![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 APRILE 2002 |
|
Dopo la sentenza choc che divide il Paese
Mons. Dal Ferro: "Così si nascondono sofferenza e
limiti"
"L'eutanasia
attiva, cioè l'iniezione letale praticata ad un malato terminale che ne abbia
fatto richiesta, è un reato. Omicidio, lo dice la legge. Anche se si dà ad un
malato del veleno che questi ingerisce da solo è reato, ovvero istigazione o
aiuto al suicidio. Non si può banalizzare su questi temi. La buona morte non è
affatto buona. Non è una questione di libertà, di tempi che cambiano, di dare
la possibilità ai malati terminali di porre fine alle loro sofferenze. Questa
sentenza che assolve un uomo che ha staccato il respiratore che teneva in vita
la moglie in coma non può e non deve considerarsi come la legalizzazione
dell'eutanasia. È importante che la questione sia affrontata con la massima
serietà, tenendo conto di tutte le componenti etiche, sociali, psicologiche,
medico-legali sul complesso tema dell'eutanasia".
Parla
Gianfranco Ronconi, presidente del Comitato di bioetica dell'Ordine dei medici
di Vicenza dove la questione eutanasia è stata affrontata a più riprese.
"Il
dibattito c'è, anche al nostro interno - ammette il prof. Ronconi -. Ma, anche
se da posizioni diverse, più o meno laiche, siamo arrivati alle stesse
conclusioni. Quali? L'eutanasia è un evento limite che si confronta con la vita
della persona e il diritto che l'uomo ha della propria morte. L'attuale società
si è fatta via via prigioniera di una scelta senza uscite: la piena salute o la
morte. Peraltro la morte si può gestire, ma non può esserci un medico che
diventa lo specialista della morte; sarebbe un controsenso. Staccare la spina
di chi conduce una vita solo vegetativa? Porre fine alle sofferenze di un malato
terminale di tumore? Sono ambedue casi limite, ma diversi. Non c'era comunque
bisogno di una sentenza per regolamentarli. L'eutanasia passiva indiretta
esiste già: quando una persona è clinicamente morta (e ci sono tutta una serie
di esami come elettrocardiogramma, potenziali evocativi, risonanza magnetica,
Pet ed altri riscontri per stabilirlo) è possibile staccare le macchine o
interrompere la nutrizione. Questa decisione coinvolge comunque l'interessato,
se ha lasciato in questo senso volontà scritte, i parenti o il tutore e i
medici. In questi casi si riunisce una commissione di medici che valuta modi e
tempi della decisione. Il codice deontologico dei medici prevede l'interruzione
delle cure e della vita artificiale quando queste vengono considerate
accanimento terapeutico. Diversa è invece l'eutanasia diretta, ovvero
un'iniezione (ma anche un farmaco non somministrato o qualsiasi altro tipo di
omissione nelle cure), che procurino la morte di qualcuno. Tra le diverse forme
di eutanasia quella che più di ogni altra solleva problemi è l'eutanasia attiva
su un soggetto consenziente, cioè l'eutanasia volontaria. Si tratta, in buona
sostanza, di un suicidio assistito. Personalmente penso che eutanasia attiva e
suicidio siano termini moralmente inaccettabili".
Il professor
Ronconi aggiunge, una dopo l'altra, argomentazioni contrarie all'eutanasia
attiva. Sottolinea che è fuorviante presentare l'eutanasia come una liberazione
e rivela che i pazienti che chiedono l'eutanasia, più che l'insopportabilità
del male fisico, rivelano sofferenza e solitudine psichica.
"La
morte è un limite, ma ci appartiene - conclude il presiedente del Comitato
bioetico dell'Ordine dei medici di Vicenza - Togliersi la vita, di fronte alla
morte, è non accettare questo limite. Veronesi sbaglia, questa non è una
sentenza storica. Permettere l'eutanasia significa alterare il ruolo della
società il cui compito è quello di difendere la vita di ogni cittadino,
stavolgere l'intima essenza della professione medica e, anche dal punto di vista
giuridico, chi può controllare la pratica di coloro che consapevolmente e
volontariamente decidono di morire; la maggior parte di queste persone, che
sono particolarmente onerose in senso economico e sociale, non saranno indenni
da pressioni varie circa l'esercizio del loro "diritto"". È
stata immediatamente definita una sentenza choc perchè potrebbe aprire le porte
all'eutanasia. A pronunciarla la Corte d'appello di Milano che ha assolto un
ingegnere di Monza accusato di aver ucciso la moglie in coma irreversibile.
L'ingegnere era entrato in ospedale con una pistola (scarica) e minacciando i
presenti aveva staccato la spina del respiratore, attendendo la morte della
moglie. L'uomo è stato assolto perché "il fatto non sussiste", non
c'è prova che si tratti di omicidio, Non è sicuro che la donna fosse ancora in
vita. In primo grado l'uomo era stato condannato a sei anni e mezzo.
La sentenza,
per la quale i giuristi attendono di conoscere le motivazioni, anche se non si
pronuncia sul diritto all'eutanasia, di fatto suscita un dibattito che si fa
subito acceso. Secondo l'ex ministro della Sanità, Umberto Veronesi, si tratta
di una sentenza di "importanza storica". Giudica positivamente la
sentenza anche il premio Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini. Reazioni
contrastanti e prese di posizioni contro l'eutanasia tra i medici, con richiami
al fatto che la decisione risulta in contrario alle norme deontologiche, ma
anche qualche personale concessione a considerare il singolo fatto nel nome
della pietà. Diviso anche il mondo politico. Anche a Vicenza, dove i pareri
sono sostanzialmente contro l'eutanasia, la sentenza fa discutere. (m.c.)
"Prima di pronunciarsi bisogna capire le motivazioni della sentenza. E
prima di parlare di eutanasia - dice mons. Giuseppe Dal Ferro componente del
Consiglio episcopale della Diocesi di Vicenza - bisogna capire se la donna era,
secondo la legge che regolamenta l'espianto degli organi, da considerarsi
tenuta in vita solo dal punto di vista vegetativo. In ogni caso se questo può
motivare il verdetto di assoluzione non si può certo dire che la sentenza
legittima l'eutanasia. Ci sono leggi e codici etici che specificano, si tratta
sempre e comunque di casi di morte cerebrale, quando e come "staccare la
spina". Altra cosa è l'eutanasia, ovvero dare la morte volontariamente.
C'è nella società una corrente che con motivazioni psicologiche diverse tende a
giustificare l'eutanasia e questa sentenza può essere usata emotivamente per
suscitare dibattito nell'opinione pubblica. Il problema non è adeguarsi ai
tempi che cambiano, ma quello di rispettare e accettare la vita sia che sia
comoda sia che sia scomoda. Un filosofo tedesco, Junger Habermas, peraltro
non propriamente vicino alla Chiesa, ha detto al proposito: "mi spaventa
l'idea che l'uomo diventi arbitro della vita. Il concetto di Dio è legato
all'amore, non così si può dire sempre dell'uomo". L'eutanasia come atto
d'amore, di estrema pietà nei confronti di chi soffre? Siamo sicuri che non sia
solo egoismo per non ammettere lo scandalo della morte e della sofferenza? E
poi, non si giustifica l'eliminare la sofferenza togliendo la vita. Sofferenza
e morte, secondo tutte le religioni del mondo, sono realtà naturali, un momento
che fa parte della vita e che qualifica la pienezza dell'uomo. Ma la società,
per come è impostata, sui valori che negano il dolore preferirebbe nascondere
la morte interrompendo la vita. Questo è inquietante. L'eutanasia non è
accettabile" Una posizione netta, inequivocabile che corrisponde
ovviamente al magistero della Chiesa. Ma anche su altri piani, su quello
tecnico-giurico, la decisione della Corte d'appello di Milano, suscita reazioni
accompagnate dal dubbio.
"Questa
sentenza mi ha sorpreso - ammette Lucio Zarantonello , avvocato vicentino
esperto in diritto penale -: in un primo tempo credevo che l'assoluzione
dell'uomo accusato di aver ucciso la moglie in coma per aver staccato il
respiratore fosse incentrata sull'elemento soggettivo. In altri termini se una
persona è in coma irreversibile il marito che stacca la spina non è certo mosso
dalla volontà omicida. Ma il ragionamento che motiva l'assoluzione (ovviamente
per capire il meccanismo della sentenza sarà indispensabile leggere le
motivazioni della sentenza) sembra essere diverso: i giudici sostengono che il
fatto non sussiste in quanto non c'era la prova che la donna fosse ancora in
vita. Se dal punto di vista umano posso sostanzialmente condividere la
decisione di assolvere l'uomo che ha staccato il respiratore della moglie in
coma, da quello giuridico ho dei dubbi. La legge, che è quella relativa agli
espianti per le donazioni degli organi, è precisa nel definire la morte clinica
e la morte naturale. In ogni caso, a questo punto, è innegabile che questa
sentenza apre sicuramente uno spiraglio verso l'eutanasia nel senso che fa
storia e ad essa, in casi simili, si potranno d'ora in avanti richiamare altri
giudici. Questo dibattito è appena aperto, è necessario approfondire seriamente
la discussione anche se dal punto di vista sociale, a mio avviso, il nostro
Paese non mi sembra ancora pronto per una legge sull'eutanasia".
Vicenza, su questo primo spunto di dibattito, sull'eutanasia vuole ancora capire, riflettere. Chi è per il no si schiera comunque apertamente. I favorevoli, ce ne saranno sicuramente anche qui, per ora non si sbilanciano.