RASSEGNA STAMPA

3 MAGGIO 2002
FEDERICO UNGARO
I malati terminali non sono dei drogati

«Un passo in avanti, comunque ancora senza conseguenze concrete». E' questa l'opinione di Michele Gallucci, della Scuola italiana di cure palliative e dell'Unità di terapia del dolore dell'Ospedale di Desio, riguardo il voto del Consiglio regionale lombardo sull'uso terapeutico della cannabis.

Dottor Gallucci, che cosa ne pensa della decisione del Consiglio regionale lombardo?

«Sostanzialmente è una raccomandazione che invita il Governo ad occuparsi di un problema molto sentito e cioè l'utilizzo dei medicinali a base di cannabis per migliorare la qualità della vita dei malati terminali.  Si tratta di farmaci che potrebbero impedire il vomito e migliorare l'appetito dei pazienti, facendoli soffrire di meno.  E sbagliato però focalizzare il problema solo sulla cannabis».

Perché

«Perché poi inevitabilmente il dibattito si allontana dal problema centrale e imbocca la strada della liberalizzazione delle droghe leggere.  Questa però è una questione diversa e non c'entra niente: personalmente sono contrario alla libera­lizzazione, ma sono favorevole all'uso di tutti i farmaci disponibili che possano ridurre la sofferenza nei malati».

E quel è il problema centrale?

«Assicurare ai malati terminali una migliore qualità della vita, usando non solo la cannabis ma anche una gran­de quantità di sostanze chimiche oggi a disposizione.  Penso alle gocce di eroina disponibili in Canada: sono molto più efficaci della morfina e hanno meno effetti collaterali. Perché impedirne l'uso nella terapia del dolore?».

Probabilmente perché eroina, cannabis e altre sostanze vengono considerate come droghe più che come farmaci.

«Ed è questa la mentalità da cambiare.  I pazienti termi­nali hanno il diritto ad essere curati con farmaci che li facciano stare meglio, senza che per questo motivo vengano considerati come tossicodipendenti».
inizio pagina
vedi anche
Bioetica