![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 MARZO 2002 |
|
Fede e ragione nell'opera della grande pensatrice/La certezza che
non si può separare etica e metafisica
Chi fu
Simone Weil (1909-1943)? Un'attivista sindacale? Una lucida osservatrice dei
processi politici, impegnata in prima linea nella difesa dei deboli e dei
diversi negli anni terribili dei totalitarismi, della guerra e della Shoah? Fu
una stravagante moralista? Fu un'anima mistica? Certo, fu tutto questo: ma,
risponde il filosofo francese di origine ungherese Miklos Vetö nel suo bel
libro (“La metafisica religiosa di Simone Weil”, Arianna Editrice, Pagine 200.
Euro 12,40) da poco uscito in edizione italiana La metafisica religiosa di
Simone Weil, fu anche e per certi versi soprattutto una pensatrice, una
filosofa che trasse dalla profondità del suo approccio metafisico e religioso
le ragioni vere del suo impegno storico-sociale.
Nella selva
delle interpretazioni del pensiero della Weil - da quella laica linguistica di
Peter Winch, a quella ermeneutica di R. Kuhn, a quella legata al
"pensiero femminile" di W. Tommasi - Vetö - nato ebreo e divenuto
cristiano - delinea in maniera convincente e ben documentata la sua lettura
"filosofica", che individua proprio nel riferimento al paradosso del
Dio crocifisso la chiave ermeneutica dell'apporto speculativo della Weil.
Grazie a
questa chiave si comprende la centralità del concetto di
"de-creazione", connesso alla libera auto-limitazione divina per
amore del mondo: "Per Dio l'atto della creazione non fu un'espansione di
sé, bensì una rinuncia o un'abdicazione... Se la creazione è un sacrificio da
parte di Dio, essa non è allora un mezzo di crescita, ma al contrario la forma
che il suo amore riveste per dare e per darsi alle sue creature... Nella
creazione non è la potenza di Dio a traboccare, ma il suo amore, e questo traboccare
è una vera diminuzione" (p. 18). Alla "decreazione" divina - che
è dunque l'altro nome della gratuità e dell'umiltà dell'amore creatore - è
chiamata a corrispondere la "de-creazione" non meno libera
dell'assenso della creatura: "Come potrebbe un essere la cui essenza è di
amare Dio e che si trova nello spazio e nel tempo avere una vocazione diversa
dalla Croce?".
Perciò,
secondo l'ebrea Simone Weil solo "coloro che hanno l'immenso privilegio di
partecipare con tutto il loro essere alla Croce del Cristo attraversano la
porta, passano dalla parte dove si trovano i segreti stessi di Dio". In
questo destinarsi dell'amore umile si coglie il fondamento del rapporto fra
libertà e necessità. Analogamente, si comprende il ruolo del male, che sta tutto
nella resistenza all'atto della "decreazione", a quella perdita di sé
in cui solo si dà vita all'altro.
In questa
luce emerge l'inseparabilità radicale di metafisica ed etica: la scelta di
rifiutarsi al dono per guadagnare se stessi è indebolimento dell'essere,
malattia che tocca le radici ontologiche della persona e del mondo. L'intero
pensiero della Weil - letto soprattutto alla luce degli scritti della maturità
- appare così una sorta di salutare "contaminazione" fra filosofia e
rivelazione, peraltro non priva di debolezze e contraddizioni: di queste, sono
particolarmente evidenti a una sensibilità cristiana un certo atteggiamento
gnostico, il rifiuto dell'immortalità dell'anima e dell'escatologia personale,
l'incomprensione del mistero della Chiesa, l'ambiguità circa la divinità di
Cristo, l'equivocità della distinzione fra il Logos eterno e le sue possibili,
molteplici manifestazioni storiche, di cui quella dell'incarnazione sarebbe
l'esemplare, ma non l'unica.
Quello della Weil si offre come un pensiero antiideologico, quanto mai attuale nelle inquietudini della post-modernità, in cui tutti - consapevoli o meno - ci troviamo come naufraghi e interpreti del naufragio, bisognosi di un senso che orienti e misuri le scelte, e che può esserci solo donato da altrove, dall'Altro che viene a noi.