![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 MARZO 2002 |
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Perché la città guerriera affascinò democratici, monarchici, socialisti
e nazisti
Nel recente
terzo volume dell'ampia opera einaudiana curata da Salvatore Settis, ("I
Greci, Storia cultura arte società, III. La Grecia oltre la Grecia",
Einaudi, pagine 1.550, euro 103), Chryssanthi Alami, greca d'origine e
insegnante a Tours, affronta il tema più vivo e dibattuto della
"lettura" dei Greci da parte dei moderni: Libertà liberale contro
libertà antica . Eccellente saggio, che potrebbe considerarsi il
"cuore" dell'ampio volume. La Avlami è memore dell'insegnamento di Pierre
Vidal-Naquet, uno degli studiosi più interessanti del mondo antico. Egli sa,
come pochi, che l'antico è adoperato dai moderni per capire se stessi, e per
parlare, in accesi conflitti, di se stessi, cioè del presente. Con Moses
Finley, Arnaldo Momigliano e altri, Vidal-Naquet ha lungamente approfondito
lo studio dei "moderni alle prese con gli antichi"; ha seguito la
maturazione delle categorie politiche moderne attraverso la continua,
sollecitante , interrogazione degli antichi. Essa ebbe nel Discorso sulla
libertà degli antichi comparata con quella dei moderni di Benjamin Constant
("La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni", con un
"Profilo del liberalismo" di Pier Paolo Portinaro, Einaudi, euro
8,26) uno straordinario e pugnace punto d'avvio. Chi pensa invece che tra
studiosi di antiche e studiosi di moderne repubbliche ci sia un baratro è come
un visitatore che si aggira per le gallerie del Louvre completamente bendato.
Il processo di lettura-diagnosi, e messa a frutto per il presente ,
dell'esperienza greca è incominciato già nel corso dei circa sette secoli che
separano Polibio da Giustiniano. Ha investito, man mano, coloro che - col
passar del tempo - diventavano essi stessi degli "antichi", dopo
essere stati dei "moderni" e aver contribuito, per la loro parte, a
dare una lettura degli antichi più antichi di loro. Così i Romani e le loro
istituzioni, che si erano imbevuti dell'esperienza greca (parte accettandola,
parte trasformandola, parte rifiutandola: rifiutata fu certo, dai Romani, la
"democrazia" greca, vista come un terribile eccesso), anche i Romani,
dunque, divenuti a loro volta "antichi" cominciarono a funzionare
come antichi modelli coi quali dialogare: dialogo che vediamo durare, in diverse
forme e gradi di intensità, fino a Machiavelli, e poi fino al Bonaparte, per
non parlare del "rivestimento" romano che il fascismo volle dare a se
stesso.
Il fatto è
che tra antichi e moderni, soprattutto se s'intendono le due categorie nel
senso "dinamico" che s'è ora descritto, vi è un corto circuito
continuo e ineliminabile. Ogni età, forse ogni generazione, legge gli
"antichi" mettendovi dentro qualcosa di sé. I tanti
"antichi" che ne vengono fuori sono tutti, almeno in parte,
"veri". E quindi anche "falsi". Difficile acciuffare per i
capelli e fissare una volta per sempre gli antichi "veri" e
definitivi. Ma questo non vale solo alle prese coi Greci e coi Romani, ma anche
con quei pezzi di "moderno" che si sono sempre più allontanati nel
tempo, e tornano a essere parte di noi stessi sotto forma di oggetto
storiografico . Non si capirebbe altrimenti come mai grandi fenomeni
"ritornino" prepotentemente a imporsi come oggetto della ricerca e si
ripresentino ogni volta diversi. Basti pensare alle varie e ritornanti letture
di un fenomeno imponente e tutt'altro che assodato, come la
"Controriforma"; ovvero ai destini storiografici altalenanti del
"giacobinismo", in funzione, al tempo stesso, di nuovi documenti e di
nuovi "punti di vista" politici.
Il
"caso" Sparta è, in questo senso emblematico. Ernst Baltrusch, di
cui Il Mulino ha recentemente tradotto, nell'Universale Paperbacks, l'efficace
sintesi intitolata appunto Sparta (Il Mulino, pagine 140, euro 9,30), conclude
la sua trattazione con una argomentata rassegna del "destino" di
Sparta presso i volta a volta "moderni", che si apre con questa
efficace considerazione: "Repubblicani, monarchici, democratici,
socialisti, nazisti, tutti si servirono senza esitazione dell'esempio di
Sparta". Corifei dell'illuminismo videro nel controllo degli efori sui re
spartani il germe della "divisione dei poteri", mentre per Hitler
Sparta era il modello perfetto di Stato razziale . Ciò non aveva impedito a
Mably - "maestro" di Robespierre ben più dello stesso Rousseau,
ammiratore anche lui di Sparta - di avvolgersi, come maliziosamente dicevano i
suoi avversari, nel "mantello di Licurgo": del quasi mitico
legislatore spartano che aveva fondato l'uguaglianza e, dunque, la giustizia.
Uguaglianza,
giustizia, repressione contro chi intacca quei valori erano sin da allora
stretti in un unico nesso. E Constant poté deridere Mably, nel suo famoso
Discorso , sostenendo che Mably "detestava la libertà individuale come si
detesta un nemico personale".
Per
Constant, "libertà" e indisturbato uso della ricchezza individuale
sono sinonimi. È quello il focus del ragionamento con cui egli respinge come
oppressiva l'idea di libertà che gli antichi (specie Spartani) avevano
praticato, e che i giacobini, in tempi a lui vicini, avevano rinverdito e rilanciato.
Alla fine del suo Discorso , Constant scioglie un inno alla ricchezza: "Il
potere minaccia - scrive -, la ricchezza compensa: si sfugge al potere
ingannandolo, ma per ottenere i favori della ricchezza bisogna servirla; finirà
con l'avere essa il sopravvento". E siccome era uomo pratico ed esperto,
precisava poco prima: "La forza è inutile, il denaro si nasconde o
fugge". Il bello dei liberali veri è il loro parlar chiaro. E una loro
chance non trascurabile consiste nella consapevolezza che essi hanno della vera
e propria adorazione di cui la ricchezza è oggetto, specie in strati sociali
che ne sono privi.
Per questo
Sparta, prima della "corruttrice" opera di Lisandro (avversato nella
sua città anche per questo) aveva sbarrato la strada alla circolazione stessa
del danaro. Naturalmente Sparta non restò un "monolite" immutabile.
In una storia quasi millenaria, che presentava tratti di estrema vitalità
ancora al tempo di Augusto, di molto si era trasformata la sua compagine,
mutate erano le leggi, stravolta la composizione demografica. E dunque chi la
idealizzava parlava di qualcosa che non c'era più, o era diventata altro. Come
accade ed è accaduto ai "paesi-guida" nell'età nostra, incominciata
con la prima repubblica francese e che dura ancora.
Eppure gli
Ateniesi del secolo quarto avanti Cristo, da un critico della politica come
Isocrate a un "pratico" per eccellenza come il meteco di origine
siciliana Lisia (il quale era scampato per miracolo alla violenza dei Trenta
"tiranni", idoleggiatori di Sparta!), sostenevano che Sparta era
"un modello di democrazia". Queste loro parole, annegate tra tante
altre che autori ateniesi hanno scritto sull'argomento, rischiano talvolta di
cadere nel dimenticatoio della storia. Eppure sono molto indicative, per lo meno
sono il frutto di una diagnosi ravvicinata , fatta da osservatori che avevano
di gran lunga più elementi di giudizio che non noialtri. "Razzisti"
più o meno soft erano tutti i Greci, almeno nella loro esibita e infondata
pretesa di superiorità rispetto ai barbari. Non è dunque all'esame di
"razzismo", più o meno accentuato, che dovremo sottoporre Sparta
arcaica, anche se ben sappiamo quanto l'arte "di regime" nazista
abbia adorato i corpi nudi e "ariani" di quella idoleggiata realtà.
"Quello che è strano - scrive uno spiritoso e grande storico inglese, A. H. M. Jones - è che parecchi ateniesi intelligenti ammirassero il sistema di governo spartano e lo paragonassero con vantaggio a quello della loro città (...). I suoi fautori ateniesi erano quasi tutti cittadini di elevata condizione, di nobile nascita, ricchi e educati". Jones suggerisce, tra le righe, che forse, costretti a viverci, si sarebbero ricreduti. L'esperienza della loro città, in preda ai marosi della demagogia e della corruzione, li portava a sognare "il buongoverno", l' eunomia . Il culto del "mantello di Licurgo" è incominciato allora.