![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 MAGGIO 2002 |
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Dall'Europa un appello per chiedere sanzioni alla ricerca
scientifica in Israele. "Nature": inopportuno
"Non
boicottiamo gli scienziati israeliani". La principale rivista scientifica
europea Nature intitola così il suo ultimo editoriale in prima pagina.
Evidentemente le raccolte di firme intraprese da molti gruppi di scienziati
europei con l'obiettivo di bloccare le cooperazioni scientifiche con Israele
cominciano ad esercitare una certa pressione. "Ironicamente - prosegue
l'editoriale - la maggior parte degli scienziati israeliani sono di sinistra e
sostengono il processo di pace. Perché dovrebbero essere puniti per gli eccessi
dei loro leader politici?" Il concetto viene ribadito da una lucida e
polemica lettera di Mike Fainzilber del Weizmann Institute, che dice: "Una
sospensione del nostro stato di nazione associata alla Ue libererà il nostro
governo dagli obblighi di trasferire i nostri contributi finanziari alla Ue.
Poiché la libertà accademica e la ricerca accademica non sono certo fra le
priorità del governo Sharon, per usare un eufemismo, il risultato netto sarà un
colpo punitivo per gli scienziati israeliani (notoriamente non un gruppo
ciecamente filogovernativo), mentre si libereranno risorse che il governo
Sharon indirizzerà senza dubbio alla difesa". Il primo gruppo di
scienziati che aveva sentito l'esigenza di far sentire la propria voce di
fronte alla tragedia che si sta consumando in Medio Oriente era capeggiato da
Hilary e Steven Rose, della Open University (in Gran Bretagna) che ha
pubblicato un appello il 6 aprile sul quotidiano di sinistra inglese The
Guardian (http://www.guardian.co.uk/Archive/Article/0,4273,4388633,00.html). In
poco tempo l'appello ha raccolto diverse centinaia di firme. "Per quanto
strano possa sembrare - sostengono gli scienziati firmatari - molte istituzioni
culturali e di ricerca a livello nazionale ed europeo, soprattutto quelle
finanziate dalla Ue e dalla European science foundation, considerano Israele
come uno stato europeo a tutti gli effetti per quanto riguarda i finanziamenti
e i contratti (nessun altro stato mediorientale gode degli stessi
privilegi)". La moratoria che gli scienziati chiedono al sostegno verso
gli enti scientifici israeliani dovrebbe durare "fino a quando Israele non
si attenga alle risoluzioni dell'Onu e intraprenda seri negoziati di pace con i
palestinesi".
Jean-Marc
Lévy-Leblond, noto fisico francese dell'Università di Nizza, pochi giorni dopo
ha rilanciato l'iniziativa britannica fra i suoi colleghi, sottolineando che
l'appello inglese era stato sottoscritto già da molti scienziati di tutti i
paesi (Israele compreso). "L'attendismo ambiguo degli Stati Uniti e la
pusillanimità dell'Unione Europea lasciano il campo libero alle armi - scrive
Lévy-Leblond -. Eppure, come universitari e ricercatori europei, noi possiamo
esercitare una pressione sulle autorità israeliane".
Anche un
gruppo di ricercatori italiani ha deciso di scrivere un appello. Sono le
"Scienziate/i responsabili", del Cnr bolognese
(http://www.bo.cnr.it/www-sciresp/). "Come scienziate e scienziati
europei, esprimiamo la nostra profonda tristezza e costernazione per la
tragedia umana continuata che affligge le popolazioni israeliana e
palestinese", scrivono. E chiedono alle principali autorità italiane e
comunitarie di esercitare pressioni affinché Israele non rispetti solo le
risoluzioni Onu ("in particolare le n. 1397, 1402, 1403", elencano
minuziosamente i ricercatori italiani), ma anche le risoluzioni del Parlamento
europeo del 7 febbraio e del 10 aprile 2002 che esortano "tutte le parti
in causa a porre immediatamente fine a tutte le forme di violenza, in
particolare agli attacchi terroristici contro civili israeliani, alle
esecuzioni extragiudiziali compiute dalle forze di difesa israeliane e alla
massiccia distruzione delle infrastrutture di base nei territori palestinesi".
Massimo
Cappi, astronomo bolognese e uno dei promotori dell'appello, ci dice:
"Anche io condivido in parte le perplessità sollevate da Nature. Ma questa
iniziativa nasce dall'esigenza di fare qualcosa di fronte alla tragedia e alla
sofferenza di tutti. Forse sbagliamo in parte, ma è l'unica cosa che noi
scienziati europei possiamo fare. Il problema è che non vediamo appelli di
scienziati israeliani contro il governo, non vediamo iniziative dall'interno, a
parte quelle dei pochi disertori che comunque non esito a definire eroi. È
possibile che uno scienziato israeliano, numeri alla mano, non si renda conto
che da quando c'è Sharon al governo, la situazione è precipitata?" Ma
queste non rischiano di essere iniziative indiscriminate come quelle contro
l'Irak o contro la Serbia, che finiscono col colpire chi non c'entra nulla?
"No. Con queste iniziative non si colpisce tutta la popolazione. Si
colpiscono in fondo dei "privilegiati", su argomenti molto specifici.
Sono persone che dovrebbero essere più sensibili delle altre. È un po' come i
girotondi: la sinistra ha bisogno di scosse benefiche per svegliarsi".
Anche Giampiero Ruani, fisico da cui è nata l'idea dell'appello bolognese dopo un viaggio in Palestina con l'associazione Action for peace come trombettista della Banda Roncati, si dice d'accordo. "D'altra parte le stesse associazioni pacifiste israeliane (come Gush Shalom) sono favorevoli ai boicottaggi dei prodotti commerciali di cui non è chiara la provenienza (se dai territori occupati o da Israele). Vivendo da dentro quella situazione il senso di apartheid è tangibile. In Sudafrica in fondo i boicottaggi hanno funzionato. Ed è l'unica cosa che possiamo fare".