![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 APRILE 2002 |
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“E' un vero
delitto contro l'umanità tormentare i poveri alunni (...) per assicurarsi che
essi sappiano cose che la generalità del pubblico istruito ignora". Questa
dichiarazione "Contro gli esami", apparsa su Torino nuova il 17
agosto 1912, non è di qualche "arrabbiato" rappresentante del popolo
degli studenti, bensì di una gloria della matematica italiana, Giuseppe Peano
(1858-1932). Nato a Spinetta, in quel di Cuneo, fondatore (1891) della Rivista
di matematica , docente dal 1890 di Analisi infinitesimale all'Università di
Torino, si era ben presto imposto all'attenzione degli esperti per un
fondamentale teorema nel campo delle equazioni differenziali ordinarie
("teorema di Peano-Jordan"), per un raffinamento delle nozioni di
area e di volume ("teoria della misura di Peano-Jordan"), nonché per
una rigorosa disamina del concetto di dimensione (avendo egli esibito una
"sorprendente" curva "di lunghezza infinita" che
"riempie" un intero quadrato - curva che oggi è nota come "curva
di Peano" e che costituisce un bell'esempio di "oggetto
frattale"). Doveva, però, diventare una celebrità internazionale
soprattutto per i suoi lavori di logica. Tre di essi, e più precisamente
Arithmetices principia, nova methodo exposita (1889, che contiene i famosi
assiomi dell'aritmetica), I principi di geometria logicamente esposti (1889) e
i Principii di logica matematica (1891), vengono ora ripresentati al largo
pubblico in un elegante volumetto della Biblioteca Aragno diretta da Emanuele Severino,
con una lucida e ricca introduzione di Piergiorgio Odifreddi (Nino Aragno
editore, pp. 157, euro 12,39). Le pagine dense di simboli, che agli occhi del
profano potrebbero assumere i tratti di un'enigmatica stele mesopotamica, non
celano in realtà alcun mistero. L'idea di Peano è semplice e chiara, e
racchiude un genuino intento filosofico. Riprendendo le "analogie tra le
operazioni dell'algebra e quelle della logica" indicate a suo tempo dal
grande Leibniz (1646-1716). Peano intendeva evidenziare come "la logica
deduttiva" fosse diventata, al pari dell'"algebra ordinaria",
parte di un più generale "calcolo delle operazioni". L'unico ostacolo
per concludere degnamente tale disegno era rappresentato da quella che nel suo
latino egli chiamava "sermonis ambiguitas", ossia "l'ambiguità
del discorso". Solo purgando il linguaggio comune (che persino i
matematici sono costretti a usare!) da qualsiasi "indeterminatezza"
si possono ottenere "rigore e semplicità".
È in questo
corpo a corpo con il linguaggio che va inquadrato il progetto del Formulario
mathematico (1895-1908), l'opera (mai portata realmente a termine) in cui
dovevano comparire "tutte le proposizioni conosciute, tutte le
dimostrazioni, tutti i metodi" della matematica. L'ultima edizione (per la
cronaca, la quinta) racchiudeva in poco più di 460 pagine gli enunciati e le
dimostrazioni di ben 4.200 teoremi, espressi in "simbolismo logico" e
commentati con una lingua, il "latino sine flexione", che Peano aveva
costruito eliminando dal latino insegnato a scuola declinazioni e coniugazioni
che giudicava "eccessive e inutili". Come osserva Piergiorgo
Odifreddi, Peano "adottò via via la sua nuova lingua, dapprima per i
lavori matematici, e poi per le lezioni. A questo punto un professore che
insegnava la logica invece che l'analisi, parlando in latino sgrammaticato
invece che in italiano, aveva superato i limiti".
Malvisto dai colleghi, Peano doveva incorrere nelle censure anche di qualche filosofo che ironizzava sulla "nullità filosofica" dei suoi "nuovi congegni". Le parole sono del solito Benedetto Croce (1866-1952), vero monumento di arretratezza epistemologica. Più o meno negli stessi anni Bertrand Russell (1872-1970) salutava in Peano il portatore di un modo di pensare destinato a prospettare in forma nuova la pratica matematica, dando al contempo una grande lezione di illuminismo filosofico. E oggi quei "congegni", raffinati dal paziente lavoro di specialisti, sono alla base dei travolgenti successi della computer science. Ironia della storia: contro i troppo seriosi censori, l'unica arma è il riso. Nel racconto di Odifreddi, Giuseppe Peano "morì ridendo la notte del 20 aprile 1932, mentre raccontava alla moglie un film che l'aveva molto divertito, visto nel pomeriggio, di ritorno a casa dopo una delle sue singolari lezioni".