![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 APRILE 2002 |
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Inflessibile contro monopoli e protezionismi, ma anche contro
disuguaglianza e povertà
Gli studi
recenti su Ernesto Rossi cominciano dal 1998, con il convegno dei radicali
nella casa penale di Verbania dove Rossi iniziò la sua lunga carriera di
carcerato irriducibile. Gli atti di
quel convegno sono ora pubblicati ("Ernesto Rossi economista, federalista,
radicale", a cura di Lorenzo Strik Levers, ed. Marsilio, pagg. 264, euro 20,66), con un'introduzione della
battagliera Emma Bonino ("essere liberali significa essenzialmente
essere dei combattenti"), un denso saggio iniziale di Lorenzo Strik Levers
e diversi contributi che ripercorrono l'opera di Rossi anticlericale (I1
manganello e l'aspersorio), europeista (il manifesto di Ventotene),
antifascista (Elogio della galera), capolavoro di quel genere epistolare che è
la letteratura carceraria seguito nel 2001 da Nove anni sono molti curato per
Bollati Boringhieri da Mimmo Franzinelli).
Una sezione del convegno si occupò del Rossi economista, che secondo
Carlo Pelanda tentava di "prendere ciò che funziona sia del liberismo
sia del socialismo senza dogmatismi".
La contiguità del pensiero di Ernesto Rossi con il liberal socialismo è
sostenibile, ma prima e durante la carcerazione il suo pensiero economico si
era formato sul liberalismo classico di Pareto, Robbins, Marshall, Einaudi, De
Viti, De Marco. E allo stretto
sodalizio con Luigi Einaudi, Rossi si attenne nell'Italia liberata con la sua
integerrima opera di presidente dell'Arar, l'azienda per il recupero e l'alienazione
dei residuati di guerra, di cui dà conto Enrica Basevi nel libro sul
saccheggio dell'argenteria ebraica I beni e la memoria (ed. Rubbettino 2001).
Ernesto
Rossi fu un liberista inflessibile contro i monopoli, i protezionismi, le
baronie economiche. Fu tra i primissimi
a sostenere che per "conseguire ogni prodotto nel luogo in cui è possibile
ottenerlo a un costo relativamente minore" occorreva partire dal mercato
unico europeo. Avversario
dell'inevitabile tirannia burocratica del comunismo, non condivideva neppure
la, superstizione ideologica verso la presunta "armonia creata
spontaneamente dalle forze economiche": ma riteneva che, mentre è
difficile se non impossibile migliorare l'efficienza produttiva dei sistemi
socialisti, è possibile e giusto migliorare gli effetti sociali dei sistemi
capitalisti. La sua visione sociale era del tutto laica, aliena dalla
sensiblerie caritatevole perché "la carità non è giustizia". Riconosceva alla sfera politica l'obbligo di
garantire quei diritti sociali che sono precondizione per l'esercizio degli
stessi diritti civili e si pose già negli anni del carcere il problema del modo
in cui dopo la guerra l'Italia avrebbe dovuto elirninare, in forme rispettose
delle dignità degli assistiti, la "striscia della miseria" che
sussiste sul margine esterno della società capitalistica.
Ancora in
carcere lesse Pigou e Beveridge e studiò l'antica legislazione inglese sul
pauperismo, che, nella prima metà dell'Ottocento aveva appassionato il giovane
Cavour. Da quelle fonti ricavò Abolire
la miseria, il libro del 1945 ripubblicato soltanto. nel 1977 (a dieci anni
dalla morte dell'autore) da Paolo Sylos Labini, che ha curato adesso la nuova
ristampa presso Marsilio.
Abolire la
miseria è un piano radicale di protezione sociale scritto da un liberista. L'idea di fondo, simile al contratto sociale
dei Webb, è di abolire la miseria con la fornitura gratuita dei beni e servizi
essenziali per un minimo definito di vita civile senza regalare nulla a nessuno
e senza sopprimere le "ineguaglianze salutari" che devono restare fra
pigri e laboriosi, inetti e capaci. E' un'idea che si riscontra anche nei
liberisti classici, ad esempio nel livello minimo uniforme di reddito garantito
in Hayek. Ma Ernesto Rossi vi
aggiungeva di suo un progetto piuttosto utopico, preso a prestito dal servizio
di sussistenza degli eserciti in tempo di guerra: la trasformazione in tempo di
pace del servizio militare di leva in servizio civile obbligatorio per tutti i
giovani di entrambi i sessi, organizzati in un "esercito del lavoro"
da destinare alla produzione dei beni di consumo primari. Alla scuola (gratuita per tutti e in tutti i
gradi) ed al servizio sanitario pubblico si sarebbe così aggiunta la fornitura
gratuita a tutti i richiedenti di alloggi popolari, vitto in ristoranti
pubblici, vestiario standardizzato.
Lo stesso
Rossi ammetteva di non sentirsi "ancora preparato" ad articolare il
suo progetto, che in realtà avrebbe comportato pesanti effetti di
collettivizzazione. Nel saggio sulla
sicurezza sociale scritto da Rossi per il Dizionario di economia di Napoleoni
(1956), l'esercito del lavoro non compare più.
Ma in tempo di eserciti professionali, il servizio civile immaginato da
Ernesto Rossi può offrire in parte una suggestione utile per i beni e servizi
pubblici dedicati alla persona e all'ambiente, che sono ai margini del mercato
per il costo incomprimibile derivante dall'alta intensità di lavoro.
Nell'introduzione di Paolo Sylos Labini la figura di Ernesto Rossi ritorna nella linea di continuità con Salvemini e nella nobiltà intellettuale, secondo la definizione di Salvemini, dei "pazzi malinconici", che prediligono le battaglie impossibili.