RASSEGNA STAMPA

22 MARZO 2002
MASSIMO DE CAROLIS
La verità al banco degli imputati

Da Platone a Nietzsche fino ai nostri giorni, le alterne vicende di un paradosso logico: Disavventure della verità", di Franca D'Agostini per Einaudi

E’ possibile dire o pensare che la verità non esiste? E' possibile dirlo o pensarlo con la sincera convinzione che sia vero? A prima vista si direbbe di no, per il semplice motivo che la pretesa di verità dell'asserzione ne ha già implicitamente negato il contenuto, più o meno come nel proverbiale paradosso del cretese. In altri termini, la negazione della verità sembra costretta a negare se stessa, ed è stata questa, per più di duemila anni, la base monolitica di ogni "confutazione dello scettico" - una mossa argomentativa di straordinaria costanza, che in epoche e autori diversi ha riproposto puntualmente lo stesso procedimento circolare: non puoi dire la tua sfiducia nel linguaggio, né significare che non c'è significato né, appunto, pretendere che sia vero che non c'è verità, e così via.

Già i logici antichi, però, diffidavano di questo modello di confutazione, pericolosamente prossimo a una petizione di principio. Del resto, il semplice dato storico che lo scetticismo sia regolarmente risorto all'indomani di ogni sua presunta confutazione, basta da solo a dimostrare che l'intrascendibilità logica della verità, una volta messa in campo, non chiude - ma, anzi, apre la partita vera e propria. C'è insomma una storia dell'enunciato "la verità non esiste" - che è, al tempo stesso, la storia delle sue reiterate e mai definitive confutazioni - e in Disavventure della verità Franca D'Agostini ci racconta appunto questa lunga storia, che da Aristotele e Sesto Empirico giunge fino al nichilismo postmoderno e alle teorie "deflazionistiche" della filosofia analitica contemporanea.

L'aspetto forse più affascinante del racconto è l'intreccio tra il piano propriamente storico e quello logico. Da un lato, infatti, ognuno degli autori considerati ha un suo contesto epocale di riferimento, dall'altro gli argomenti messi in campo hanno una cogenza logica che li rende parzialmente autonomi da questo contesto, al punto che i tropi dello scetticismo antico o i sottili paradossi medioevali si rivelano ancora capaci d'illuminare la prospettiva contemporanea. Il libro è costruito, anche formalmente, in modo da assecondare quest'intreccio. Ogni capitolo dedicato a un'epoca si chiude infatti con un paragrafo che ne fa immediatamente rimbalzare i risultati sul presente, di modo che figure arcaiche come Pirrone e Buridano siedono da pari a pari al tavolo della discussione con John Austin e Richard Rorty. Non è un semplice espediente stilistico, ma un modo di far emergere, già dalle forme del libro, una possibile soluzione positiva dei paradossi della verità. Nello scenario moderno, infatti, D'Agostini isola due forme principali di relativismo: quello storico e quello linguistico, solidali nell'escludere ogni verità assoluta che pretenda di trascendere il contesto limitato dell'epoca e del gioco linguistico in cui è situata. Il libro però intende dimostrare (e mostrare, nello stesso tempo) che, combinati insieme, questi due relativismi possono dar vita a una complessa forma di oggettivismo meta-teoretico che, contro ogni previsione, restituisce legittimità a una possibile esperienza filosofica anziché decretarne la fine.

A ben guardare, infatti, la storia e il linguaggio condividono in questo scenario la stessa circolarità intrascendibile della verità (non si può cioè negare il linguaggio se non nel linguaggio, né la storia se non nella storia). La verità dunque non è l'unico fondamento possibile, ma appartiene a un'intera famiglia di concetti-fondamenti o "nomi dell'essere" che nella storia si svelano, s'intrecciano e si oltrepassano a vicenda, senza che l'uno o l'altro possa mai realmente soccombere del tutto. Questa pluralità di fondamenti è per l'autrice il vero campo della ragione (la "ragione" essendo, a sua volta, un concetto-fondamento), e lo statuto ontologico di questo pantheon di concetti è, alla fine, il vero oggetto possibile del discorso filosofico. Come si vede, la soluzione proposta rientra nell'orizzonte dell'ermeneutica contemporanea, e non è priva di affinità con quel tipo particolare di pluralismo teoretico che in Italia è noto come "pensiero debole". In questo caso però, parafrasando il titolo di un altro testo di D'Agostini, possiamo dire che il pensiero debole rivendica delle ragioni forti: scendendo cioè sul terreno rigoroso delle argomentazioni logiche, si candida non a demolire, ma a fondare, paradossalmente, un discorso generale e sovracontestuale.

Va da sé in ogni caso che quest'ultimo salto mortale, per cui ritroviamo in extremis la via maestra di una meta-teoria generale, non è privo di difficoltà interne. La difficoltà maggiore, a mio parere, è che la contestualità delle teorie, che è il nocciolo di ogni relativismo e perciò un tema centrale del libro, sembra qui a volte dipendere solo da una rete di concetti e forme logiche, senza mai sfiorare le motivazioni extrateoriche di una teoria, che pure ne definiscono il "contesto" nel senso più ordinario del termine. Il nichilismo di Nietzsche, ad esempio, sembra difficilmente scindibile dall'erosione ormai inarrestabile dei modelli etici tradizionali, dai processi d'individuazione imposti dalla società di massa, dalla crisi già percepibile del sistema di equilibri politici che fondano il diritto pubblico europeo - da una rete insomma di operazioni extrateoretiche, di natura sociale e comunicativa, che disegnano forme di vita e inquietudini esistenziali nuove. Analogamente, il pluralismo del presente sembra rispondere, prima che ad esigenze logiche, ai problemi imposti dalla multiculturalità diffusa e alle minacce insite nel dominio incontrastato delle tecnoscienze. Benché insomma l'arsenale argomentativo, dall'antichità ad oggi, possa variare solo entro certi limiti, è probabile che esso sia ogni volta al servizio di forme di vita e istanze esistenziali profondamente diverse, che di quegli argomenti costituiscono, volta per volta, l'effettiva linfa vitale.

Ciò non esclude che, entro certi limiti, il contrasto fra le teorie possa essere trattato e risolto anche prescindendo da questo sfondo esistenziale. Si tratterà però di una soluzione del tutto interna alla teoria, non necessariamente interessante al di fuori di questa sfera chiusa e circoscritta. Letta con altri occhiali, la provocazione dello scetticismo potrebbe invece suggerire una risposta a un tempo più modesta e più radicale: abbandonare a stessa la disputa fra le teorie; scendere sul terreno scabro delle forme di vita per chiedersi quali siano qui ed ora le istanze e i problemi cui non possiamo sottrarci - non per una necessità logica, ma in quanto semplici cittadini del presente. E, infine, senza voler trascendere una situazione che è la nostra, misurare il possibile contributo della filosofia al suo chiarimento.
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