RASSEGNA STAMPA

18 APRILE 2002
GIUSEPPE BEDESCHI
GLOBAL La profezia di Karl Marx

Una pagina del «Manifesto» prefigura il grandioso fenomeno giunto a maturazione negli ultimi decenni

In un saggio di Paolo Del Debbio si spiega perché il nuovo assetto mondiale sia positivo, anche per i Paesi più deboli

Da diversi anni a questa parte motti settori della sinistra (dai bertinottiani ai cossuttiani, al­le correnti dei Ds che ancora si richiamano al comunismo) hanno un nuovo demone da combattere, la globalizzazio­ne, la quale costituisce per lo­ro l'ultima congiura del capitalismo contro l'umanità lavora­trice.  Ci sarebbe da divertirsi a compilare un'antologia di tut­te le puerilità e di tutte le sciocchezze dette e scritte in questi anni, su questo argomento, dai nostri nostalgici del comunismo.

I quali evidentemente non ri­cordano (o forse non hanno mai letto) l'altissimo elogio che Marx nel Manifesto, scris­se a proposito della rivoluzione realizzata dalla borghesia e della sua dimensione mondia­le. «Essa per la prima volta ha mostrato - diceva Marx - che cosa possa l'attività umana.  Es­sa ha creato ben altre meravi­glie che le piramidi d'Egitto, gli acquedotti romani e le cat­tedrali gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le mi­grazioni dei popoli e le Crocia­te».  Il bisogno di sbocchi sem­pre più estesi per i suoi prodot­ti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre; sfruttando il mercato mondiale, essa ha re­so cosmopoliti la produzione e il consumo di tutti i Paesi.

«Con grande dispiacere dei reazionari», la borghesia ha tolto all'industria, la base na­zionale; al posto dei vecchi bi­sogni, a soddisfare i quali ba­stavano i prodotti nazionali, ha fatto subentrare nuovi biso­gni, che esigono i prodotti dei Paesi e dei climi più lontani.

«In luogo dell'antico isolamen­to locale e nazionale, per cui ogni Paese bastava a se stesso, subentra un traffico universa­le, una universale dipendenza delle nazioni l'una dall'altra.  E come nella produzione mate­riale, cosi anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle Singole nazioni diventano patrimonio comune».

In questa celebre pagina di Marx (celebre, naturalmente, per chi legge i classici, non per i nostri comunisti, che leggo­no assai poco e che nulla capi­scono del mondo nuovo che hanno intorno) è già prefigura­to quel grandioso fenomeno che è giunto a maturazione ne­gli ultimi decenni, e che viene oggi chiamato «globalizzazione».  Perché, e in che senso, es­so sia un fenomeno grandioso, ce lo spiega assai bene Pao­lo Del Debbio nel suo libro Global.  Perché la globalizzazione ci fa bene, fresco di stam­pa per i tipi di Mondadori (pagg. 208, euro 16). Un libro che ha anche il grande merito di esaminare i problemi socia­li del nostro Paese in rapporto agli enormi mutamenti con­nessi alla globalizzazione me­desima.

E' opportuno soffermarsi, in primo luogo, su alcune cifre. Sui mercati valutari mondiali

vengono oggi scambiati, ogni giorno, più di 1.500 miliardi di dollari, mentre viene scambia­to quasi un quinto dei beni e dei servizi prodotti ogni anno.  Dal 1986 ad oggi il commercio mondiale è aumentato di due volte e mezzo, raggiungendo gli oltre 11,2 trilioni di dollari,

e superando mediamente, la crescita stessa del Pil dei singo­li Paesi al loro interno.  E anco­ra: oggi 53mila multinaziona­li, con le proprie 450mila con­sociate, vendono in tutto il mondo 9,5 trilioni di dollari tra beni e servizi.  Le multina­zionali coprono almeno il 20 per cento della produzione mondiale e il 70 per cento del commercio globale.

La globalizzazione dell'infor­mazione, insieme a quella eco­nomica e finanziaria, comple­ta il quadro.  Nel 2001, attraver­so un solo cavo, si potevano trasmettere più informazioni di quante se ne potevano trasmettere su tutto Internet in un mese del 1997; oggi, su In­ternet, sono accessibili al pub­blico ben 2,5 miliardi di pagi­ne Web esclusive, e il loro nu­mero aumenta di 7.300.000 al giorno; Internet è passato dai 16 milioni di utenti del 1996 ai 400 milioni del Duemila, e nel 2005 potrebbe raggiungere 1 miliardo di utenti.  Nel 1999 la spesa mondiale per le tecnolo­gie dell'informazione e della comunicazione è stata di 2.200 miliardi di dollari, e secondo le proiezioni raggiunge­rà i 3mila miliardi entro il 2003.

Cifre impressionanti, diceva­mo, che danno tutta la dimen­sione del fenomeno della globalizzazione.  Ma, se le pagine di Del Debbio dedicate alla descrizione del fenomeno sono appassionanti, non meno sti­molanti sono quelle dedicate alle sue conseguenze. La glo­balizzazione infatti (per para­frasare il titolo del libro) ci fa bene o ci fa male? E' evidente che ci fa bene, perché essa è un formidabile volano per ac­celerare in progressione geo­metrica la produzione di beni, di servizi, di informazioni.  Del resto, essa ha portato a un au­mento esteso del reddito an­che nelle fasce che prima era­no più povere.  Si sono avute, certo, anche conseguenze ne­gative, come l'aumento di no­tevoli diseguaglianze di reddi­to, ma la maggioranza dei pro­blemi di esclusione di fasce di popolazione nei Paesi toccati dalla globalizzazione è dovuta a impreparazione dei destinatari (gli Stati nazionali) e non alla globalizzazione in quanto tale.

E qui si apre il discorso sul nostro Paese, che appare scar­samente attrezzato a usufruire dei vantaggi della globalizzazíone.  Basti pensare che - do­po anni di governo di sinistra ­siamo il Paese d'Europa in cui i trasferimenti dello Stato al settore più povero della popo­lazione sono maggiormente contenuti: il 30 per cento più povero riceve poco più del 10 per cento dei trasferimenti so­ciali contro il 30 per cento del­la media europea.  Di qui la ne­cessità di ridisegnare tutta la mappa del nostro sistema so­cio-economico e del nostro Stato sociale: ma ciò non si può fare senza rilanciare le im­prese e la produttività, senza smantellare un sistema rigido e ingessato che esclude larga­mente i giovani e i disoccupati dai benefici del nuovo dinami­smo economico.  Anche le pagi­ne di Del Debbio su questi pro­blemi cruciali si raccomanda­no per la loro lucidità, nel sol­co della nostra migliore pub­blicistica sociologico-politica, e per la loro passione civile.
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