![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 MARZO 2002 |
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Se
dovessimo provare a fornire una sponda al modo in cui la filosofia ha
riflettuto su se stessa (e sulle circostanze della sua crisi) nell'ultima
parte del secolo scorso, difficilmente ci si potrebbe sottrarre al gioco di
attrazione e repulsione che quel sapere (insieme molto specifico e molto
generale) ha da sempre esercitato e subito nei riguardi della politica. Si direbbe, perciò, che non vi sia stato
autore che, per quanto lontano si sia mostrato dalla politica, non abbia finito
con il subirne non dico il fascino, ma certamente la potenza che, pur messa sovente
in discussione, ha finito con il ritrovare la sua centralità.
Il
che dovrebbe risultare chiaro dal momento che dire politica significa né più né
meno che provare a formulare, nelle nostre teste, una idea del potere. Non è di questo che i filosofi hanno spesso
amato occuparsi nella pretesa di ispirarlo, guidarlo, ammonirlo, disprezzarlo
o solamente comprenderlo?
Guardiamo
per un momento a quello che sta accadendo in giro. Autori, molto diversi tra loro, con storie intellettuali
differenti, oggi hanno posto al centro delle loro argomentazioni il tema
della biopolitica. Tra costoro, con un
percorso sofisticato e originale, si segnala Giorgio Agamben nelle cui
traiettorie teoriche - a partire da Homo
sacer, un libro del 1995 fino al recentissimo L'aperto - si scorge l'intenzione di proseguire il discorso
inaugurato da Foucault sulla biopolitica.
Con L'aperto - sottotitolo "L'uomo e
l'animale" (Bollati Boringhieri, pagg. 95, euro 11) - ho l'impressione
che Agamben esautori definitivamente l'uomo dal suo ruolo centrale svolto per
secoli, e svuoti conseguentemente quell'umanesimo dalle cui pieghe la figura
umana ha tratto sovente forza e giustificazione.
Intendiamoci. Detta così la cosa non ha un vero sapore di
novità. Ma quello che, in qualche modo,
ci appare nuova è la capacità di rompere certi schematismi mentali, certe
alternative secche: o mondo umano, o mondo animale. In un certo senso Agamben è un maestro della sospensione, piega le
letture dei suoi autori preferiti fino a coglierne la sottile, estrema
paradossalità.
Qualunque discorso, insomma,
non segue, o segue solo apparentemente, una logica lineare. Se mai questa si è data ha ormai finito il
suo corso, perso la sua credibilità. Dove viviamo e con quali scopi? C'è una nuova posta in gioco con la quale
occorre fare i conti. E' convinzione di Agamben che per gli uomini non si diano
più compiti storici. come pure, ai suoi occhi, le potenze storiche tradizionali
- poesia, religione, la stessa filosofia - hanno perso la loro carica
destinale o, quanto meno, la loro capacità di essere cemento culturale o
ideologico, per trasformarsi in puro spettacolo o, al limite, in esperienza
privata.
Dove la metafisica, con il
suo corredo dì inflessioni greche e cristiane, aveva spinto l'uomo nelle
braccia dell'Essere o del Logos, lì oggi si esibisce il fallimento, o meglio si
chiarisce la conclusione dì un discorso che ha avuto per protagonista il
soggetto. Non è della sua crisi che da
anni si parla? Lo si moltiplica, lo si
decostruisce, lo si annulla, ma in nome dì chi e in vista di cosa? Qui la zona si fa opaco; indistinta,
necessariamente sfuggente, perfino enigmatica.
E come intraprendere un viaggio in mare aperto: ciascuno pensa a salvare
se stesso e la propria barca.
Devo dire che il modo di navigare
di Agamben, il suo stile che non è un puro ornamento, mi affascina. Una delle qualità che in lui spicca è la
capacità di osservare. A volte penso
che i suoi ragionamenti siano il risultato di una naturale inclinazione a
mettersi dalla parte del "pittore".
La sua parola tende così a diventare sguardo, rileva dettagli visivi e
concettuali che a volte sfuggono all'astratto esame interpretativo. Non a caso il suo libro si apre e si chiude
con l'interpretazione di una miniatura del XIII secolo e di un quadro di
Tiziano. E' in tali dettagli visivi che
ci pare riviva la lezione di due maestri come Warburg e Benjamin. Ma anche di pensatori che hanno sovvertito
l'idea che il Novecento sia stato un secolo di continuità con il passato: si
citava Foucault, ma anche Heidegger, Kojève, Bataille, Taubes o
Debord.
E'
all'incrocio di queste diverse esperienze culturali che Agamben ritrova le
tracce di un discorso in cui tutto improvvisamente appare indistinto, sospeso,
indecidibile. Eppure urgente di
riformulazione. La macchina
antropologica, che il passato ha costruito, con le sue congiunzioni di logos e
di vivente, di naturale e soprannaturale, si è arenata nelle secche della metafisica.
Compito della politica è per Agamben tirar fuori dalla sabbia
questa macchina ben sapendo che l'uomo può ripartire solo prendendo atto del
fatto che egli è il risultato della sconnessione tra anima e corpo. Dove
finisce la metafisica, lì può ricominciare la politica. Certo, espressioni come "finire"
o "incominciare" non sono esse stesse retaggio di discorsi
metafisici? E' per aggirare queste difficoltà che Agamben, sulla scorta
crediamo di Deleuze, ha introdotto il concetto di resto.
Da
questo punto di vista, la politica è ciò che
resta dopo la fine della metafisica, e l'uomo è ciò che rimane dopo la fine
della storia. Qualcosa resta,
nonostante tutto. Si potrebbe anche
dire: qualcosa resiste.
Che cosa? Non si tratta di una nuova sostanza che
fondi ìl mondo, né di un nuovo soggetto che dia senso alla storia, né di una
nuova identità che faccia riconoscere l'uomo nella sua potenza.
"Sostanza", "soggetto", "identità" sono ancora
espressioni metafisiche. Ciò che resta,
agli occhi dì Agamben, è la nuda
vita. Una vita spogliata da tutte
le declinazioni. Una figura sospesa
tra umano e non umano.
Sulla soglia della fine della storia non c'era più il potere ma l'eros, il gioco, le lacrime, o magari lo snobismo. Questo immaginarono Kojève e Bataille. Ciò che non videro è che quella figura giuliva e farsesca rappresentata dall'animale post-storico era troppo debole e divertente per mettere a tacere una volta per tutte il potere. E' da qui che sarebbe ripartito Foucault, con la sua biopolitica, dall'idea che il potere poteva benissimo fare a meno della storia ed esercitare direttamente il proprio controllo sulla vita delle persone.