![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 APRILE 2002 |
|
Un volume ripercorre le diverse linee di
ricerca sull'intelligenza artificiale e ne discute i presupposti epistemologici
La zecca, appesa a un ramo,
aspetta il passaggio di un mammifero del cui sangue ha bisogno per generare la
sua prole. Quando il mammifero arriva, si lascia cadere sulla
sua pelle e la fora per estrarne il sangue. Un comportamento detestabile (dal
punto di vista di noi mammiferi), ma certo razionale rispetto allo scopo (della
zecca). Eppure, la zecca non sa di
mammiferi né di sangue; si può dire che "aspetti" alcunché, e neppure
che "si lasci" cadere sull'animale di passaggio. Essa dispone di un rilevatore di acido
butirrico, presente nella pelle dei mammiferi: la rilevazione dell'acido fa
sì che le zampe della zecca allentino la presa su ramo, sicché l'insetto cade
sul mammifero, se ha fortuna). Il
contatto fisico innesca una fase di iperattività, in cui agisce un rilevatore
di calore. Identificata una fonte di
calore, la zecca inizia la perforazione e la raccolta del sangue. Insomma,
il comportamento della zecca deriva dall'azione di semplici meccanismi
indipendenti, ciechi a tutto tranne che al loro innesco; la zecca non ha una
"rappresentazione" del suo ambiente, non applica regole, non
pianifica azioni in vista di scopi espliciti.
I
roboticisti non-cognitivi, come Rodney Brooks, pensano che un robot debba
assomigliare a una zecca: l'efficacia del suo comportamento deve risultare
dall'azione di semplici meccanismi, che comunicano poco fra loro e non sono
coordinati da un sistema centrale di controllo, come era invece nella
robotica tradizionale. Mettiamo ad esempio di voler costruire un robot capace di raccogliere lattine
usate in un ufficio. Una volta si
sarebbe pensato che il robot doveva essere in grado di costruire una
rappresentazione complessa e analitica dell'ufficio, di riconoscere in questa
rappresentazione le lattine, di progettare un percorso nell'ufficio verso la
lattina identificata, e infine di raccogliere la lattina. Ma Herbert, il robot raccogli lattine di Brooks, non funziona affatto così. Herbert dispone di un meccanismo di
locomozione che lo fa vagare a caso per l'ufficio, di un meccanismo che gli
consente di evitare gli ostacoli, e di un sistema visivo molto semplice che lo
fa fermare ogni volta che viene rilevato un tavolo. Quando ciò sia avvenuto, un altro dispositivo scandisce la
superficie del tavolo, essendo in grado di rilevare la forma tipica di una
lattina. A quel punto, un braccio
meccanico esplora superficie e afferra la lattina. Dopodiché, si ricomincia. Tutto ciò non riguarda soltanto la
robotica. A partire dagli anni '80, molti hanno cominciato a pensare che certi
limiti della scienza cognitiva "classica" dipendesse dal fatto che
essa concepiva la mente come un sistema isolato; invece, dicevano questi
critici, la mente ha un corpo, e il corpo interagisce attivamente con un
ambiente fisico. Una prima e più nota conseguenza di questo atteggiamento è
stato l'avvento del connessionismo: le reti neurali sono dispositivi di
elaborazione che simulano l'architettura del cervello, nell'ipotesi che a
questo modo sia possibile riprodurre la flessibilità e robustezza che
caratterizzano i processi cognitivi umani.
La scienza cognitiva classica era legata all'idea dell'«indifferenza
dell'hardware»: i processi cognitivi sono definiti in termini funzionali, come
dispositivi astratti, che trasformano certi input
in certi output, e in linea di
principio possano essere realizzati da qualsiasi struttura materiale che abbia
la complessità richiesta. I connessionisti
sostengono invece che solo un dispositivo cerebriforrne è in grado di
realizzare le caratteristiche dei processi cognitivi umani e animali.
Un
altro nucleo di idee, più nuove e (per ora) più confuse, è legato agli slogan dell'«incorporazione» e della
«mente estesa». Quel che si vuol dire è
che i processi cognitivi sfruttano informazioni situate «al di fuori del
cranio»: nel corpo, nell'ambiente e nell'interazione tra corpo e
ambiente. Come il robot Herbert non
dispone di una rappresentazione "mentale" del suo ambiente, ma
sfrutta sistematicamente l'interazione tra i suoi sensori e il mondo reale
(nella retorica di Brooks, il robot «usa
come proprio modello il mondo»), così i nostri processi cognitivi non seguono
le strade, computazionalmente pesantissime, dei sistemi a regole e
rappresentazioni, ma prendono varie scorciatoie, cogliendo le possibilità di
semplificazione offerte dall'ambiente e modificandolo attivamente per
facilitare la soluzione di singoli problemi.
Esiste,
anche in traduzione italiana, un'ottima presentazione filosofica della scienza
cognitiva post-classica (A. Clark, Dare
corpo alla mente, McGraw-Hill 1999); ma non c'è, che io sappia, un altro
libro che, come quello di Massimo Marraffa («Scienza cognitiva. Un'introduzione filosofica», Cleup, Padova
2002, pagg. 232, euro 17,56), presenti e discuta insieme la scienza cognitiva
vecchia e quella nuova, sulla base di informazioni molto aggiornate e con
estrema precisione filosofica (nonostante il titolo, non si tratta davvero di
un'introduzione).
Marraffa polemizza con la retorica rivoluzionaria di molti seguaci del nuovo paradigma, che egli considera per molti aspetti integrabile nel vecchio; la mia impressione è che anche alcune delle formule che egli mostra di apprezzare abbiano un valore più che altro promozionale. Tuttavia, quello che i nuovi scienziati cognitivi "fanno" (al di là di quello che dicono di fare) è davvero interessante e importante, e Marraffa ha il merito di presentarlo nel modo più convincente.