![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 APRILE 2002 |
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Berdjaev,
filosofo ucraino esiliato dai bolscevichi spiega come l'autore dei «Demoni»
dimostra l'esistenza di Dio
Il
nichilismo e il suo contrario: per i moderni tutto deriva dal grande scrittore
che ha guardato dentro l'animo umano come non mai
Il Male è
una passione che non si lascia sradicare perché è inseparabile dalla vita, ma
implicito è anche il suo necessario rovesciamento
«Il
pensiero metafisico russo più sottile e complesso scorre tutto nell'alveo
scavato da Dostoevskij e da lui deriva», scrive Berdjaev nelle pagine
conclusive de La concezione di
Dostoevskij. Dostoevskij, secondo
Berdjaev, rappresenta per la filosofia un punto di rottura e un nuovo inizio.
Tant'è
vero che non appena il pensiero
dell'intelligentzia radicale entra in crisi, la Russia assiste a un fenomeno
sorprendente: da più parti si levano voci (e si tratta di autori come Rozanov,
Merekovslij, Ivanov, oltre ai già citati Sestov e Bulgakov) a sostenere che positivismo e materialismo hanno fatto il loro
tempo, e questo non già in base alla normale dialettica delle idee, ma per via
dell'apparizione di Dostoevskij sulla scena culturale.
Ciò
accade non soltanto a causa della capacità tutta dostoevkijana di dare
espressione ai grandi confitti dello spirito e incarnarli in figure epocali, ma
per una ragione più propriamente filosofica.
Infatti tali figure trascendono l'ambito nichilistico della dissoluzione
della società feudale, in cui Dostoevkij le colloca, e schiudono un orizzonte
di pensiero che si lascia alle spalle molte delle tradizionali categorie
filosofiche. Ivan Karamazov,
Stavroschin, Kirillov e tutti gli altri, benché il loro mondo sia quello della
società russa della seconda metà del secolo diciannovesimo, in realtà sarebbero
apparsi, dice Berdjaev, solo nel secolo ventesimo e soltanto in quel secolo
avrebbero dispiegato tutta la loro potenza simbolica. Il che vuol dire che il gesto filosofico di Dostoevskij non
consiste tanto nella rappresentazione dell'epoca e dei suoi tratti peculiari,
perché invece ha carattere rivelativo, inaugurale, ontologico (ha a che fare
con la verità dell'uomo e dell'essere).
Vediamo
dunque di approfondire questo che per Berdjaev è il punto cruciale. Se i personaggi di Dostoevskij vivono come
vivono, e agiscono come agiscono, dice Berdjaev, ciò è dovuto al fatto che essi
incarnano un principio che è tutt'uno con la vita e che la filosofia ha disconosciuto. Questo principio è la libertà. Da esso deriva quella «tragica dialettica»
che è la chiave per comprendere la concezione dostoevskiana. In che senso? Vi allude lo stesso Dostoevskij lungo tutta la sua opera, mostrando
con la prodigiosa efficacia della sua arte come la libertà non sia, o non sia
principalmente, una facoltà dell'anima (la facoltà di scegliere il bene e
rifiutare il male) e non sia neppure un valore (sia pure il più alto, e
irrinunciabile), perché rappresenta qualcosa
di più originario, qualcosa che va colto a livello metafisico prima ancora
che a livello psicologico e cioè nel cuore stesso dell'essere.
Intanto bisogna osservare che
la libertà è sia strumento del bene sia strumento dei male. E' vero, non c'è
bene se non in quanto frutto di una libera scelta. Mancando la quale, qualsiasi bene si converte immediatamente nel
suo opposto. Tale il destino della
giustizia imposta con la forza, o di un sacrificio cui si fosse obbligati, e
perfino del comandamento che impone di amare il prossimo, quando venisse meno
la libertà. Frutto di una libera scelta
però è anche il male. Che non deriva
unicamente da un offuscamento della coscienza. O da autoinganno, da errore di
valutazione. Al contrario il male può
essere deliberatamente perseguito, intimamente voluto. Come se fosso originato
da una brama, una specie di voluttà, un'intenzione che muove dal profondo e non
si lascia sradicare, una vera e propria fiamma infernale. Né vale l'obiezione per cui il male a chi
lo fa si presenta, o è da lui presentato, nella forma del bene. Questa non è un'attenuante, ma
un'aggravante, poiché alla libera scelta dei male si aggiunge la menzogna. Semmai si potrebbe sostenere, osserva
Berdjaev, che la libera scelta del male è preferibile alla costrizione al
bene. In essa c'è almeno un elemento
positivo: la scelta, sia pure scelta del male, che può dar luogo a un'abiura, a
un inizio di conversione.
Quanto al problema se la
liberà sia un valore, c'è da dire che essa non è un valore, ma piuttosto la
condizione
perché questo o quel valore si dia.
Infatti la libertà può essere arbitrio, capriccio, dispotismo. Può decidersi per il bene così come per il
male, con sovrana indifferenza.
Addirittura può rovesciarsi nell'atto che la nega e l'annichilisce. Tuttavia senza la libertà non c'è niente che
valga alcunché. Che ne è, tolta la
libertà, del comportamento virtuoso, dell'azione nobile, di ciò che suscita
consenso e ammirazione? E che ne è del
più struggente oggetto del desiderio, se la sua conquista e il suo possesso non
corrispondono alla gratuità del dono?
Ma è vero anche il contrario.
Posta la libertà, è possibile che il lato in ombra di una decisione
condannabile riveli inaspettate ambivalenze e la coscienza, che se ne fa
carico, riscatti ciò che altrimenti appare ingiustificabile. Ciò è accaduto, o può accadere, comunque
appartiene all'uomo, che, come Dostoevskij (Dostoevskij lettore di Pascal?)
ben sapeva, è sempre al di sopra o al disotto dell'umano. La libertà viene prima del bene e del male.
Cioè prima della loro
distinzione. La quale non si dà se non in forza del fatto che il bene è bene in
quanto liberamente accolto (per cui il male appare oggetto di rifiuto), così
come non si dà se non in forza del fatto che il male è male in quanto voluto
(per cui il bene si configura come testimone a carico). Propriamente, questo venir prima della libertà
non è altro che la sua assoluta originarietà. Se è vero che il bene e il male
non sono se non in rapporto alla libertà, che viene prima e li pone, lo stesso
si deve dire dell'essere e del
nulla. E' la libertà che trae fuori l'essere dal nulla. Ed è la libertà che precipita l'essere nel
nulla. Che cosa, altrimenti? Quale altro fondamento è qui pensabile?
Perciò
secondo Berdjaev con la libertà, che è cosa dell'uomo, ne va del senso
dell'essere. E ciò per la semplice
ragione che il senso dell'essere non è già da sempre dato, non è già da sempre
deciso, Al contrario, la decisione per il bene o per il male, ma di fronte alla
reale possibilità del nulla, e cioè che la vita sia annichilita, pervertita,
trasformato in anticamera dell'inferno) spetta all'uomo, ciascun uomo, il
quale è chiamato a prendere posizione come se da lui dipendesse non solo il
proprio destino, ma qualcosa che lo riguarda e insieme lo travalica: la
questione se la vita, tanto la sua quanto quella di tutti, sia degna di essere
vissuta, e cioè se racchiuda un segreto prezioso e unico o se i invece una
spaventosa assurdità. Questo insegna
Dostevskij. Ecco perché in lui la
libertà, patria di conflitti esistenziali, attraverso il gioco delle passioni
ha a che fare anzitutto con l'essere e solo occasionalmente con la psicologia
degli individui. «La libertà ha la sua natura originale, la libertà è libertà
e non un bene. Del resto, un bene che
non sia libero non è un bene ma un male, mentre un bene che sia un bene, e
dunque libero, presuppone la libertà del male. «In ciò è la tragedia della
libertà, che Dostoevskij studiò e perseguì fino in fondo. In ciò il segreto del
cristianesimo».
La tragedia della libertà ha
per orizzonte il cristianesimo: non c'è contraddizione fra i due termini,
perché anzi essi si coappartengono. Se
non ci fosse la libertà, quale «mistero ultimo della creazione», il mondo e i
suoi orrori sarebbero pura insensatezza, né Dio potrebbe essere accettato.
Invece nel mondo c'è il male e c'è la sofferenza, perché c'è la libertà. Tutta la dignità del mondo e dell'uomo sta
qui. E allora veniamo messi
inevitabilmente di fronte a un'alternativa, che è tragica. Da una parte l'ateismo, che nasce come
obiezione a Dio, e cioè dell'impossibilità di conciliare la sua esistenza con
il male. Dall'altra il cristianesimo che non conosce Dio se non attraverso il
male e la sofferenza. Donde un paradossale rovesciamento delle prospettive.
L'ateismo rivendica la libertà dell'uomo. In realtà della libertà non sa che
farsene. E giustamente la teme. Infatti l'ateismo è sostanzialmente una forma
di umanesimo e di eudemonismo.
Esso
cerca la felicità. O almeno una via sollevata dal peso della pena e del
dolore. E come potrebbe tollerare la
libertà che è connaturata al male e alla sofferenza? Coerentemente il Grande
Inquisitore toglie all'uomo la libertà in nome della felicità. Al contrario il cristianesimo vede nella
condizione umana, votata al peccato, la prova che alla radice di tutte le cose
c'è la libertà. Se il male non fosse il
male, se il male non fosse quello scandalo che è, non sarebbe il caso di
chiamare in causa la libertà. E
tantomeno Dio. Immaginiamo, suggerisce
Berdjaev, un mondo sostanzialmente buono e giusto. Che bisogno ci sarebbe di Dio. Dio sarebbe il
mondo.
Ma l'opera di Dostoevskij,
tutta volta a mostrare come la vita sia insieme caduta e redenzione, tormento e
grazia, male fatto e male patito,
secondo Berdjaev non è che una risposta a questa obiezione. E che dà luogo a una specie di teorema che
Berdjaev formula in questi termini: «Dio appunto perciò esiste, perché esiste
il male e il dolore nel mondo: l'esistenza del male è una prova dell'esistenza
di Dio».
In questo senso ateismo e
cristianesimo sembrano rovesciarsi l'uno nell'altro, tant'è vero che accade
che l'ateismo parli il linguaggio del cristianesimo (come quando si fa carico
del problema della sofferenza) e il cristianesimo parli il linguaggio
dell'ateismo (vedi la forza con cui fa valere lo scandalo del male). Ma qui appare evidente anche la ragione in
cui non solo il tragico non contraddice il cristianesimo, ma il cristianesimo
appartiene al tragico senza riserve.
Che cosa c'è di più tragico
del fatto che le vie di Dio sono le vie del dolore e a Dio non si giunge, se
mai si giunge, che attraverso la colpa e l'espiazione? Oppure del fatto che il senso della vita è
sempre di nuovo da decidere, e decide di esso, qui e ora, il singolo, che sa
la solitudine e l'abbandono, ma nondimeno sa che ogni suo atto che riguarda il
bene e il male scuote l'essere dalle fondamenta? Insomma, alla radice di tutto
c'è la libertà, e dunque tutto è possibile, tutto è abissalmente affacciato
sugli opposti. E questa è la tragedia
della vita, la vita come tragedia.
Che la concezione di
Dostoevskij sia intonata tragicamente lo dimostra inoltre il sentimento
dionisiaco che l'attraversa per intero come un vento infuocato. "L'opera di Dostoevskij è un'opera
dionisiaca. Egli è tutto immerso
nell'elemento dionisiaco e questo elemento genera la tragedia». Il dionisiaco
e il tragico sono inseparabili.
Essi dicono il carattere irriducibilmente antinomico e contraddittorio della realtà. E quindi affermano ciò che la filosofia, e specialmente la metafisica dell'Uno di ascendenza platonica ha sempre cercato di combattere e di rimuovere. Lasciando irrompere da remote profondità storiche una consapevolezza che l'occidente non ha fatto che avversare (ma di cui l'«anima russa» ha serbato memoria), Dostevskij e la sua opera rappresentano per la filosofia l'occasione di un vero e proprio nuovo inizio. Perciò in Russia la metafisica, afferma Berdjaev, dopo Dostoevskij si muove interamente nel solco da lui tracciato.