RASSEGNA STAMPA

29 MARZO 2002
ARMANDO TORNO
La morte di Dio, una storia infinita

Dal siriano Baal all'egiziano Osiride: è millenaria la tradizione delle scomparse e resurrezioni divine. Ma il mistero cristiano ripropone l'unicità di una fede

Correvano gli anni Sessanta del secolo scorso. Quelli del miracolo economico, delle chitarre elettriche in chiesa, della contestazione, dell'allunaggio, della fantasia al potere, delle manifestazioni contro la guerra nel Vietnam (molte) e contro i carri armati russi che occupavano le vie di Praga (poche). Tra le più gettonate canzoni "alternative" ve n'era una scritta da Francesco Guccini e cantata da un complesso caro ai meno attempati, i Nomadi. Il titolo era Dio è morto. Alcune sue strofe riflettevano i temi della rabbia e della rivolta giovanile ("Ai bordi delle strade Dio è morto / nelle auto prese a rate Dio è morto / nei miti dell'estate Dio è morto"); altre portavano lontano, ovvero denunciavano la decadenza della nostra "stanca civiltà". Poi, alla fine, la canzone abbracciava il messaggio cristiano, ricordando che "se Dio muore è per tre giorni / e poi risorge". Chi la cantò in quegli anni forse non si accorse che nelle aule universitarie, più o meno occupate, qualche isolato professore spiegava analoghi concetti partendo da Così parlò Zarathustra d el filosofo tedesco Friedrich Nietzsche e che i teologi avevano preso talmente sul serio la "morte di Dio" da rovesciare le loro esegesi. In particolare si cominciò a leggere Dietrich Bonhoeffer (1906-45) e si scoprì che per questo pastore protestante impiccato a Flossenburg la "morte di Dio" altro non è che "morte della sua presenza tra gli uomini", ovvero manifestazione tangibile di una sua impotenza, sottolineata dalla crocefissione.

Fermiamoci a riflettere. Una canzone ci riporta agli anni Sessanta, una vittima della seconda carneficina mondiale ci fa entrare in quel movimento che si chiamò, appunto, "teologia della morte di Dio" e oggi è venerdì santo. I tre momenti sono soltanto apparentemente vicini, anche se per spiegarli usiamo quasi le medesime parole. Il primo di essi, la canzone, durò qualche anno e qualcuno se la ricorda: tutto qui. Il secondo, vale a dire l'idea teologica, affonda le sue radici nelle filosofie e nella storia delle religioni dell'umanità; oggi non è più di moda, ma le sue tracce restano. Il terzo è legato a un fatto di cronaca avvenuto circa duemila anni fa che ha cambiato la storia. Il nostro discorso parte dall'ultimo.

Il venerdì precedente la Pasqua Gesù morì appeso a una croce, supplizio riservato agli schiavi fuggiaschi e a quanti si erano ribellati al dominio di Roma. Den Heyer, che insegna Nuovo Testamento all'Università della Chiesa riformata di Kampen in Olanda, nel suo saggio La storicità di Gesù , dove si può trovare una panoramica aggiornata delle ricerche sull'argomento (tradotto in italiano dall'editrice torinese Claudiana), ci ricorda - citando il Vangelo di Marco (15, 33-37) - che morì solo, deriso dai presenti e abbandonato dai discepoli. Inoltre, valutando la sua azione a Gerusalemme "secondo criteri obiettivi di buon senso, non la si può caratterizzare come particolarmente saggia, diplomatica e ponderata". Sfida sia le autorità ebraiche sia quelle romane, entra in città quasi "avesse pretese regali", eccetera. Muore come un uomo, con la paura, la sete, il dolore, emettendo un grido. Questa scena, descritta, musicata, dipinta, commentata milioni di volte è diventata uno dei fondamenti dell'Occidente. Dio ci raggiunge nella nostra miseria, nella limitatezza della carne.

In molti, teologi e non, si sono chiesti: era necessario? A questa domanda non è possibile rispondere, noi riusciamo caso mai a congetturare qualcosa che è senza valore.

Quello che invece ora si può dire, basandosi su tradizioni antiche e recenti indagini, riguarda altri dèi che morirono e che conobbero una rinascita, o qualcosa di simile. Non occorre nemmeno andare molto lontano, perché tutto si svolse nell'area mediterranea. Alcuni "personaggi divini", chiamiamoli così, hanno anch'essi sperimentato e variamente superato la morte, quasi rispettando un antico modello mitico-rituale. Qualche esempio: l'egiziano Osiride, il mesopotamico Dumuzi-Tammuz, l'anatolico Telipinu, il siriano Baal, i fenici Melqart, Eshmun e Adonis, il frigio Attis, i greci Demetra, Kore e Dioniso.

Diremo innanzitutto che ad essi, a cura di Paolo Xella, è stato dedicato un volume con diversi saggi dal titolo Quando un dio muore. Morti e assenze divine nelle antiche tradizioni mediterranee (Essedue Edizioni, Verona, pp. 216, euro 13,42). Il quesito che il medesimo Xella si pone nell'introduzione è questo: "Le domande di fondo, di rado formulate esplicitamente, sono più o meno le seguenti: se esistono prima di Cristo tradizioni relative a personaggi divini che hanno anch'essi sperimentato e superato la morte, e se questa loro vicenda ha conseguenze positive (talora addirittura salvifiche, a vario livello) per l'umanità, c'è un rapporto storico e genetico con la vicenda di Gesù? Qual è la consistenza, quali i limiti (se ve ne sono) della novità di quest'ultima e del messaggio su di essa incentrato?". Certo, si possono aprire a questo punto infinite discussioni, giacché negli ultimi due secoli gli studiosi si sono accapigliati non poco intorno alla categoria degli "dèi morenti". Il gruppo di specialisti che ha collaborato al volume ricordato intende ridiscutere con le ultime acquisizioni scientifiche le vicende riguardanti tali divinità. Insomma, cercare tutti i possibili venerdì santi persi nella storia.

Da parte nostra osserviamo che la definizione "dio che muore e risorge" ha conosciuto una particolare fortuna grazie a sir James George Frazer. Nella sua celebre opera Il ramo d'o ro (l'edizione principale è in 12 volumi, quella tradotta in italiano disponibile presso Boringhieri è ridotta) coniò la locuzione "dying and rising god". Qualche debito egli lo aveva con i lavori etnografici di Mannhardt sul folklore contadino europeo e, indirettamente, con le intuizioni del pensiero romantico tedesco. Fatto sta che Frazer fissò l'attenzione su alcuni personaggi maschili delle tradizioni religiose mediterranee e notò che Attis, Osiride, Adonis (identificato con il mesopotamico Tammuz) erano tutti considerati protagonisti di una vicenda mitico-rituale di morte e resurrezione apparentemente connessa con l'alternarsi delle stagioni e il periodico rigenerarsi della natura. Frazer vi aggiunge anche Kore/Persefone e Dioniso, dai caratteri specifici, ma in qualche modo assimilabili alle divinità ricordate. Ampi consensi e critiche non mancarono a questa impostazione; la quale, comunque, lasciò una traccia. Si aggiunsero, con il tempo, altri dèi che scoperte e ricerche portavano alla luce. Immaginatevi quali discussioni ci furono intorno al dio siro-palestinese Baal, che è anche l'unico personaggio per il quale "è attestato senza ombra di dubbio un ritorno alla vita".

Oggi si può dire che molti studiosi sono tendenzialmente concordi sul fatto che Frazer sia sorpassato e non ha senso chiamare in causa personaggi le cui differenze "sono forse più cospicue delle somiglianze". Esse, però, erano - come dire? - già state ripianate dai Padri della Chiesa che cercarono di accentuare le somiglianze tra gli dèi morenti per sminuirle e poi allontanarle dalla figura del Cristo. Insomma, c'è uno spazio di ricerca. Qualcuno ha anche potuto aggiungere che è esistito un tipo di religione basata sul mito di un personaggio che veniva ucciso e smembrato e, dai suoi resti sepolti, spuntavano le prime piante alimentari (Jensen). Non è il caso di continuare nelle diverse ipotesi, il libro ricordato le registra puntualmente. Aggiungiamo soltanto che qualche sorpresa la offre il saggio su Baal di Ugarit, città "molto, troppo vicina alla Palestina, geograficamente e culturalmente". Il Baal della Bibbia, combattuto dallo Yahwismo "è da riconoscersi" in esso. E ancora: "sembra proprio l'unica figura divina che, indiscutibilmente, muore e risorge, legandosi al destino dell'uomo, venendo chiamato "Salvatore"".

Ce n'è abbastanza per questa nostra segnalazione. La quale è partita da una canzone, ha toccato una corrente teologica che deve la sua intuizione a un filosofo anticristiano per eccellenza come Nietzsche e si è fermata a rileggere Frazer per poi finire a Ugarit. È una "passione" per chi desidera misurare la propria fede, ben sapendo che nessun evento o scoperta cambia quello in cui crediamo. Gli antichi dèi morirono con la loro civiltà, non per una profezia sbagliata o una bugia di qualche sacerdote. Questo vale anche per noi. Occorre soltanto credere in un Cristo che travalica tempi e epoche o in un dio legato alla nostra civiltà. Ma qui non vale la pena mettere sul tavolo ricerche e teologie, esegesi e distinguo. Sören Kierkegaard lo aveva capito quasi duecento anni fa: è solo questione di fede. La medesima che occorre per comprendere gli avvenimenti di ogni venerdì santo.
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