![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 APRILE 2002 |
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Una parola
ricorre molto spesso in questi giorni è eutanasia o morte dolce, intendendo un
atto diretto di un medico o di una équipe medica finalizzato a porre fine alla
vita di un malato cosciente in fase terminale o con prospettiva di morte in una
situazione di sofferenza intollerabile che ne abbia fatto libera, esplicita e
ripetuta richiesta. Può essere attiva (è l'uso di mezzi propri dell'attività
medica per sopprimere una vita) o passiva (il consapevole rifiuto di eseguire
un atto medico indispensabile per salvare una vita in pericolo). Queste
definizioni potrebbero sembrare restrittive, in realtà le altre situazioni
ipotizzabili (per esempio, malato non cosciente, malato non consenziente, richiesta
di un parente prossimo, intervento diretto o indiretto di una persona non
medico, etc.) introdurrebbero elementi di analisi.
Elementi che
sposterebbero inevitabilmente la discussione da quello che è il suo centro
geometrico: il rapporto cioè tra l'autonomia decisionale del malato e i doveri
del personale medico.
La
problematica dibattuta apre profonde riflessioni nelle coscienze delle persone,
quali, per esempio: è lecito, quando la morte procura gravi sofferenze,
accelerare il processo artificialmente? Può una persona decidere di chiedere a
qualcuno l'aiuto per morire dolcemente? Può un familiare prendersi la
responsabilità di provocare la morte di un caro nel caso questi non abbia la
facoltà di decidere?
Una medicina
che non provoca inutili sofferenze e che si prende cura del malato terminale
che vuole morire con dignità potrebbe rappresentare la strada maestra verso
l'attuazione del diritto di morire, ma ciò può bastare? Quali istanze etiche
sono sollecitate dalle azioni volte ad andare oltre i limiti precedentemente
fissati? Le argomentazioni di tipo morale e religioso esprimono due diverse
posizioni tra cattolici e laici che potrebbero così riassumersi: per un verso,
la sacralità della vita umana impegna al suo rispetto totale anche nei suoi momenti
terminali e più difficili; per altro verso, è diritto dell'uomo morire con
dignità, non offrire lo spettacolo del suo disfarsi morale e fisico.
In realtà,
la linea di demarcazione non divide nettamente il mondo cattolico e quello
laico: il mondo laico è ulteriormente diviso e dubbioso al suo interno e anche
fra i cattolici si possono trovare posizioni più o meno sfumate. Il motivo
morale dei due campi di opinione è in fondo il medesimo: salvaguardare la
dignità della vita umana. Né si mette in discussione la legittimità dei diversi
fondamenti antropologici di questa dignità. La visione cristiana e il
giuramento di Ippocrate costituiscono i capisaldi di chi sostiene
l'inammissibilità dell'eutanasia. Tuttavia i codici penali o le sentenze delle
corti supreme di molte nazioni non puniscono il ricorso al suicidio assistito,
l'interruzione delle terapie e del mantenimento artificiale in vita del
paziente. Se da un lato, quindi, il codice stabilisce la possibilità di
scegliere di morire, dall'altro la ricerca scientifica cerca di raggiungere
l'immortalità. Così anche il limite inviolabile per definizione - la morte -
risulta in un certo senso manipolabile. Pertanto la possibilità d'intervento
sulla vita è simmetrica alla possibilità di decidere la morte.
Quello che
il mondo cattolico contesta all'opinione laica è piuttosto la tendenza a
scivolare da una visione laica a una visione produttivistica della vita e
dell'uomo. Da parte sua il mondo laico vede nelle posizioni del mondo
cattolico, il pericolo di passare dalla difesa della vita a una esaltazione del
dolore in sé, come estrema testimonianza. Quanto alle opinioni favorevoli e
contrarie, in realtà, per certi aspetti, sul problema dell'eutanasia passiva,
le opinioni sono meno distanti di quanto possa apparire: si concorda nel
rifiutare il cosiddetto accanimento terapeutico; si concorda nell'opinione, che
già fu di Pio XII, sulla legittimità di somministrare al malato all'avvicinarsi
della morte farmaci narcotizzanti, anche se si può prevedere che l'uso di tali
farmaci abbrevi la vita.
Le opinioni
diventano, invece, sempre più divergenti quando si discute sull'opportunità di
regolamentare per legge questa forma anche ristretta di eutanasia passiva;
sulla prospettiva di estendere la sua ammissibilità, seppure per comprensibili
motivi di pietà verso il malato terminale; sull'eutanasia attiva. Una cosa,
tuttavia, è discutere del problema dell'eutanasia, o di situazioni che
presentano analogia con questa, in termini di stretta giuridicità, sul piano
dei valori morali, o delle responsabilità civili e penali in cui si può
incorrere, una cosa, apparentemente uguale e consequenziale, ma sostanzialmente
diversa, è valutarlo e in tempi brevi quando tale problema si presenta nel
momento operativo, con un paziente, cioè, che si trova nello stadio terminale e
per il quale va deciso il tipo di assistenza da prestare.
In termini
concreti, infatti, non è uguale comportamento permettere che al malato vengano
sospese le terapie quando le stesse non appaiono più efficaci e consentire
invece di sottrarre, al paziente che soffre troppo, o si ipotizza già allo
stadio terminale, cure che si possono in alcuni casi dimostrare utili. Nel
primo esempio non si pregiudica la vita (si pensi a un malato terminale con un
organismo devastato da un tumore) e il problema merita piuttosto maggiore
attenzione sul piano dell'affinamento della terapia del dolore; nel secondo
caso di irreversibilità della malattia si può parlare solo a posteriori.
Occorre certo, anche nell'ultimo caso, stabilire in concreto se rinunziando
all'inutile accanimento terapeutico si possa configurare sul piano giuridico e
su quello morale una scelta a favore dell'eutanasia, o la pratica attuazione
della stessa.
In pressoché
tutta la letteratura medica, bioetica, giuridica, anche in ambito religioso,
c'è una sostanziale concordanza sul dovere del medico di astenersi dal
praticare interventi su pazienti in fase terminale volti a prolungare la vita,
ma che non ne migliorino la qualità e ne accrescano la condizione di sofferenza.
È noto che lo stesso magistero della Chiesa cattolica da tempo si è espresso
contro l'accanimento terapeutico e, più recentemente, il pontefice Giovanni
Paolo II ha ribadito tale posizione nell'enciclica Evangelium vitae.
La recente
approvazione in Italia di una legge sulla terapia del dolore ha adeguato il
quadro normativo alle reali esigenze della medicina palliativa, si pensi che in
precedenza un medico, soprattutto nel trattamento morfinico domiciliare,
rischiava una denuncia per spaccio di stupefacenti. È importante richiamare il
fatto che il consumo di morfina pro-capite rappresenta un indicatore di qualità
della terapia del dolore da cancro e che tale indice è stato scelto
dall'Organizzazione mondiale della sanità come uno degli indicatori di qualità
dei servizi sanitari di un paese.
Ma come si
pongono gli italiani innanzi a questa problematica? Stando all'indagine
condotta dall'Eurispes nel 1987, nel Nord-Ovest dell'Italia il 24% degli
intervistati dichiarava di essere favorevole all'eutanasia in casi disperati.
Nel Nord-Est la percentuale scendeva al 22, nel Centro arrivava al 21 e nel Sud
si attestava solo al 12,7. Nel 1988 nel sondaggio fatto dalla Swg, la vita era
considerata un valore, ma oltrepassati certi limiti, soprattutto in presenza di
precise volontà, ciascuno deve essere libero di scegliere. Il 53% degli
italiani era contrario al cosiddetto accanimento terapeutico e 6 intervistati
su 10 ritenevano che una decisione individuale, in circostanze estreme, potesse
essere una soluzione accettabile. Interessante rilevare che questo giudizio era
più marcato tra i giovani e decresceva al crescere dell'età del rispondente; 15
anni dopo le posizioni rispetto all'eutanasia sono notevolmente cambiate.
Tredici anni più tardi, in un'indagine pubblicata dal settimanale Panorama, il
47% degli italiani si dichiara favorevole all'eutanasia, percentuale questa che
in un sondaggio di questi giorni del Corriere della Sera è passata al 70%. Di
più, l'eutanasia in Italia è richiesta e, pare, praticata più di quanto si
voglia ammettere.
Lo studio della Fondazione Floriani ha verificato che su 386 medici che operano nel campo delle cure palliative (sui 680 contattati), il 39% ha ricevuto richieste dai propri pazienti in stadio terminale (tutti assistiti a domicilio) per essere aiutati morire. Di questi malati, 16 sono riusciti a ottenere l'assistenza per la dolce morte, il 4% del totale, la stessa percentuale dei malati che anche in altri Paesi riesce a ottenere in qualche modo un'assistenza per porre fine alle proprie sofferenze. Nei casi emersi dallo studio si è trattato di eutanasia attiva, di situazioni cioè in cui il medico è intervenuto direttamente somministrando al paziente un farmaco che lo ha fatto morire. L'eutanasia avrebbe quindi un sommerso, esteso, dolorosamente nascosto. In questi ultimi anni non pochi studiosi, hanno evidenziato come la morte siano fonte di orrore. Esiste nella nostra epoca un'incapacità ad accettare il limite biologico ed esistenziale della vita umana, che fa particolarmente difficile il compito di rendere il più possibile serena la parte finale della vita. L'uomo riuscirà certo ad affrontare la morte con più tranquillità se saprà di avere un ombrello protettivo espresso da una società che non abbia eccessiva fretta di liberarsi dei sofferenti.