RASSEGNA STAMPA

17 MARZO 2002
MAURIZIO FERRARIS
Merleau-Ponty e la visibilità dei sentimenti

Il bel libro di Mauro Carbone («La visibilité de l'invisible», Georg Olms Verlag, Hildesheim-Zürich-New York 2001, pagg. 194, s.i.p.) traccia la linea di continuità che guida la ricerca di Merleau-Ponty dall'analisi della percezione allo studio della pittura e della letteratura.  La radice comune di quelli che sono, letteralmente, i due ceppi dell'estetica (come teoria della sensibilità e come filosofia dell'arte) risiede nella considerazione del fatto che c'è una peculiare chiarezza che acco­muna sia la percezione sia i sentimenti.  In entrambi i casi (e malgrado le dottrine che vogliono vedere nei percetti un caos di vortici disordinati, e nei sentimenti un guazzabuglio indipanabile), abbiamo a che fare con qualcosa che appare pecu­liarmente evidente, prima di qualsiasi vaglio teoretico, pri­ma di ogni sapere e anzi, alle volte, in netto contrasto con quello che sappiamo.

Posta questa assunzione di fondo, Merleau-Ponty, compie due gesti, uno un po' datato e contraddittorio, l'altro niente af­fatto.  Il gesto datato è pressappo­co questo: quella sospensione del sapere che Husserl ci chiede è ciò che fanno i pittori, e soprat­tutto quelli d'avanguardia, che ci rendono una pura visione, indi­pendentemente dai nostri pregiu­dizi cognitivi.

Se l'ipotesi è contraddittoria è perché a questo punto, malgrado la pretesa autonomia del ve­dere, avremmo delle pratiche che si stratificano storicamente, di modo che, a un certo punto dell'evoluzione, qualcuno imparerebbe davvero a vedere; il che è problematico, giacché non si capisce che cosa avremmo fatto prima.

Le cose vanno altrimenti con la letteratura, che è l'altro fuoco dell'analisi di Carbone; se non altro perché lì è più difficile trovare una controparte realistica da opporre (come potrebbe essere, tipicamente, la fotografia).  Qui il progetto di una fenomenologia come codificazione di saperi ingenui appare più percorribile e meglio esemplificabile, senza troppi pregiudizi. E' giusto, con un atteggiamento scettico scientificamente ineccepibile, sostenere che non sapremo mai, sino in fondo, quali siano le reali intenzioni delle persone che ci stanno attorno, che conosciamo meglio, e che anche quanto alle nostre intenzioni non ci trovia mo tanto meglio.

Ma poi è proprio vero che le cose stanno così? In fondo, ci sembra abbastanza facile riconoscere le intenzioni altrui, e ci sono sfere della nostra esperien za che sono pienamente codificate proprio da questo assunto.

Ora, questa è una assunzione che, in fin dei conti, sta al centro della possibilità della stessa letteratura. Se noi vedessimo nei romanzi solo le descrizioni di idiosincrasie incomunicanti, allora non ci sarebbe proprio nessun motivo per leg  gerli. Si capisce allora per quale motivo Proust abbia

rivestito un ruolo così importante per Merleau-Ponty. Nella Recherche, scrive chiaro e tondo che il compito del suo libro è quello di servire da microscopio o da telescopio, capace di farci riconoscere in quello che è successo agli altri proprio ciò che è capitato a noi.  In questo caso, la migliore forma di folkpsychology, la meglio formalizzata e la più oggettiva (e non «ineffabile», «sogget­tiva» eccetera) sarebbe proprio quella che ci viene dai romanzi.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti