![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 MARZO 2002 |
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La ricerca dimenticata. Parla l'immunologo Alberto Mantovani, uno
dei più accreditati scienziati italiani: «I miei modelli? Francia, Inghilterra, Germania»
«L'intervento statale nella
ricerca è insostituibile. E non lo dice
un veterocomunista». A parlare è
Alberto Mantovani, responsabile del Dipartimento di Immunologia dell'lstituto
«Mario Negri» di Milano nonché docente dell'ateneo meneghino: uno dei più
accreditati ricercatori italiani, ed uno dei più citati sulle riviste
scientifiche internazionali. Uno studioso
impegnato da anni nelle indagini sui rapporti tra infiammazione e cancro e sul
ruolo svolto in tali patologie dalle cellule del sistema immunitario
attraverso la liberazione di sostanze («mediatori») naturali, definite
«citochine».
Mantovani appare allarmato
dai segnali che arrivano dal governo Berlusconi in tema di investimenti nel
settore della ricerca pubblica: né sembra confortato dalla lettera firmata dai
ministri Moratti e Tremonti e pubblicata il primo di marzo sul Corriere della
Sera, nella quale i titolari dei dicasteri dell'Istruzione e delle Finanze
sembrano impegnarsi a portare all'1% del Pil i fondi della ricerca nel corso
della legislatura. Prospettando un
riallineamento del Belpaese rispetto agli investimenti pubblici degli altri:
«Non sarebbe cosa da poco - commenta Mantovani - visto che attualmente siamo
allo 0,6 %, ma per ora non si è visto niente.
Vedo invece all'orizzonte un pericolo reale: che si voglia facilitare la
ricerca privata, sostenendo che funzioni meglio».
Se questo volesse dire
ricerca no-profit, spiega Mantovani, assimilabile cioè a quella finanziata
dallo Stato, va bene. «Ma se invece per ricerca privata intendiamo - come mi
sembra che si intenda - quella industriale, allora è una grossa corbelleria. Che dimostrerebbe totale incomprensione dei
meccanismi che stanno alla base del progresso scientifico e tecnologico in un
paese moderno». Perché si fa buona
ricerca privata solo in un contesto in cui c'è ottima ricerca pubblica, né
quest'ultima può essere sostituita dalla prima.
L'immunologo del «Mario Negri»
conosce bene, per esperienza diretta, i sistemi inglese ed americano: «Neanche
l'Inghilterra della Thatcher ha tagliato sui fondi competitivi della ricerca
pubblica. E nelle ultime elezioni
americane c'era accordo tra i due contendenti sul fatto che bisognasse dare più
soldi alla ricerca pubblica e al NIH (National Institute of Health)».
Quanto alle pecche del nostro
sistema universitario, Mantovani concorda con le posizioni recentemente
espresse da Dulbecco e Boncinelli sul problema della meritocrazia nelle
università italiane: sia a livello di istituzioni che di singoli. «Parlo di
meritocrazia secondo parametri accettabili.
In nessun paese al mondo le università sono tutte uguali, sono diverse,
ed è giusto che vengano premiate quelle - piccole o grandi che siano - che
scelgono bravi professori». E qui
Mantovani propone un meccanismo «virtuoso»: «perché un'università scelga di
reclutare bravi docenti». Del resto,
nel settore della ricerca biomedica i parametri sono semplici da individuare:
basta controllare quante volte un professore è citato nella letteratura
internazionale, quanti lavori pubblica, quanti finanziamenti internazionali o
di prestigio nazionale è capace di attirare.
Lo stesso dicasi per le
carriere dei ricercatori: «Abbiamo nella ricerca italiana una categoria di
persone troppo anziane: si entra tardi, ci si entra in modo irreversibile e le
verifiche sono formali e non sostanziali».
C'è un sistema che potrebbe essere preso come modello? «Il fondamento del sistema di ricerca che nelle scienze biomediche continua ad essere il più produttivo dal punto di vista delle conoscenze e della ricaduta industriale - che è quello degli Stati Uniti - è il cosiddetto "grant R01": quello che il NIH dà al ricercatore quando è capace di camminare sulle sue gambe. E che lo rende autonomo. Quando sono tornato dall'Inghilterra e poi dagli States, anch'io l'ho avuto, e presto. In Italia oggi è diventato molto difficile, troppo difficile per un ricercatore nel suo momento critico avere il suo grant indipendente». I meccanismi di finanziamento tendono infatti sempre di più a privilegiare le grosse aggregazioni. Ma attenzione, avverte Mantovani. il sistema americano non è trapiantabile tout court in Europa: «E francamente ne sono contento. Li può capitarie di ritrovarsi a 55 anni o più sulla strada perché non ti hanno rinnovato il grant. Un certo grado di stabilità e di sicurezza per un ricercatore è comunque un fatto positivo». E allora? «Allora credo più in sistemi come quello inglese, francese o tedesco: dove la meritocrazia è preponderante come criterio di valutazione, i finanziamenti sono adeguati e sono stati messi in moto tutti i meccanismi che facilitano la crescita e lo sviluppo di imprenditorie accademiche; per cui c'è una fioritura di compagnie biotecnologiche di origine accademica. E al tempo stesso, se uno è stato bravo, ha la possibilità di ritrovarsi una posizione ragionevolmente stabile».