RASSEGNA STAMPA

28 MARZO 2002
GIUSEPPE LONGO
Il Grande Fratello del Dna

Il garante della privatezza Stefano Rodata è preoccupato per il ricorso crescente alle analisi genetiche: in Italia il numero di laboratori specializzati in questo campo è quasi uguale a quello di tutti gli altri Paesi dell'Unione Europea messi insieme.

I gruppi d'interesse spingono la popolazione a sottoporsi a esami genetici, spesso non necessari, i cui risultati, talora inesatti, possono avere conseguenze molto sgradevoli se non tragiche.

La proliferazione delle analisi e le carenze legislative potrebbero condurre alla nascita di un "sottoproletariato genetico": di fronte alla debolezza cromosomica (documentata) di questi paria, le banche, le assicurazioni e le imprese adotterebbero discriminazioni, licenziamenti, limitazioni di credito e via dicendo.

Per converso, negli Stati Uniti alcune compagnie di assicurazione praticano sconti a chi presenta le prove di un Dna di buon profilo...

Schedatura genetica?

Ma al di là degli aspetti commerciali, questa corsa alla schedatura genetica denota un'ansia di regolazione e di controllo: si vorrebbe escludere dalla vita dei singoli e della società ogni aspetto oscuro, casuale, imprevedibile. Eliminando tutte le ombre e illuminando ogni angolo della nostra vita si marcerebbe verso una società rassicurante in cui, sotto l'occhio benevolo di un Grande Fratello statale o di tanti Grandi Fratellini privati, la vita dei singoli si svolgerebbe regolata e senza scosse dalla culla alla tomba.

Si tratta insomma di rendere visibili tutte le conoscenze e tutti i meccanismi, ed è questa, si badi, un'aspirazione, quasi un principio, che sembra stare alla base della democrazia. Ma è un principio irrealistico e, forse, pericoloso.

Si rifletta che in ogni organismo biologico la maggior parte dei processi e delle funzioni si svolgono a livello inconsapevole, e che nella società ciascun individuo è depositario solo di una minima parte delle conoscenze complessive.

In caso contrario si rischierebbe la paralisi. Guai se io dovessi occuparmi coscientemente della mia respirazione, digestione, circolazione. Guai se tutti si dovessero occupare dell'andamento della borsa valori, del catasto, del traffico ferroviario...

Per evitare la paralisi il corpo ha reso automatici quasi tutti i processi vitali, fisiologici e cognitivi, e la società ha delegato quasi tutte le funzioni e attività a certi suoi sottinsiemi.

La lezione di Buber

Al limite, in una versione dell'aruspicina aggiornata e benedetta dalla tecnoscienza, la schedatura genetica consentirebbe a tutti noi di conoscere il nostro destino, ma saremmo anche obbligati a renderlo pubblico in nome del comune interesse. E conosceremmo anche il giorno e l'ora della nostra morte: che sciagura!

A questo proposito narra Martin Buber: "Quando il bambino è nel corpo della donna una luce gli splende sul capo ed esso apprende tutta la Torah; ma quando è giunto il momento di uscire all'aria del mondo, viene un angelo e gli batte sulla bocca e il bambino dimentica tutto. Come si deve intendere questo? Perché bisogna che prima impari tutto per poi dimenticare tutto?".

Se così non fosse, spiega Buber, l'uomo penserebbe continuamente alla propria morte e non costruirebbe case e non intraprenderebbe nulla. Perciò Dio ha posto nell'uomo l'oblio.

Non si deve conoscere tutto: affinché la vita possa svolgersi sui binari tormentati ma sopportabili della condizione umana certe cose devono restare segrete.
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