![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 MAGGIO 2002 |
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Un libro di Francesco Germinaro su Alain
de Benoist
EVOLA E GRAMSCI DUE PUNTI DI RIFERIMENTO
NIETZSCHE, CELSO E IL RITORNO AGLI DEI
PAGANI
A sessant'anni quasi compiuti
Alain de Benoist resta un problema teorico di non immediata soluzione. Tutti sanno che egli è un uomo di
destra. Anzi è il teorico della
"nuova destra", un movimento che ha radici in Francia e qualche
sponda in Italia. Sponda a dire il vero
assai frastagliata, composta di piccole case editrici che ne traducono i libri
e di riviste che accolgono i suoi articoli.
In particolare due: Diorama
letterario e Trasgressioni,
entrambe coordinate da Marco Tarchi che, credo, di de Benoist, sia amico ed
estimatore.
Dov'è il problema
allora? La "Nouvelle droite",
di cui appunto de Benoist è il teorico più autorevole - starei per dire forse
il solo - è un'esperienza che si stacca dalla destra classica, ne usa in parte
la strumentazione concettuale ma al tempo stesso non esita ad appropriarsi di
analisi svolte a sinistra. Ama il trasversalismo - può flirtare con Evola e
Gramsci - e cosa non irrilevante, ambisce a una egemonia culturale che,
storicamente, è stata esercitata dalla sinistra. Un programma ambizioso, non
c'è dubbio, condito da un'idea di paganesimo (Nietzsche e Celso), ma anche qualcosa
di più articolato se è vero che sull'elaborazione del suo pensiero esce un
libro molto attento di Francesco Germinaro: La destra degli dei (Bollati Boringhieri, pagg. 158, curo 18).
Due cose vanno qui accennate
preliminarmente. La prima è che
Germinaro sta, con molta credibilità, ricostruendo il complicato arcipelago
culturale della destra europea. Lo fa
soprattutto da un punto di vista concettuale, come è già accaduto con un libro
precedente dedicato a Julius Evola, e lo fa soprattutto senza demonizzare gli
argomenti che tratta. La seconda cosa è
che può suonare curioso che una casa editrice connotata per il suo impegno su
temi cari alla sinistra "sdogani" personaggi che in altri ambienti
democratici sono guardati ancora con sospetto.
La verità è che esperienze culturali anche diametralmente opposte,
convergono nella critica al liberismo e alla globalizzazione. Temi questi su cui da anni la casa editrice
torinese ha dispiegato il suo impegno.
Tutto
ciò a qualcuno potrà apparire contraddittorio, paradossale, misterioso. Ma non abbiamo forse ancora sotto gli occhi
quel pasticcio postmoderno rappresentato dalla figura di Pim Fortuyn,
libertario e intransigente, gay e razzista a un tempo? Ieri assistevo al nuovo
film di Francesca Comencini Carlo
Giuliani, ragazzo dedicato ai fatti di Genova, e alla
ricostruzione-racconto che la mamma di Carlo fa della sua morte. Il film andrà a Cannes. E' senza equivoci
quello che una volta si sarebbe detto un film di sinistra. Documento, più o
meno implacabile, di denuncia del sistema. Eppure. Non è difficile immaginare
che un film così in parte piacerebbe a
de Benoist. Gli slogan
antiglobalistici che permeano il movimento di Seattle sottendono una profonda
sfiducia verso la progressiva americanizzazione del mondo. Non è contro di essa
che il pensiero dell'intellettuale
francese si scaglia?
Invece
di analizzare l'impero esteriore - si pensi ai recenti approfondimenti di Toni
Negri e Michael Hardt - de Benoist si dedica alle conseguenze dell'Impero
interiore. Si rivolge agli effetti che
il monoteismo ha avuto sulla cultura occidentale e in particolare sull'Europa.
Si
tratta, per il teorico francese, di un punto capitale: monoteismo giudaico-
cristiano e totalitarismo fanno tutt'uno.
Il primo è l'archetipo religioso che ha consentito la nascita e
l'affermazione delle politiche totalitarie del Novecento. Di più.
Quali che siano le differenze storiche, l'esperienza totalitaria non
differisce nella sostanza dall'esperienza del liberalismo. Quest'ultimo, nella versione
dell'americanismo e al pari del comunismo e del nazismo, avrebbe la sua matrice
nel monoteismo.
Agli
occhi di de Benoist tutti i gatti diventano grigi. «Fra nazismo, comunismo e
fascismo, da un lato, e l'America dall'altro, la differenza consiste solo nel
grado di esasperazione e visibilità politica degli strumenti della dittatura». Un tale intreccio non fu ignorato del resto
da Adorno e Horkheimer che, nella
Dialettica dell'Illuminismo, colsero i pericoli totalitari insiti nella ratio
occidentale.
Junger e Heidegger a loro volta rilevarono quanto fittizia fosse la
divisione ideologica del mondo a fronte di una tecnica i cui effetti si dispiegano
a livello planetario.
Come
si vede de Benoist non è il solo e non è il primo ad aver colto gli effetti di
una progressiva omologazione delle società liberali, al punto da ricondurle a
una sorta di "totalitarismo dal volto umano". E non è difficile far risalire il suo
accentuato antiamericanismo a certe posizioni che la destra soprattutto
francese assunse tra gli anni Venti e Trenta.
I Céline e i Drieu La Rochelle vedevano nel paese di Roosevelt "la
faccia borghese del comunismo".
E de Benoist appare l'erede di questa tradizione. Senza il ribellismo
di Céline o la visione decadente di Drieu, ma pur sempre legato a una cultura
fortemente antipolitica.
Resta da chiedersi quanto le
sue analisi poggino su pure suggestioni teoriche o siano invece il frutto di
un effettivo riscontro sulle cose. Mi
pare che i dubbi che Germinaro solleva alla fine di questa sua disamina siano
largamente condivisibili. Vediamone in
conclusione, alcuni. Intanto il
totalitarismo. L'immagine che de Benoist finisce con
l'accreditare è quella di un'analisi interamente destoricizzata. I venti secoli che attraversano l'Occidente,
finiscono con il ridursi a una storia di totalitarismo. Il che è chiaro significa perdere di vista
specificità importanti. In secondo
luogo, individuare nel monoteismo e nel cristianesimo in particolare (definito
il Bolscevismo dell'antichità, San Paolo come Lenin!), la causa primaria dei difetti
dell'Occidente, alcuni effettivamente riscontrabili, induce a smarrire, o a
sottovalutare il senso della sua complessità e dell'articolazione interna.
Tutta
l'analisi di de Benoist è votata a una costante polemica contro l'universalismo,
di cui la sinistra è portatrice. Al quale egli oppone l'idea del differenzialismo
culturale. Non c'è anche
qui il rischio di finire nuovamente in quel razzismo biologico dal quale pure egli intende prendere le distanze? De Benoist ha rovesciato il paradigma di Rousseau: la natura crea gli uomini differenti, la sinistra vuole renderli eguali. Ma può essere la natura un principio di legittimazione delle differenze? E in che misura queste non diventano così fonte di vere ingiustizie?