![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 MARZO 2002 |
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I reperti artistici, archeologici e
biologici che rivoluzionarono la percezione dell'età della terra
Il sottotitolo della mostra
bolognese sulla Antichità del mondo, che è Fossili, alfabeti, rovine,
è, come si diceva un tempo, musica per le mie orecchie. Non solo perché un conto è parlare delle
cose e un altro conto è vederle e perché la mostra è bellissima, ma anche
perché quel sottotitolo mi è sembrato una autorevole conferma di quanto fu
scritto su «Nature» (22 agosto, 1985)
in una recensione all'edizione americana del mio libro I segni del tempo: storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a
Vico (uscito nel 1979 da Feltrinelli). Chiunque ha familiarità con lo
sviluppo della scienza negli ultimi decenni - vi scriveva John Secord - sa che
i confini tra le discipline non sono statici. Le scienze si avvicinano e si
allontanano l'una dall'altra. Si
frammentano, a volte scompaiono e si raggruppano in nuove specialità.
Basta retrocedere di trecento
anni e ci accorgiamo che i mutamenti non riguardano solo le scienze, ma
l'intero mondo della conoscenza. Cosa
c'è oggi di comune fra gli ammoniti fossili, le piramidi egiziane e la
scultura cinese? Questa domanda suona
assurda ai nostri orecchi perché questi argomenti appartengono oggi a specialità
scientifiche fortemente distinte fra le quali ogni rapporto sembra frutto del
caso. Ma nel secolo XVII l'affinità fra
quegli argomenti non si presentava affatto come un enigma, ma come un modo,
dato per acquisito, della vita intellettuale. «I fossili, le lingue antiche e
i relitti delle civiltà perdute trovavano tutti posto in uno studio unificato
del passato: erano i segni del tempo».
Facendo riferimento a quello
stesso libro, Stephen Jay Gould scrisse (nel 1987) che «la scoperta del tempo
profondo combinò le percezioni di quelli che noi oggi chiamiamo geologi con
quelle di archeologi, storici, e linguisti, oltre che teologi». Ma che cosa è la scoperta del tempo
profondo? Il conte di Buffon pubblicò
nel 1778, Le epoche della natura. Nella pagina iniziale troviamo un
parallelo tra la storia della Terra e la storia civile e troviamo anche
l'affermazione del carattere breve della storia umana al quale si contrappone
la sterminata lunghezza dei tempi della storia naturale. Queste affermazioni ci sembrano del tutto
ovvie. Ma alcune opinioni e tesi e
teorie sono diventate "ovviamente vere" attraverso processi lunghi e
complicati, che hanno richiesto mutamenti profondi nei modi di pensare e nei
modi di concepire il mondo e i rapporti tra noi e il mondo.
Un primo punto riguarda la
nozione stessa di una storia della natura e di una storia della Terra. Quando usiamo il termine "storia
naturale" ci dimentichiamo, in genere, che il significato di questa
espressione, per molti secoli, non ebbe nulla a che fare con i processi
temporali. Fu quello che a esso avevano
attribuito Aristotele e Plinio: una historia
o una descrizione atemporale di entità non mutevoli.
Nel
nostro mondo postdarwiniano storia dell'universo, storia del sistema solare,
storia della Terra, storia della specie umana sono entità costruite su scale
cronologiche enormemente diverse. Che
la natura sia di gran lunga precedente all'uomo, che l'uomo sia emerso dalla
natura che molta "natura" sia tuttora presente nei suoi
comportamenti: tutto ciò fa ormai parte (o dovrebbe far parte) del senso
comune. Ma per molti secoli la storia
dell'uomo fu concepita come coestensiva alla storia della Terra. Con la creazione iniziava anche il tempo e
la cronologia biblica aveva fissato in circa scintilla anni l'età del mondo.
Un cosmo non costruito per le creature umane, una Terra non popolata da uomini
e donne, apparvero a lungo, come realtà prive di senso, pure fantasie.
La
dilatazione del tempo, fra Seicento e Settecento, investe, nello stesso giro
di anni, le scienze della natura e le scienze dell'uomo. Invocando la remotissima antichità dei
Caldei, dei Messicani, dei Peruviani, dei Cinesi e contrapponendo la cronologia
di quei popoli a quella degli Ebrei, Isaac de la Peyrère aveva sostenuto, nel
1655, l'esistenza dei Preadamiti, cioé di uomini che avrebbero popolato la
Terra prima di Adamo. La cronologia
ortodossa dei seimila anni appare a Lapeyrère del tutto insufficiente: «anche
la più piccola parte del passato oltrepassa di gran lunga l'epoca della
creazione che comunemente viene fatta coincidere con Adamo». I tempi attuali sono separati dall'inizio
del mondo da una sterminata distanza.
I cultori di cronologia «hanno cancellato dalla memoria del genere
umano i secoli di cui non hanno notizia».
Dietro i pochi millenni della cronologia tradizionale si estende una
storia di migliaia e migliaia di secoli costruita da popoli differenti, che ha
trovato sbocco in differenti civiltà.
Il diluvio perdeva le sue caratteristiche di catastrofe universale e
il testo biblico si riduceva al resoconto della particolare storia del popolo
ebraico. Dietro i seimila anni della
cronologia tradizionale si estendeva ora una sorta di inesplorato continente.
Nel corso del Settecento e
dell'Ottocento, quell'ampio territorio, verrà popolato non solo da sapienti
Caldei, da misteriosi Egiziani e da raffinati Cinesi, ma anche da barbari, da
«bestioni tutto stupore e ferocia», e infine da «scimmie» destinate a
diventare uomini.