RASSEGNA STAMPA

17 MARZO 2002
ANTONIO GNOLI
Quel che resta dell'uomo

Da Heidegger a Foucault cosa significa vivere ai tempi della biopolitica

Se dovessimo provare a fornire una sponda al modo in cui la filosofia ha riflettuto su se stessa (e sulle circostanze della sua crisi) nel­l'ultima parte del secolo scor­so, difficilmente ci si potrebbe sottrarre al gioco di attrazione e repulsione che quel sapere (insieme molto specifico e molto generale) ha da sempre esercitato e subito nei riguardi della politica.  Si direbbe, per­ciò, che non vi sia stato autore che, per quanto lontano si sia mostrato dalla politica, non abbia finito con il subirne non dico il fascino, ma certamente la potenza che, pur messa so­vente in discussione, ha finito con il ritrovare la sua centra­lità.

Il che dovrebbe risultare chiaro dal momento che dire politica significa né più né me­no che provare a formulare, nelle nostre teste, una idea del potere.  Non è di questo che i fi­losofi hanno spesso amato oc­cuparsi nella pretesa di ispirar­lo, guidarlo, ammonirlo, di­sprezzarlo o solamente com­prenderlo?

Guardiamo per un momento a quello che sta accadendo in giro.  Autori, molto diversi tra loro, con storie intellettuali differenti, oggi hanno posto al centro delle lo­ro argomentazioni il te­ma della biopolitica.  Tra costoro, con un per­corso sofisticato e origi­nale, si segnala Giorgio Agamben nelle cui traiettorie teoriche - a partire da Homo sacer, un libro del 1995 fino al recentissimo L'aperto - si scorge l'intenzione di proseguire il discorso inaugurato da Foucault sulla biopolitica.

Con L'aperto - sottotitolo "L'uomo e l'ani­male" (Bollati Borin­ghieri, pagg. 95, euro 11) - ho l'impressione che Agamben esautori definitivamente l'uomo dal suo ruolo centrale svolto per secoli, e svuoti conseguentemente quell'umanesimo dalle cui pieghe la figura umana ha trat­to sovente forza e giustificazio­ne.

Intendiamoci.  Detta così la cosa non ha un vero sapore di novità.  Ma quello che, in qualche modo, ci appare nuova è la capacità di rompere certi sche­matismi mentali, certe alter­native secche: o mondo uma­no, o mondo animale.  In un certo senso Agamben è un maestro della sospensione, piega le letture dei suoi autori preferiti fino a coglierne la sot­tile, estrema paradossalità.

Qualunque discorso, in­somma, non segue, o segue so­lo apparentemente, una logica lineare.  Se mai questa si è data ha ormai finito il suo corso, perso la sua credibilità. Dove viviamo e con quali scopi?  C'è una nuova posta in gioco con la quale occorre fare i conti. E' convinzione di Agamben che per gli uomini non si diano più compiti storici. come pure, ai suoi occhi, le potenze storiche tradizionali - poesia, religio­ne, la stessa filosofia - hanno perso la loro carica destinale o, quanto meno, la loro capacità di essere cemento culturale o ideologico, per trasformarsi in puro spettacolo o, al limite, in esperienza privata.

Dove la metafisica, con il suo corredo dì inflessioni greche e cristiane, aveva spinto l'uomo nelle braccia dell'Essere o del Logos, lì oggi si esibisce il fallimento, o meglio si chiarisce la conclusione dì un discorso che ha avuto per protagonista il soggetto.  Non è della sua crisi che da anni si parla?  Lo si moltiplica, lo si decostruisce, lo si annulla, ma in nome dì chi e in vista di cosa?  Qui la zona si fa opaco; indistinta, necessariamente sfuggente, perfino enigmatica.  E come intrapren­dere un viaggio in mare aperto: ciascuno pensa a salvare se stesso e la propria barca.

Devo dire che il modo di na­vigare di Agamben, il suo stile che non è un puro ornamento, mi affascina.  Una delle qualità che in lui spicca è la capacità di osservare.  A volte penso che i suoi ragionamenti siano il ri­sultato di una naturale inclina­zione a mettersi dalla parte del "pittore".  La sua parola tende così a diventare sguardo, rileva dettagli visivi e concettuali che a volte sfuggono all'astratto esame interpretativo.  Non a caso il suo libro si apre e si chiude con l'interpretazione di una miniatura del XIII secolo e di un quadro di Tiziano.  E' in tali dettagli visivi che ci pare riviva la lezione di due maestri come Warburg e Benjamin.  Ma an­che di pensatori che hanno sovvertito l'idea che il Nove­cento sia stato un secolo di continuità con il passato: si ci­tava Foucault, ma anche Heidegger, Kojève, Bataille, Taubes o Debord.

E' all'incrocio di queste di­verse esperienze culturali che Agamben ritrova le tracce di un discorso in cui tutto improvvi­samente appare indistinto, so­speso, indecidibile.  Eppure urgente di riformulazione.  La macchina antropologica, che il passato ha costruito, con le sue congiunzioni di logos e di vivente, di naturale e sopran­naturale, si è arenata nelle sec­che della metafisica.

Compito della politica è per Agamben tirar fuori dalla sab­bia questa macchina ben sa­pendo che l'uomo può riparti­re solo prendendo atto del fat­to che egli è il risultato della sconnessione tra anima e cor­po. Dove finisce la metafisica, lì può ricominciare la politica.  Certo, espressioni come "fini­re" o "incominciare" non sono esse stesse retaggio di discorsi metafisici? E' per aggirare queste dif­ficoltà che Agamben, sulla scorta crediamo di Deleuze, ha introdotto il concetto di resto.

Da questo punto di vista, la politica è ciò che resta dopo la fine della metafisica, e l'uomo è ciò che rimane dopo la fine della storia.  Qual­cosa resta, nonostante tutto.  Si potrebbe anche dire: qualcosa resiste.

Che cosa?  Non si tratta di una nuova sostanza che fondi ìl mondo, né di un nuovo soggetto che dia senso alla storia, né di una nuova identità che faccia riconoscere l'uomo nella sua poten­za. "Sostanza", "sogget­to", "identità" sono an­cora espressioni metafisiche.  Ciò che resta, agli occhi dì Agamben, è la nuda vita.  Una vita spogliata da tutte le decli­nazioni.  Una figura sospesa tra umano e non umano.

Sulla soglia della fine della storia non c'era più il potere ma l'eros, il gioco, le lacrime, o magari lo snobismo.  Questo immaginarono Kojève e Ba­taille.  Ciò che non videro è che quella figura giuliva e farsesca rappresentata dall'animale post-storico era troppo debole e divertente per mettere a tace­re una volta per tutte il potere.  E' da qui che sarebbe ripartito Foucault, con la sua biopoliti­ca, dall'idea che il potere pote­va benissimo fare a meno della storia ed esercitare direttamente il proprio controllo sul­la vita delle persone.
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vedi anche
Filosofia (e) politica