![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 APRILE 2002 |
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In una società senza conflitti non ci sarebbe più la politica
Il filosofo francese nel suo saggio giustifica i conflitti armati
per cause giuste. A cominciare da quello contro gli integralisti islamici
In una società senza conflitti non ci sarebbe più la politica
E se in
tutto il mondo, un bel giorno, scoppiasse la pace perpetua? Secondo
Bernard-Henri Lévy («I dannati della guerra», Il
Saggiatore, pagine 283, euro 17,00) non ci sarebbe di che esultare. Vorrebbe dire che la Storia è
finita. Niente più crisi né progresso. Fine delle grandi battaglie legate alla
Politica. Dietro una simile utopia si nasconderebbe soltanto un'ultima
pericolosa illusione, forse la spia di una malattia dell'umanità. Perché la
guerra, sostiene, è eterna: proprio come il Male. Forse la causa è freudiana,
un'incontrollabile pulsione di morte. Forse la maledizione è di origine divina.
Comunque sia, l'ultimo saggio del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, sempre
più a suo agio nei panni del maître-à-penser ufficiale, interprete
semiautorizzato delle idee di Sartre e Foucault, è uno schiaffo sonoro
stampato sulle gote dei pacifisti. Il titolo della sua raccolta di articoli
richiama una condizione umana non proprio tale da indurre all'ottimismo e suona
così: I dannati della guerra . Intendendo con questo che alla violenza e alla
sopraffazione non si potrà mai mettere fine. Tanto vale prepararci a combattere
in difesa di ciò che riteniamo giusto.
Oggi, ad
esempio, la civiltà Occidentale val bene una guerra contro l'integralismo
islamico. Ma anche rivolgendoci al passato prossimo, un comprensibile ideale di
giustizia ha legittimato l'intervento militare alleato in Jugoslavia per
contrastare la pulizia etnica dei serbi. Domani, potrebbe avvenire lo stesso in
Sudan, in Iraq, in Ruanda... ci potranno sempre essere guerre combattute a fin
di bene. Purché la smettiamo di illuderci sugli esiti finali: la natura umana
contiene in sé la dimensione del Male. Non si potrà mai far luce nei nostri
cuori di tenebra.
Dunque,
tutti alla guerra con Henri-Lévy, purché non la si intenda soltanto in senso
letterale, a base di Stealth e missili intelligenti. La mobilitazione cui fa
appello il filosofo è soprattutto intellettuale, morale: un modo per accettare
la sfida dell'11 settembre, respingendo la tentazione (che per la verità sembra
aver già fatto ormai il suo tempo) di un disarmo unilaterale del mondo libero,
conseguente alla fine del comunismo.
Di nuovo The
West versus The Rest , ovvero l'Occidente contro tutti? Non proprio. Lévy dà
voce a quello che potremmo definire un bellicismo progressista, molto
presentabile e dal volto umano. L'Islam, il nemico assoluto secondo i teorici
degli "scontri fra civiltà", diventa per lui un amico-nemico,
sdoppiato: c'è un Islam laico con cui è possibile convivere, come quello
bosniaco o senegalese, oppure riformatore alla Ataturk o nazionalista alla
Nasser; e un altro Islam, quello dei Fratelli musulmani o di Bin Laden o della
setta dei wahbabiti, con il quale si può ragionare soltanto sulla punta dei fucili.
Per cui occorre studiare bene il nemico, ammonisce Lévy, prima di proclamare
una guerra. E stare attenti a non "satanizzare l'Occidente",
trasformarlo cioè in un campo ideologico compatto in cui tutti diventano buoni
e amici nel momento in cui accettano di accodarsi alla guerra santa. La fede in
Maometto e l'ideologia di Al Qaeda sono cose diverse; alla prima deve essere
garantita piena libertà di espressione e culto; l'altra, simile a un frutto
velenoso, è necessario estirparla dal tronco sano della pianta.
Secondo
Bernard-Henri, insomma, negli anni a venire ci sarà un gran lavoro da fare
anche per gli intellettuali e non solo per i generali. A cominciare da una
mobilitazione morale perché non passino sotto silenzio le guerre dimenticate .
Il che si può esprimere in un triplice impegno: anzitutto difendendo i civili e
gli innocenti dalle violenze e atrocità degli eserciti; giudicando e punendo,
poi, i criminali di guerra che non rispettano le norme internazionali;
schierandosi infine, ogni volta che è possibile, dalla parte delle vittime e
non dei carnefici. E quando il confine fra le une e gli altri si fa sottile,
come in Burundi o nello Sri Lanka? Non bisogna stancarsi di sostenere le idee
di libertà e diritto, osserva Lévy, perché nonostante tutto "esse
esistono".
Ecco: l'idea di contrapporre i "guerrieri del pensiero", gli intellettuali, ai guerrieri armati di missili e kalashnikov non potrebbe essere in realtà un'altra illusione? A Henri Lévy probabilmente il rischio non sfugge. Ma di fronte ai "buchi neri" della storia, come lo sguardo vuoto dei kamikaze amanti della morte, sceglie piuttosto la parte del donchisciotte.