
offerta dal mondo intellettuale riuscirono a minimizzare il peso della
denigrazione, ma le pressioni da parte dell'Fbi divennero sempre più
intollerabili.
E' certamente inquietante,
prima ancora che paradossale, che l'Fbi abbia riciclato le accuse dei servizi
segreti nazisti: Hoover bolla il cenacolo di scienziati con cui cominciò a
riunirsi sin dagli anni Trenta come una «cellula comunista all'interno della
quale si nascondevano spie di Mosca» e chiede di investigare sulla
"cospirazione sionista", le cui prove erano offerte a suo avviso
dalla visita che fece a Chaiz Weizmann per finanziare una università di studi
ebraici a Gerusalemme. Le apparizioni
in pubblico con un altro personaggio accusato di comunismo come Charlie
Chaplin non fece altro che peggiorare la situazione, così come la decisione di
apparire in televisione insieme ad Eleanor Roosevelt per lanciare un appello
contro la bomba all'idrogeno.
Negli
ultimi anni le investigazioni andarono di pari passo con una serie di gesti e
prese di posizione interpretati da Hoover come provocazioni: Einstein si
fece ripetutamente fotografare con i principali esponenti della sinistra
americana (da Frank Kingdom a Henry A. Wallace, oltre al vecchio amico Patti
Robeson), ricevette con tutti gli onori a Princeton il professor William
Frauenglass, che si rifiuto di fare dei nomi di fronte alla commissione per le
attività antiamericane e definì il
razzismo come «la peggiore malattia dell'America».
Sono
gli anni nei quali Einstein rifiutò l'offerta di diventare Presidente dello
Stato d'Israele, difese pubblicamente i Rosenberg, e dichiarò, in uno dei
momenti più tesi della guerra fredda, che il primo motivo per cui aveva deciso
di abbandonare la Germania era stata la corsa verso la militarizzazione.
Le pagine del dossier rivelano che la sua fedele segretaria Helen Dukas fu a sua volta spiata a causa di un nipote che combatteva pubblicamente «contro ogni tipo di fascismo», e per aver suggerito allo scienziato di incontrare Pavel Mikhailov, viceconsole sovietico a New York. La pista si rivelò la più consistente tra quelle seguite dall'Fbi: la ricerca di una prova che lo incastrasse definitivamente dimostrò che all'incontro partecipò anche Margarita Konenkova, la moglie di un artista del Greenwich Village, che in effetti era sospettata da tempo di spionaggio. Gli uomini di Hoover cercarono di inchiodare la donna per distruggere Einstein, ma dopo infinite, e costosissime ricerche, non riuscirono a trovare nulla di concreto. Una lettera venduta recentemente all'asta da Sotheby smentisce definitivamente ogni possibile coinvolgimento della Konenkova e rivela parallelamente che gli investigatori, ossessionati unicamente dall'obiettivo politico, non si accorsero che Einstein e la donna erano amanti.