RASSEGNA STAMPA

11 MAGGIO 2002
GIUSEPPE CANTARANO
Bergson e il pensiero «virtuale»

E' diventato ormai un trito luogo comune affermare che l'immagine ha preso il sopravvento sulla realtà.  Addirittura, l'ha completamente sostituita, si dice.  La nostra, osservava già Heidegger, è «l'epoca dell'immagine del mondo».  Per cui, distinguere i confini tra reale e immaginario risulta sempre più difficile.  Talvolta quasi impossibile.  Proprio perché il mondo vero - come annunciava Nietzsche - è diventato «favola».  Proprio perché l'apparenza - il sogno, per Calderon de La Barca - ha risucchiato dentro di sé la vita reale.  Se la nostra è stata chiamata «epoca neobarocca», è appunto perché la realtà - come nell'età barocca - si è rarefatta nella sua transitoria e ineffabile rappresentazione.  Insomma, quella che la metafisica definiva perentoriamente «sostanza», si è progressivamente declinata per intero nella forma. O meglio - come si esprimeva Gilles Deleuze - nelle differenti ripetizioni (copie) di una originaria sostanza metafisica (modello) di cui si sono ormai perse le tracce.  Può sembrare un ossimoro, ma l'espressione «realtà virtuale» allude esattamente al processo di dissolvenza del mondo reale.  Che si è ormai del tutto «spiritualizzato» nel platonico «mondo ideale».  All'interno del quale la nostra esistenza si trova a essere vertiginosamente sospesa.  E' tuttavia un errore credere che la nozione di «virtuale» sia frutto della contemporanea razionalità cibernetica.  La virtualità è, invece una scoperta, diciamo così, filosofica.  E' il grande filosofo francese Henri Bergson (1859-1941), nel famoso saggio Sulla molteplicità degli stati di coscienza.  L'idea di durata, a demolire l'illusione metafisica che concepisce la realtà come un fatto in sé compiuto e stabile.  Il saggio in questione, come si sa, è il secondo capitolo del Saggio sui dati immediati della coscienza, pubblicato ora da Cortina in una nuova traduzione di Federica Sossi (pagg. 156, euro 18).  Ciò che Aristotele chiama «potenza», secondo Bergson, non può esaurirsi completamente nell'«atto».  Se ciò accadesse, la realtà perderebbe quella intima pulsione che la sollecita incessantemente a divenire, a trasformarsi.  Se la «potenza» aristotelica si risolvesse interamente nella realizzazione dell'«atto», la realtà sarebbe condannata a un eterno e gelido presente.  Ci ritroveremmo pertanto a  vivere in un mondo privo di movimento.  In una realtà dove il povero Achille, conte abbiamo appreso dai manuali del liceo, non riuscirebbe mai a raggiungere la simpatica tartaruga, secondo l'ammonizione di Zenone. E allora, come salvare la realtà dalla sua raggelante pietrificazione cadaverica?  Svincolando il movimento dallo spazio, innanzitutto.  Per metterlo in rapporto invece con il tempo. Per metterlo in rapporto invece con il tempo.  E' questa la grandiosa intuizione di Bergson che influenzerà l'intera filosofia novecentesca.  E, in maniera diretta, l'opera letteraria di Proust.  Infatti, fino a quando il movimento resta imprigionato nello spazio, Achille evidentemente non potrà mai raggiungere la tartaruga.  Giacché la divisibilità infinita dello spazio riduce il movimento a una condizione di immobilità.  Ciò comporta, tuttavia, una diversa concezione del tempo.  Che non potrà essere quello esterno, istantaneo, omogeneo e quantificato dell'orologio, bensì quello interno, discontinuo, differente e qualitativo della «durata».  Ma che cos'è la «durata»?  La «durata», scrive Bergson, è la «forma assunta dalla successione dei nostri stati di coscienza, quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione fra lo stato presente e quello anteriore» (pag. 66).  Una definizione, come si vede, che potremmo senza alcun indugio utilizzare per descrivere le nostre odierne «esperienze virtuali» dentro il flusso metatemporale del cyber-spazio.  Esperienze in cui la «realtà» si dilata a tal punto da inghiottire simultaneamente il passato e il futuro.  Il non più e il non ancora.  La durata, in definitiva, schiodando il movimento dalla fissità inamovibile dello spazio geometrico (il prima e il dopo), restituisce alla realtà la «potenza» - la virtualità, diremmo noi oggi - creativa di diventare ciò che non è ancora.  Se perfino il linguaggio della fisica - oltreché quello della storia - oggi parla di «eventi» e non più di «fatti», lo si deve forse anche all'opera di Bergson.
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