![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 APRILE 2002 |
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"L'economia dell'attenzione", un libro di due studiosi
statunitensi sulla crisi della new economy
L'occhio distratto L'ultima frontiera di economisti e sociologi
dell'organizzazione: carpire l'attenzione dei lavoratori
Nuove oppressioni L'impresa è un strano ibrido tra un
organizzazione politica e un ufficio pubblicitario
Lo spamming
è uno dei pegni da pagare alla diffusione di Internet. Infatti, chi si collega
alla rete incorre sempre più spesso in messaggi di posta elettronica inviati da
questa o quell'impresa che vuol pubblicizzare i propri prodotti. Quando il loro
numero supera una certa soglia, ogni messaggio perde ogni potere persuasivo e
viene cestinato senza troppi complimenti. Ma la e-mail è, suggerisce una
recente inchiesta, anche un ostacolo alla produttività individuale, perché fa
perdere tempo, nonostante il fatto sia considerata uno strumento utile per
comunicare sia all'interno che all'esterno dell'impresa. La posta elettronica è
uno degli spunti usati da due economisti americani, Thomas H. Davenport e
John C. Deck, per spiegare L'economia dell'attenzione (Il sole24ore, pp. 258,
29.99 euro), cioè quell'insieme di tecniche di governo della forza-lavoro e di
riflessione sulla crisi della new economy che suscita molto interesse al di là
dell'Oceano. Di Thomas Davenport il lettore italiano può apprezzare anche il
suo precedente lavoro (Il sapere al lavoro, Etas Kompass), dove venivano messe
a fuoco le nuove caratteristiche dell'economia capitalistica, cioè il ruolo
cruciale assunto dalla conoscenza e dal sapere sociale nella produzione di
merci contemporanea. Questo volume può essere considerato l'evoluzione di
quella proposta analitica, perché affronta il limite rappresentato proprio
dall'aumento dell'entropia comunicativa provocato dall'uso pervasivo della
conoscenza en general nel processo lavorativo.
Tuttavia,
L'economia dell'attenzione non è un libro né di economia né di teoria
dell'organizzazione. Semmai è una rassegna della crisi del pensiero economico
nello spiegare la crisi della new economy. Infatti, i due autori sostengono che
l'aumento delle tecnologie digitali nella vita sociale incontra il suo limite
nella natura umana, cioè nella capacità del cervello di elaborare una così
elevata quantità di informazioni. E non è quindi un caso che Davenport e Beck
facciano ricorso alla psicologia cognitiva per spiegare i meccanismi
dell'attenzione. Inoltre, accanto ai limiti biologici dell'attenzione esistono
anche quelli sociali. Anche in questo caso ci sono fattori imponderabili che
attengono all'istinto di conservazione e di riproduzione della specie. Elementi
che costringono i due autori a stilare una tassonomia dei bisogni sociali che
condiziona l'attenzione individuale nei confronti di un evento, sia che si
tratti della lettura di un testo che dell'ascolto di un discorso che della
visione di un'immagine. Oltre che del rispetto di vincoli organizzativi e di
adesione alle strategie imprenditoriali dell'impresa in cui si lavora. In una
economia sempre più caratterizzata da tecnologie della comunicazione e dalla
progressiva "smaterializzazione" del processo produttivo, l'attenzione
diventa quindi l'ultima frontiera per il comando di impresa per sottoporre al
suo controllo la forza-lavoro. Di questo ne sono convinti i due autori, che non
nascondono il fatto di essere dei sostenitori convinti dell'economia
capitalistica. Da qui alla proposta di applicare all'organizzazione produttiva
le tecniche della manipolazione pubblicitaria per catturare l'interesse del
lavoro vivo il passo è quindi breve. E se questo è possibile all'interno del
processo lavorativo è tanto più necessario all'esterno dell'impresa, visto che
l'ambiente in cui opera è turbolento, altamente competitivo e segnato dal quel
fenomeno che i due autori chiamano "l'individualizzazione di massa".
Quest'ultima è sicuramente un'espressione contraddittoria, perché evoca il
principio di individuazione e, al tempo stesso, lo considera l'unico criterio
per comprendere comportamenti collettivi, tanto di resistenza al comando di
impresa che di subalternità. L'ambivalenza dell'espressione pone perciò
problemi "politici" ai due autori.
Che sono
presto detti. Il controllo della forza-lavoro non è mai dato per scontato,
perché è proprio l'aumento dell'entropia della comunicazione sociale che
determina il limite dell'attenzione. Per questo Davenport e Deck propongono
l'istituzionalizzazione delle tecniche pubblicitarie volte a conquistare
l'attenzione della forza-lavoro. Questo comporta, per il comando di impresa,
una conseguenza imprevista, cioè la crescente socializzazione della decisione:
per costruire consenso attorno all'impresa o alla rete produttiva, innanzi
tutto. Il funzionamento dell'impresa è quindi ridotto a un ibrido: da una parte
organismo politico, dall'altra ufficio pubblicitario. In altri termini, libertà
e oppressione sembrano convivere nella moderna organizzazione produttiva
capitalistica. Finora questa ambivalenza è stata una spinta formidabile
all'innovazione, ma ha dovuto registrare la prima crisi della economia
postfordista con l'esplosisione della bolla finanziaria rappresentata dalla
quotazione in borsa delle cosiddette imprese dot.com. Non è questa la sede per
affrontare la natura della new economy, o della globalizzazione, se si
preferisce. Ma è un dato di fatto che il capitalismo sia stato terremotato
negli ultimi due anni e che la risposta "militare e di guerra" alla
crisi trovi forse nella crisi dell'"economia dell'attenzione" uno
degli elementi più importanti.
Ma le conclusioni implicite dei due autori aprono anche strade inaspettate alla critica dell'economia capitalistica. La socializzazione del processo produttivo e il funzionamento dell'impresa come un organismo politico hanno come contraltare la cooperazione sociale produttiva. E' come se si ripetesse, in veste diversa, il vecchio adagio marxiano che il capitalismo trova il suo limite nel lavoro vivo. Questo non significa ovviamente che ci troviamo di fronte a una ripresa in grande stile del conflitto sociale e di classe. Anzi, gli elementi di illibertà e di assoggettamento della forza-lavoro sembrano moltiplicarsi all'infinito, dalla deregolamentazione del mercato del lavoro alla precarietà divenuta sistema nei rapporti di lavoro. Il nodo gordiano da sciogliere allora è il lavoro vivo nell'economia dell'attenzione, assumendo quest'ultima come una straordinaria occasione per sperimentare forme organizzative, e quindi produttive, di soggettività politica, che facciano incrinare il sofisticato modello di governo della forza-lavoro proposto dai due autori.