![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 MARZO 2002 |
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Nel mondo si è passati da 39 milioni di ettari a 52 milioni in due
anni
Dagli Usa alla Cina le colture avanzano. E forse potranno aiutare
Africa e Sudamerica
Per l'Onu sono un potenziale unico per sfamare i poveri del Terzo
Mondo
Patate-vaccino
che immunizzano i bambini contro l'escherichia coli salvandoli dalla morte.
Banane, pomodori e soia che tengono lontana l'epatite. Cereali arricchiti con
vitamine, che fanno recuperare la salute a chi è gravemente denutrito. Viene
annunciata la terza generazione di alimenti transgenici, e sembra fatta apposta
per conquistare il consenso dei Paesi in via di sviluppo. L'agrobiotech si
mette anche al servizio della biodiversità. Ma il fronte contrario agli
organismi geneticamente modificati (ogm) non si dà per vinto. E obietta: questo
è fumo negli occhi, "una gigantesca campagna di relazioni pubbliche",
come afferma la Rural Advancement International Foundation.
Poi arrivano
i dati del 2001: in tutto il mondo, gli ettari di suolo agricolo coltivati con
sementi ingegnerizzate sono passati da 39,9 milioni nel 1999 a 52,6 milioni.
Gli ogm avanzano soprattutto in Usa (35,7 milioni di ettari) ma anche in
Argentina (11,8 milioni), mentre in Cina le piante dal genoma ritoccato
occupano già un milione e mezzo di ettari. Quando avranno detto sì anche India
e Brasile, le biotecnologie vegetali si troveranno un disco verde in tutto il
Terzo Mondo. A spianare la strada provvede il Programma delle Nazioni Unite per
lo sviluppo. Nel suo Rapporto 2001, definisce gli ogm un "potenziale
unico" nella lotta alla fame nel mondo.
Le
biotecnologie sono destinate a sbaragliare ogni resistenza ambientalista? Gli
agricoltori del mondo industrializzato ci guadagnano con le piante
transgeniche, altrimenti non le seminerebbero. Ma nei Paesi in via di sviluppo
gli ogm incontrano un muro di gomma. Kanayo Nwanzè, direttore dell'Associazione
per lo sviluppo della risicoltura in Africa occidentale, ha dichiarato di
recente che molti governi africani, asiatici e sudamericani si sono già dotati
di una legislazione che regola gli ogm ma non riescono ad applicarla. I
contadini africani vedono infatti nell'agrobiotech un rischio per la loro salute,
dice Nwanzè, ammettendo indirettamente che agiscono anche pulsioni misoneiste.
Proprio la sua organizzazione aveva realizzato una varietà di riso, il nerica,
che - grazie a un incrocio (e non a un sortilegio di ingegneria genetica) rende
il doppio e non ha bisogno di concimi e - soprattutto - di acqua (ne occorrono
invece da 4 mila a 5 mila litri, per ottenere un chilo di riso
"classico"). Da quattro anni, Kanayo Nwanzè si batte per diffondere
il nerica nel suo paese, la Costa d'Avorio. E solo mille contadini hanno
aderito.
Non sarà il
balzo tecnologico a migliorare il destino dell'Africa, osserva, al riguardo,
l'esperto Philippe Demenet. Perché, si domanda, non aveva ottenuto gli effetti
voluti la "prima rivoluzione verde", quella degli anni '60, pur essendo
riuscita a raddoppiare la produzione alimentare mondiale? Perché avvantaggiò
soprattutto coloro che avevano i mezzi per investire nell'innovazione
tecnologica. La stessa sorte toccherà a quella che la Rockefeller Foundation
chiama la "seconda rivoluzione verde", fondata sulle biotecnologie,
se non saprà coinvolgere i piccoli coltivatori che zappano fazzoletti di
terreno di venti metri quadrati e sono angariati dagli usurai.
Gli ogm debbono servire ai bisogni dei piccoli contadini oppure a quelli delle multinazionali? Chiede Kanayo Nwanzè. E non esita a delineare uno scenario in cui "gli ogm potrebbero svolgere un ruolo importante per l'Africa" (e nutrire una buona parte degli 800 milioni esseri umani che non hanno cibo per sopravvivere). Tre le condizioni. Bisogna negoziare con Monsanto, DuPont-Pioneer, Singenta e Bayer la realizzazione di una tecnologia cui abbiano accesso anche i più poveri. Le multinazionali non debbono far pesare i loro brevetti. E i governi sono tenuti a studiare attentamente l'impatto degli ogm, dotandosi di norme di sicurezza. Con o senza ogm, l'agricoltura africana ha bisogno di riforme.