![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 APRILE 2002 |
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Un mondo
completamente dominato dalla tecnica e con seri problemi ecologici, in cui le
forze economiche hanno preso il sopravvento su quelle politiche, in cui la vita
si concentra in poche ma superpopolate e caoticissime metropoli, dove gli
uomini non credono più in Dio ma hanno come punto di riferimento solo il piacere
sfrenato (più cercato che praticato in verità) e il denaro assurto a divinità
secolare.
Cosa vi fa
venire alla mente questa descrizione? A cosa pensate? Fate un piccolo test fra
di voi. Se giungete alla conclusione che questo nostro mondo attuale assomiglia
spaventosamente a quello che vi ho tratteggiato, dite pure che il "profeta
dell'avvenire" (come lui stesso si definì) Oswald Spengler (filosofo
tedesco vissuto fra il 1880 e il 1936) ha avuto ragione. E parlate pure, con
lui, di un tramonto irreversibile della civiltà occidentale.
Il Tramonto
dell'Occidente è in effetti il titolo dell'opera principale di Spengler, un
volume filosoficamente complesso ma che (raro caso di best-seller filosofico)
ebbe un grande successo di pubblico e di critica nella Germania inquieta del
periodo di Weimar (i due tomi in cui è suddivisa l'opera uscirono,
rispettivamente, nel 1918 e nel 1922).
Nel
Tramonto, l'autore si riprometteva di studiare la storia da scienziato, da
entomologo, facendo a meno delle passioni e dei sentimenti che fanno di essa
qualcosa di immediatamente umano. Il risultato fu un'implacabile critica al
nostro modello di vita, come diranno presumibilmente i dotti studiosi che, fra
oggi e sabato, parleranno, fra la Statale di Milano e Gargnano, su "Oswald
Spegler: tramonto e metamorfosi dell'Occidente" (fra di loro Stefano Zecchi,
l'organizzatore, Giulio Girello, Domenico Conte, Giuseppe Raciti,
Gianfranco De Turris).
Spengler
nelle sue opere parla di uno schema fisso che si riproduce sempre nella storia
umana. Questa storia, a suo dire, è fatta di grandi civiltà (l'egiziana,
l'assiro-babilonese, la cinese, la nostra occidentale). Ogni civiltà è a sé
stante , non è cioè comparabile con le altre: le sue "forme" possono
essere pienamente comprese solo da chi vive in esse. Tutte le civiltà
rispondono tuttavia a un medesimo ritmo: originano da uno slancio vitale e
creativo, realizzano le proprie potenzialità e poi deperiscono o decadono. Gli
individui, nel periodo aureo di ogni civiltà, vivono in essa in modo irriflesso
e non consapevole. Quando, al contrario, il pensiero (soprattutto quello
storico) prende il sopravvento comincia, con la messa in discussione della
tradizione, la crisi e la decadenza. E' in questo momento che la civiltà
(Kultur in tedesco), per il semplice fatto di non essere più vissuta in modo
spontaneo, comincia a deperire (e viene vissuta come Zivilisation). Ed è questo
il momento storico che, a partire almeno dalla metà dell'Ottocento, l'Occidente
sta vivendo. "Fenomeni come l'americanizzazione del mondo - dice Zecchi -
sono all'un tempo la radicalizzazione e la distorsione dei principi-guida della
nostra civiltà". L'individuo eroico e creatore, il vero aristocratico, si
trasforma così nell'individuo-massa, che crede di essere l'artefice della
propria esistenza, ma è alla fine eterodiretto da forze estranee e alienanti.
Il fascino
di Spengler, che tanta presa fece sulla gioventù borghese tedesca fra le due
guerre, deriva probabilmente anche dal fatto che egli fu un medico rigoroso che
però si fermò alla diagnosi. Non perché non conoscesse la medicina per guarire,
ma più semplicemente perché questa medicina, a suo dire, non esisteva. Sono le
forze biologiche della natura, e non quelle spirituali, che spiegano la vicenda
umana secondo leggi inesorabili (Zecchi parla di un "rigido
determinismo"). La crisi, quindi, dipende da fattori naturali e noi nulla
possiamo fare per invertire la rotta. Dobbiamo assumere il nostro destino come
"amor fati". Al massimo possiamo rimpiangere il bel tempo antico
della civiltà occidentale, in cui pochi eletti (gli aristocratici, appunto)
governavano masse ineducate, ma facevano sì che il mondo si riempisse delle
bellezze dell'arte e delle riflessioni profonde della filosofia. Un ideale
conservatore e reazionario quello di Spengler che, per l'ispirazione biologica
e i connotati razzisti, assume persino un aspetto spaventoso di anticipazione
del nazismo.
Non è un
caso se perciò, dopo l'exploit della sua opera, dalla fine della guerra ad
oggi, già solo nominare Spengler risulti sospetto. Tanto più in Italia, dove,
dopo la stroncatura di Croce, solo un reazionario come Evola (ce lo ricorda
de Turris), ha avuto il coraggio di tradurre Spengler e di parlarne seppure in
circoli ristretti e semi-clandestini.
Considerato
ciò, è perciò sicuramente un evento il convegno milanese. Che si parli pure, in
libertà, di Spengler e che si seguano pure le mille suggestioni del suo
pensiero. Tuttavia, anche nel caso che si accetti il concetto che lo ispira,
quello di crisi, non si dimentichi che di esso è possibile darne una diversa
lettura.
"Da
Spengler -dice sempre Stefano Zecchi- originano Junger e Heidegger, ma
anche Husserl e, in qualche modo, Jaspers". Come dire: ai pericoli
della democrazia di massa, è possibile dare anche una risposta liberale. Senza
fermarsi a quella, più semplice, che dettero i fautori della "rivoluzione
conservatrice".
E ciò anche se la risposta reazionaria può avere (o dare l'impressione di) riscontri pubblici più immediati.