![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 MARZO 2002 |
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Il giurista: "Un caso del genere sarebbe possibile anche in
Italia"
Un caso
limite che pone molti interrogativi. Una scelta estrema e dolorosa ma
legittima. Un caso di eutanasia che nel nostro Paese non sarebbe permesso.
Divide le coscienze e gli schieramenti politici l'autorizzazione concessa
dall'Alta Corte Britannica a Miss B. di far staccare la spina alle
apparecchiature che la tengono in vita. Su posizioni favorevoli alla sentenza
si ritrovano, insieme, il responsabile della consulta etico-religiosa di An
Riccardo Pedrizzi, l'esponente diessina della Commissione Affari sociali
della Camera, Marida Bolognesi, il cattolico Francesco D'Agostino,
presidente del comitato di Bioetica, il verde Luigi Manconi e Marco Cappato
della Lista Bonino. Critici invece il capogruppo dell'Udc alla Camera, Luca Volontà,
e il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Mario Condorelli, che come
il ministro della Salute, Girolamo Sirchia bocciano la "legalizzazione
del suicidio".
Per tutti
c'è un unico discrimine da tenere presente: quello tra eutanasia e legittimo
rifiuto di un trattamento sanitario. Ma il dibattito si apre proprio
sull'interpretazione di questo limite. Secondo Pedrizzi "in un caso come questo
i due aspetti rischiano di confondersi". E se "l'azione che
intenzionalmente provoca la morte, è moralmente e socialmente
inaccettabile", distingue il senatore di An, "l'interruzione di
procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto
ai risultati attesi, può essere legittima".
"Non si
tratta di eutanasia ma del rifiuto alla cura, una libertà drammatica garantita
anche in Italia" sintetizza Marida Bolognesi(Ds). "Ma il caso
britannico - aggiunge - porta alla ribalta la questione dell'accanimento
terapeutico. Che in Italia esiste. E, talvolta, può sconfinare nella
sperimentazione sulla pelle delle persone".
La sentenza,
sottolinea Luigi Manconi, tutela la libera scelta "in linea con le
raccomandazioni delle organizzazioni internazionali". Marco Cappato della
lista Bonino va oltre e chiede che ora si concretizzi l'impegno di 196
parlamentari a depositare la proposta di legge radicale sull'eutanasia.
"Se la
persona è perfettamente capace di intendere e di volere - spiega il presidente
del comitato bioetico Francesco D'Agostino - ed è compiutamente informata può
decidere per sé stessa e rifiutare l'accanimento terapeutico come ogni tipo di
trattamento".
Franco Toscani,
presidente del Comitato etico della Fondazione Floriani di MIlano, concorda:
"Questa sentenza è una pagina di civiltà perché è uno dei primi casi in
cui viene riconosciuto il diritto a non essere curati".
Ma secondo
il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Mario Condorelli, questo non è
un caso di accanimento terapeutico: "Qui - spiega - si chiede che sia
somministrata la morte". "Su un punto sarei fermo - sottolinea - non
si può chiedere al medico, che ha il compito di assistere le persone, di
interrompere l'assistenza. Se apriamo le maglie a queste possibilità,
inevitabilmente ci saranno gli abusi". "Questa signora - aggiunge -
non sarebbe arrivata a questo punto se ci fosse stata un'assistenza adeguata,
con trattamenti giusti contro il dolore. Mentre il nostro sistema sanitario è
abbastanza generoso, quello inglese è duro con i malati".
D'accordo
Luca Volontè: "L'accanimento terapeutico - dichiara - è ben altra
cosa". E questa sentenza, dice, da noi sarebbe in contrasto con la
Costituzione "che ritiene sacra la vita anche sul piano civile".
"In quanto cattolici - chiarisce Volontè - teniamo in massima
considerazione la sofferenza ma pensiamo che la vita vada tutelata. Questa è
eutanasia e il nostro codice la vieta".
Non la pensa così il giurista Amedeo Santosuosso, tra i fondatori della Consulta di bioetica: "Già nel '90 a Firenze è stato stabilito - ricorda - che può essere rifiutato un trattamento "salvavita". Ed è stato ritenuto legittimo anche il rifiuto di emotrasfusioni di testimoni di Geova. Sebbene la legge non lo dica, un caso del genere sarebbe possibile anche in Italia".