![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 MAGGIO 2002 |
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A 500 anni
dalla nascita del grande matematico
Benché
tutti veniamo al mondo nello stesso modo, lo spettro dei possibili incipit di un'autobiografia è comunque
vasto. Tristram Shandy fece
iniziare la sua dal momento del concepimento, solitamente rimosso per ovvi
motivi. Altrettanto originale sarebbe
partire dai tentativi di aborto della propria madre e da uno sfavorevolissimo
oroscopo retroattivo, che prevedesse un essere mostruoso. Così fece nel De vita propria Gerolamo Cardano, che
«fu strappato dal grembo materno come morto» il 24 settembre 1501, ma «rinacque
con un bagno di vino caldo».
Se il buon giorno si vede dal mattino, non ci
possiamo stupire del resto della giornata: figlio illegittimo, maltrattato dai genitori,
a lungo impotente, ipocondriaco, masochista, misantropo, incline a incidenti,
balbuziente, polemico, Cardano ebbe sempre una gran fiducia in quelli che oggi chiameremmo
i suoi poteri paranormali. Nel suo
primo libro, appropriatamente intitolato Pronostico,
offre una serie di divinazioni alla breve.
E per tutta la vita si sbilanciò in oroscopi di personaggi famosi, dai
re ai papi .
Ma,
soprattutto, ebbe e descrisse quelli che noi classificheremmo come sintomi
isterici e schizofrenici, e che lui riteneva invece segni prodigiosi:
coincidenze significative, sogni premonitori,
visioni ipnagogiche, allucinazioni controllate, ronzii nell'orecchio, voci
inferiori, conoscenza innata delle lingue, sentore di incenso e zolfo.
Naturalmente,
queste cose succedono anche oggi, nei manicomi e nei conventi. Ma risultano più enigmatiche se riportate
da persone altrimenti sensate, quando non semplicemente geniali, come
Cardano. Il quale dichiarò più volte
di sentirsi guidato da un demone socratico, che l'avrebbe salvato in svariate
occasioni.
Questi
lati della personalità e della vita di Cardano sono analizzati nel bel libro Il
signore del tempo. I mondi e le opere di un astrologo del Rinascimento di Anthony Grafton
(Laterza), appena pubblicato. Ma essi
non esauriscono la complessità del personaggio, che fu anche uno dei grandi
scienziati del suo tempo.
Poiché
gli piaceva giocare ai dadi e alle carte, ma perdeva sistematicamente, decise
nel 1526 di dedicarsi alla teoria matematica dei giochi d'azzardo, con
maggior successo che nella pratica. Nel
De ludo aleae enunciò due teoremi
fondamentali di quello che oggi è il calcolo delle probabilità. Anzitutto, la regola per le probabilità congiunte,
che nel caso di eventi indipendenti si ottiene moltiplicando le probabilità
individuali. E poi, la legge dei grandi numeri: se si effettua un gran numero di tiri di dadi, e si
divide la somma dei numeri usciti per il numero dei tiri, si ottiene il valore
medio delle facce (tre e mezzo).
In
matematica il nome di Cardano è però legato soprattutto alla storia della
soluzione dell'equazione di terzo grado, che costituiva una vera e propria
sceneggiata italiana. L'ingarbugliata
vicenda incominciò nei primi anni del Cinquecento, quando Scipione del Ferro
risolse un problema considerato impossibile e trovò la formula risolutiva di
un caso speciale dell'equazione.
Del
Ferro tenne la sua scoperta segreta e la comunicò soltanto nel 1526, sul letto di
morte, ad Antonio Maria Fiore. Il quale incominciò, secondo il costume dell'epoca,
a sfidare a duello
aritmetico
i rivali. Nel 1535 fu il turno di Nicolò Fontana, detto Tartaglia perché da bambino
era stato ferito dai francesi, perdendo mascella e palato e rimanendo impedito
nel parlare.
Ma
non nel pensare, visto che "nella notte insonne" del 12 febbraio 1535
ritrovò da solo la formula di Del Ferro, e poté battere il Fiore con un
cappotto di 30 equazioni a zero.
Questa volta la notizia dell'esistenza
della formula si diffuse, e Cardano implorò Tartaglia per averla. La ricevette nel 1539 in versi, giurando
sul Vangelo che non l'avrebbe rivelata.
Nel 1542 Cardano venne a sapere che la formula era già stata trovata da
Del Ferro, e si ritenne svincolato dal giuramento. La pubblicò nel 1545 nel suo capolavoro, l'Ars Magna, in cui inserì un trattamento completo delle equazioni
di terzo e di quarto grado dovuto al suo allievo Ludovico Ferrari. Oltre a contenere la prima menzione dei numeri
complessi, considerati "inutili" da Cardano e indispensabili dai moderni,
il libro si concludeva con una speranzosa epigrafe: "Scritto in cinque
anni, possa durarne altrettante migliaia". Per cominciare, ne è già durato altrettante centinaia.
Tartaglia si infuriò e accusò
Cardano di plagio, anche perché l'Ars Magna
era piuttosto reticente sul suo contributo.
Ferrari scese in campo in difesa del maestro con una serie di Cartelli di matematica disfida, ai quali Tartaglia rispose per le rime. Dopo essersi reciprocamente richiesti
soddisfazione e quattrini, e sfidati alla soluzione di 31 problemi ciascuno, i
due si incontrarono il 10 agosto 1548 in una pubblica tenzone, che si concluse
con la fuga del povero Tartaglia e il suo licenziamento dall'insegnamento.
Questa
vicenda finì dunque in gloria per Cardano, e non fu l'unica. Il trattato Sulla sottigliezza, un'opera del 1550 che oggi definiremmo di
divulgazione scientifica, fu uno dei grandi successi editoriali del
Rinascimento. E' il libro che Amleto tiene in mano all'inizio del secondo atto,
quando Polonio gli domanda cosa stia leggendo e lui risponde: "parole,
parole, parole". O almeno così riferisce Calvino nel capitolo su Cardano
di Perché leggere i classici.
Fra
le tante cose, Sulla sottigliezza
contiene la descrizione di un'invenzione che, benché non dell'autore, da allora
fu associata al suo nome: il famoso giunto cardanico, che serve a trasmettere
la spinta del motore all ruota posteriore della moto, o al differenziale
dell'automobile, collegando fra loro assi non paralleli. O l'analoga
sospensione cardanica, che permette alla bussola di essere svincolata dal
rollio dell'imbarcazione, e che fu in origine inventata per portare a spasso l'imperatore
Carlo V senza agitarlo troppo.
Un
altro successo arrivò nel 1552, quando l'arcivescovo di Edimburgo mandò a
chiamare Cardano per farsi curare l'asma.
Fra le varie assurdità e ovvietà che questi prescrisse, dal far inalazioni
di acqua e latte al lavarsi almeno ogni morte di Papa (cosa, questa,
apparentemente sconosciuta in Scozia), egli intuì quella che oggi chiameremmo
la natura allergica dell'asma dell'arcivescovo: eliminati materasso e cuscini
di piume, seggendo sulle quali "in fama non si vien", il prelato
guarì e lo coprì d'oro.
La
fortuna scozzese durò poco, perché Cardano volle fare l'oroscopo all'arcivescovo
e al re, e lesse nelle stelle un futuro radioso per entrambi. Il primo fu impiccato quasi subito dai riformatori,
e il secondo mori di tubercolosi l'anno dopo.
Tornato precipitosamente in Italia, il medico si inimicò i colleghi
insultandoli e accusandoli di incompetenza.
Il vento
della sorte aveva comunque cambiato direzione, e le tragedie presero ad
accumularsi. Uno dei figli fu
giustiziato per aver avvelenato moglie e suoceri: una fine analoga a quella del
discepolo Ferrari, avvelenato dalla sorella.
L'altro figlio di Cardano era un delinquente, e il padre arrivò a diseredarlo. Lui stesso finì nelle grinfie dell'Inquisizione
per bestemmia astrologica, avendo questa volta calcolato l'oroscopo di Gesù
Cristo: un ottimo soggetto per queste cose, effettivamente, visto che di lui
si canta "Tu scendi dalle stelle".
Ma il Sant'Uffizio non gradì, e Cardano dovette scontare tre mesi di carcere e altrettanti di arresti domiciliari. In cambio della distruzione di centoventi dei suoi compromettenti trattati, nel 1573 il nuovo papa Gregorio XIII, che era stato suo collega all'università, gli assegnò una sospirata pensione. Che Cardano potè godere per poco, perché un'epidemia di peste se lo portò via il 20 settembre 1576: circa tre anni dopo la data che aveva prevista per la propria morte, in uno di quei non infallibili pronostici ai quali è dedicato l'affascinante libro di Grafton.