RASSEGNA STAMPA

27 MARZO 2002
ARMANDO TORNO
Heidegger: l'arte/Nuovi saggi sul filosofo

Quando si parla di "morte dell'arte" si ripete un concetto caro a Hegel. Il filosofo svevo era convinto che il tema della fine si potesse allargare alla storia, ormai guidata dalla ragione, in cammino verso la libertà di ognuno. Il tramonto della società colta e della sua estetica, siglato dalla rivoluzione francese, dava vita a prospettive di cui l'Occidente si era già invaghito in passato, periodicamente. E ogni volta aveva rimesso in gioco i suoi fondamenti politici, considerando appunto la libertà come una parola magica capace di curare, o almeno lenire, tutti i mali. Hegel nella sua Estetica vede dunque nell'arte la presenza del passato. Non sarà difficile per Comte, pochi anni dopo, parlare di "fine della metafisica"; né per Nietzsche, con la visione profetica dell'"ultimo uomo", puntualizzare che anche "Dio è morto". Heidegger, qualche decennio più tardi - siamo ormai nei ritmi dell'epoca tecnologica - concludeva il discorso affermando che la filosofia era finita. L'indifferenza generale rispetto alle domande intorno al senso dell'essere poteva leggersi come sintomo o conseguenza, l'unica via era rappresentata da "un altro pensiero".

La dissoluzione odierna dei codici artistici o la comicità che caratterizza sempre più i dibattiti intellettuali sembrerebbero ribadire questa prospettiva. La parola "eternità" si addice sempre meno alla filosofia, e la stessa teologia utilizza come può (e quando riesce) il termine diventato ingombrante. Eppure è difficile pensare al divino - che a differenza di Dio non riesce a morire - o al significato dell'arte senza far finta di credere che ci sia qualcosa di eterno. Heidegger sondò disperatamente questa dimensione per dare un senso alla propria ricerca, risalendo di due millenni e mezzo il concetto di "essere", sino a Parmenide, liberandolo dalle corruzioni successive. Questo suo procedere contro corrente è un itinerario alla ricerca di quella creazione umana che aspira ad andare oltre il "mero oggetto"; anzi aprendo il saggio del filosofo tedesco L'origine dell'opera d'arte (siamo negli anni 1935-'37) si scopre che essa è indispensabile per cogliere "l'altro inizio del pensiero". Heidegger considera un oggetto d'arte non il testimone del passato ma "una messa in opera della verità": termine quest'ultimo che non è semplice "adeguazione" ma sorta di nuovo spazio. Sottraendo l'opera d'arte al mondo, egli la libera dei capricci del tempo per restituirla alla meditazione dell'essere; o meglio la riporta, per usare una sua espressione, all'"apertura del mondo". Invita a pensare l'arte prima della sua dissoluzione e del suo svelamento. Occorre fare uno sforzo di comprendonio: dissoluzione e svelamento vanno intesi quando "hanno già" portato a termine la loro opera; e l'avverbio "già" funge da argine contro i capricci delle estetiche.

Queste considerazioni tornano di attualità. L'editore milanese Christian Marinotti nel 2000 pubblicò la traduzione, con testo a fronte, del saggio heideggeriano ricordato; oggi è ancora Marinotti a proporre un'opera di Friedrich-Wilhelm von Herrmann intitolata La filosofia dell'arte di Martin Heidegger (pagine 540, euro 30,99). Due terzi di questa ricerca ricostruiscono il rapporto tra opera d'arte e verità, mostrando quanto esso sia centrale nel pensiero del filosofo tedesco, contrariamente a quel che si credeva. Herrmann più di ogni altro poteva farlo: è lui, ultimo assistente del maestro, che sta realizzando in Germania l 'opera omnia di Heidegger, quel centinaio di volumi di cui soltanto un quarto è disponibile nelle varie traduzioni italiane. Grazie al suo lavoro possiamo conoscere meglio e senza lacune la lezione heideggeriana. La quale non si può dire di averla conosciuta definitivamente se non si è letto i Beiträ
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