![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 APRILE 2002 |
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Una pagina del «Manifesto» prefigura il
grandioso fenomeno giunto a maturazione negli ultimi decenni
In un saggio di Paolo Del Debbio si
spiega perché il nuovo assetto mondiale sia positivo, anche per i Paesi più
deboli
Da diversi anni a questa
parte motti settori della sinistra (dai bertinottiani ai cossuttiani, alle
correnti dei Ds che ancora si richiamano al comunismo) hanno un nuovo demone da
combattere, la globalizzazione, la quale costituisce per loro l'ultima
congiura del capitalismo contro l'umanità lavoratrice. Ci sarebbe da divertirsi a compilare
un'antologia di tutte le puerilità e di tutte le sciocchezze dette e scritte
in questi anni, su questo argomento, dai nostri nostalgici del comunismo.
I quali evidentemente non ricordano
(o forse non hanno mai letto) l'altissimo elogio che Marx nel Manifesto, scrisse a proposito della
rivoluzione realizzata dalla borghesia e della sua dimensione mondiale. «Essa
per la prima volta ha mostrato - diceva Marx - che cosa possa l'attività
umana. Essa ha creato ben altre meraviglie
che le piramidi d'Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; essa
ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le Crociate». Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per
i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre; sfruttando
il mercato mondiale, essa ha reso cosmopoliti la produzione e il consumo di
tutti i Paesi.
«Con grande dispiacere dei
reazionari», la borghesia ha tolto all'industria, la base nazionale; al posto
dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, ha
fatto subentrare nuovi bisogni, che esigono i prodotti dei Paesi e dei climi
più lontani.
«In luogo dell'antico
isolamento locale e nazionale, per cui ogni Paese bastava a se stesso,
subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l'una
dall'altra. E come nella produzione
materiale, cosi anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle Singole
nazioni diventano patrimonio comune».
In questa celebre pagina di
Marx (celebre, naturalmente, per chi legge i classici, non per i nostri
comunisti, che leggono assai poco e che nulla capiscono del mondo nuovo che
hanno intorno) è già prefigurato quel grandioso fenomeno che è giunto a
maturazione negli ultimi decenni, e che viene oggi chiamato «globalizzazione». Perché, e in che senso, esso sia un
fenomeno grandioso, ce lo spiega assai bene Paolo Del Debbio nel suo libro Global.
Perché la globalizzazione ci
fa bene, fresco di stampa per i tipi di Mondadori (pagg. 208, euro 16). Un
libro che ha anche il grande merito di esaminare i problemi sociali del nostro
Paese in rapporto agli enormi mutamenti connessi alla globalizzazione medesima.
E' opportuno soffermarsi, in
primo luogo, su alcune cifre. Sui mercati valutari mondiali
vengono oggi scambiati, ogni
giorno, più di 1.500 miliardi di dollari, mentre viene scambiato quasi un
quinto dei beni e dei servizi prodotti ogni anno. Dal 1986 ad oggi il commercio mondiale è aumentato di due volte e
mezzo, raggiungendo gli oltre 11,2 trilioni di dollari,
e superando mediamente, la
crescita stessa del Pil dei singoli Paesi al loro interno. E ancora: oggi 53mila multinazionali, con
le proprie 450mila consociate, vendono in tutto il mondo 9,5 trilioni di
dollari tra beni e servizi. Le multinazionali
coprono almeno il 20 per cento della produzione mondiale e il 70 per cento del
commercio globale.
La globalizzazione dell'informazione,
insieme a quella economica e finanziaria, completa il quadro. Nel 2001, attraverso un solo cavo, si
potevano trasmettere più informazioni di quante se ne potevano trasmettere su
tutto Internet in un mese del 1997; oggi, su Internet, sono accessibili al pubblico
ben 2,5 miliardi di pagine Web esclusive, e il loro numero aumenta di
7.300.000 al giorno; Internet è passato dai 16 milioni di utenti del 1996 ai
400 milioni del Duemila, e nel 2005 potrebbe raggiungere 1 miliardo di
utenti. Nel 1999 la spesa mondiale per
le tecnologie dell'informazione e della comunicazione è stata di 2.200
miliardi di dollari, e secondo le proiezioni raggiungerà i 3mila miliardi
entro il 2003.
Cifre impressionanti, dicevamo,
che danno tutta la dimensione del fenomeno della globalizzazione. Ma, se le pagine di Del Debbio dedicate alla
descrizione del fenomeno sono appassionanti, non meno stimolanti sono quelle
dedicate alle sue conseguenze. La globalizzazione infatti (per parafrasare il
titolo del libro) ci fa bene o ci fa male? E' evidente che ci fa bene, perché
essa è un formidabile volano per accelerare in progressione geometrica la
produzione di beni, di servizi, di informazioni. Del resto, essa ha portato a un aumento esteso del reddito anche
nelle fasce che prima erano più povere.
Si sono avute, certo, anche conseguenze negative, come l'aumento di notevoli
diseguaglianze di reddito, ma la maggioranza dei problemi di esclusione di
fasce di popolazione nei Paesi toccati dalla globalizzazione è dovuta a
impreparazione dei destinatari (gli Stati nazionali) e non alla globalizzazione
in quanto tale.
E qui si apre il discorso sul nostro Paese, che appare scarsamente attrezzato a usufruire dei vantaggi della globalizzazíone. Basti pensare che - dopo anni di governo di sinistra siamo il Paese d'Europa in cui i trasferimenti dello Stato al settore più povero della popolazione sono maggiormente contenuti: il 30 per cento più povero riceve poco più del 10 per cento dei trasferimenti sociali contro il 30 per cento della media europea. Di qui la necessità di ridisegnare tutta la mappa del nostro sistema socio-economico e del nostro Stato sociale: ma ciò non si può fare senza rilanciare le imprese e la produttività, senza smantellare un sistema rigido e ingessato che esclude largamente i giovani e i disoccupati dai benefici del nuovo dinamismo economico. Anche le pagine di Del Debbio su questi problemi cruciali si raccomandano per la loro lucidità, nel solco della nostra migliore pubblicistica sociologico-politica, e per la loro passione civile.