RASSEGNA STAMPA

15 MARZO 2002
FELICE CIMATTI
Il senso indaga i suoi confini

Lo statuto epistemologico della psicoanalisi ripercorso da Fabrizio Palombi in un saggio che ne indaga il "Legame instabile" con la scienza. Il libro sarà oggetto di un dibattito condotto da Gianfranco Dalmasso, questo pomeriggio, alla Fondazione Basso di Roma

Le domande radicali esigono risposte radicali, un sì o un no. E quando, nonostante tutti i nostri sforzi, una risposta del genere - in un senso o nell'altro - non è possibile darla, allora è forse il caso di cambiare la domanda. Quella di cui si occupa Fabrizio Palombi nel Legame instabile. Attualità del dibattito psicoanalisi-scienza (Franco Angeli, 2002) è datata quanto la psicoanalisi stessa: se sia una scienza oppure no. Dall'impossibilità di rispondere in modo netto, deriva il fatto che, storicamente, scienza e psicoanalisi sono state unite da un legame instabile. Perché a stabilire quale sia il metodo scientifico è la scienza stessa, che pure decide cosa sia reale e cosa una chimera, cosa sia vero e cosa no. E, curiosamente, la stessa psicoanalisi, a partire da Freud, ha di fatto sempre accettato questa gerarchia di valori, come un figlio non amato che cerchi sempre e di nuovo (e vanamente) lo sguardo rassicurante di una madre severa e distratta.

In questo senso si spiega l'"oscillazione interna al pensiero freudiano fra due posizioni: la prima rivendica l'appartenenza della psicoanalisi alle scienze della natura, la seconda sostiene la sua autonomia e specificità". Ma, se per scienze della natura intendiamo - come si vuole da Galileo a oggi - le scienze quantitative, che si occupano della materia nelle sue varie forme e delle relazioni interne a questa materia, allora la psicoanalisi non potrà mai essere una scienza. Infatti, dell'ambito della mente già si occupano la psicologia e soprattutto le neuroscienze. Se uno psicoanalista crede che i termini che usa per descrivere e comprendere la mente di un nevrotico attingano la loro validità dall'essere riconducibili, in ultima istanza, a specifiche aree cerebrali o a specifici meccanismi di funzionamento del cervello, allora - di fatto - il suo lavoro avrà, al massimo, un valore temporaneo, nel senso che varrà solo fino al giorno in cui le neuroscienze avranno capito come veramente funziona il cervello dell'animale umano. Da questo punto di vista, si direbbe che la psicoanalisi abbia ben poco da imparare dalle neuroscienze, semplicemente perché essa non si occupa del cervello.

Nel suo libro, Palombi mostra bene, a questo riguardo, come gli attacchi più coerenti alla psicoanalisi vengano proprio dalle neuroscienze, e in generale, anche nel passato, da coloro che ritengono come una scienza non quantitativa - che nel caso della mente significa comportamentale - semplicemente non esista. Esemplare il caso dello psicologo comportamentista Skinner, secondo il quale, infatti, "la psicoanalisi sarebbe una sorta di variante aggiornata dell'antico dualismo filosofico che, accettando la tradizionale `finzione della vita mentale', è incapace di evitare la biforcazione della natura in fisica e psichica".

Anche l'altra opzione apparentemente a disposizione della psicoanalisi, quella di stabilirsi nel campo dell'ermeneutica - è la scelta emblematicamente argomentata nel celebre studio di Ricoeur Dell'interpretazione. Saggio su Freud - non è in realtà soddisfacente. Perché, paradossalmente, ancora una volta, nonostante il primato accordato alla parola, sembra impossibile spostare l'asse del paragone al quale opporsi, lo specchio dal quale ritrarsi, il quale resta condizionato dalle coordinate imposte dalla scienza, o meglio dalla fisica, alla quale competerebbe, in ultima istanza, stabilire i criteri della scientificità, anche quando l'oggetto in campo è il pensiero dell'uomo. E poiché la psicoanalisi non rispetterebbe i criteri di verificabilità, non essendo falsificabile (è nota la critica di Popper, la cui conoscenza della psicoanalisi era in realtà assai limitata) altra opzione non le resterebbe se non quella di esiliarsi completamente dal campo della scienza. La quale si occupa di fatti, mentre la psicoanalisi si occuperebbe principalmente di interpretazioni. Posta in questi termini, la scelta non può che rivelarsi residuale, non può che implicare l'accettazione della psicoanalisi come pratica accessoria e scientificamente non legittimata.

Il merito principale del libro di Palombi è proprio quello di mostrare come questo "legame instabile", che unisce da sempre la metapsicologia alle scienze naturali, sia il risultato di una opzione originaria, compiuta da Freud a favore di quelle scienze della natura che si autorappresentano come le uniche autentiche, e forse non sufficientemente discussa dai suoi successori, almeno non con la dovuta determinazione. Se si accetta questa premessa, la psicoanalisi - ma anche le altre scienze che si occupano specificamente dell'uomo, come l'antropologia o la politica - sono necessariamente destinate a venire assorbite da quella scienza quantitativa che non le ha mai veramente tollerate, appunto perché radicalmente incompatibili con i suoi metodi e i suoi obiettivi.

Una via per uscire da questo "legame instabile" potrebbe essere quella di seguire l'indicazione di Wittgenstein secondo il quale mentre la scienza si occupa di cause, la psicoanalisi indaga le ragioni che, noi umani, diamo delle nostre azioni. Fin qui, la precisazione è certamente utile, ma in questi termini resta del tutto compatibile con l'insoddisfacente suddivisione fra scienze della natura ed ermeneutica. Tuttavia Wittgenstein dice qualcosa di più. Ci dice che la caratteristica specifica di noi animali umani è quella di vivere nell'esperienza del senso, il che implica porre domande a noi stessi e al mondo in cui viviamo. Ora, a questi interrogativi si può rispondere in vari modi - come fa la scienza delle cause - ma anche cercando di comprendere le ragioni delle proprie azioni, esattamente come fa la psicoanalisi. Wittgenstein ci dice che tutti i "giochi linguistici" hanno uguale legittimità, non ce n'è uno - quello della scienza delle cause - che possa pretendere di assumere il ruolo di arbitro degli altri. Se le cose stanno così la psicoanalisi è la scienza specifica dell'uomo in quanto soggetto, perché un essere umano è tale proprio se può chiedersi perché è quel che è e perché ha fatto quel che ha fatto: interrogativi ai quali le neuroscienze, da sole, non potranno mai fornire risposte adeguate.
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