RASSEGNA STAMPA

10 MARZO 2002
CARLO OSSOLA
Retorica, senza stile è quasi filosofia

Lezioni e conversazioni del grande italianista che restituiscono un ruolo nuovo alla disciplina

Corollario del volume (Ezio Raimondi, «La retorica d'oggi», il Mulino, Bologna 2002, pagg. 114, euro 9,30) è un impe­gnato dialogo a distanza, propiziato da Benedetta Craveri «La retorica?  Bisogna rivalutarla.  Conversazione con Benedetta Crave­ri», pagg. 93-107), con la summa reto­rica pensata curata e introdotta da Marc Fumaroli, Histoire de la rhétori­que dans l'Europa moderne. 1450-1950, Paris, Puf 1999, pagg. 1.360. E' un segno, già questo, del ritorno della retorica per impulso di due tra i più autorevoli critici europei.

Precedono quella conversazione le lezioni pronunciate da Raimondi, nell'ottobre 1993, presso il Centro cul­turale polivalente di Cattolica; quasi retorica in atto, esse mantengono i privilegi e la «tonalità affettiva» dell'actio.

Il titolo del volume, La retorica d'oggi, è speculare e in certo modo responsivo a un lontano saggio (così lontano che neppure è più citato) di Roland Barthes, La retorica antica, del 1970.  La retorica antica e medieva­le, ricorda Barthes, s'associava soprat­tutto alla poetica: «questa fusione è capitale - aggiunge - poiché è all'origine stessa dell'idea di letteratu­ra: la retorica s'identifica ai pro­blemi non già della "prova giuridica", ma della composizione e dello stile; la letteratura (atto totale di scrittura) si definisce nel ben scrivere».  La retori­ca d'oggi è macchina argomentativa: come ha mostrato Chaïm Perelman nel Trattato dell'argomentazione, è «scienza di ragionamento», si apparen­ta meglio con la logica, con una filoso­fia - chiosa Raimondi - che «assu­me il volto della ragionevolezza della razionalità moderna».  Da qui l'orienta­mento delle lezioni di Raimondi, spic­catamente volto a ricostruire, da Nietz­sche a Heidegger, da Gadamer (Verità e metodo, 1960) a Ernesto Grassi (Rhetoric as Philosophy, 1980), da MacIntyre a Rorty, «contingenza e solidarietà» del dire e dell'agire uma­no. Citando Gadamer, Raimondi osser­va che la retorica, così intesa, «divie­ne il luogo di riconoscimento dell'altro».  Essa attende dunque a un compito etico-político, a un «agire comunicativo» (Habermas) che è esercizio di responsabilità.

La retorica moderna insomma copre l'ampio territorio sociale che nella vita quotidiana può essere descritto come «gioco di ruoli e gestione di identità».  Rispetto alla retorica antica illustrata da Barthes, essa ha indubbiamente al­largato il suo ambito: la retorica d'og­gi è «scienza di segni», di gesti, più che ricerca di stile; include La vita quotidiana come rappresentazione (Er­ving Goffman), una teatralità dell'agi­re, resa più acuta dalla comunicazione televisiva.  Quest'amplificazione teatra­le e politica della retorica, mentre ne ha esteso a dismisura la pertinenza (sì che la politica è ormai maschera di comunicatori), ne ha anche accresciuto il valore d'uso: potente veicolo di in­formazione, essa dá un'antropologia del convenuto.  Si vorrebbe poter dire con Raimondi: «Retorica ed ermeneuti­ca sono strumenti che ci insegnano a interpretare l'uomo come ente pubbli­co che parla, come ente interrogativo che pone quesiti», ma sulla scena del mondo, oggi, l'uomo è piuttosto «cavi­tà che inghiotte» o che è inghiottita.

L'epoca romantica ha sospinto via la retorica dalla parola poetica, fattasi "essenza di sublime" ispirazione che irrompe.  Privata del suo essere parola del "far parola", la retorica è stata orientata verso l'argomentazione; via via che essa abbandonava i topoi dell'imitazione, la replica del modello come esercizio di copia (ultimi supre­mi testimoni Bouvard et Pécuchet), il suo esibire quella «novità nota» (Te­sauro) che rinnova e conferma la tradi­zione, essa si è fatta sempre più, nel XXIX e nel XX secolo, "scienza nego­ziale", «spazio attraverso cui interpre­tare Reazioni e modi d'essere dell'uo­mo» (Raimondi).

La retorica antica, come ha ben visto Fumaroli, era parte e funzione dell'educazione, oggi è parte e scena del comportamento.  Si potrebbe dire che persuasibile e interpretabile si con­tendono oggi la scena della parola; i migliori predicano una sofistica del limite: argomentare intorno al compa­tibile, e sembra già molto.  D'altra parte, interpretare "non fa testo": il testo infatti esige testimoni.  Il prezzo è tuttavia altissimo: poiché - ha det­tato e pagato su di sé Paul Celan - ­nessuno testimonia per il testimone.

Proprio per la straordinaria probità e lucidità storica di Ezio Raimondi vediamo, in trasparenza dal suo sag­gio, ciò che oggi è in gioco, e che qui non esito a dichiarare.  La partita in atto non è solo di nomi: la retorica d'oggi, politicamente corretta o scor­retta, occupa sempre più quello spa­zio immenso, e non negoziabile, ab­bandonato dalla filosofia quando «la filosofia rinunzia alla pretesa dell'as­soluto e comincia a sentirsi come di­scorso», conclude Raimondi.  Ecco perché difendo la retorica antica: essa "traslava" il disperso in simbolo, per­ché - ricorda Raimondi - l'uomo è simbolico in quanto, etimologicamente, ha bisogno di essere riunito alla propria origine.  Di là da quella origi­ne (Vico, Leopardi), il tempo era del­la politica, il sempre dell'essere tormentava filosofia e teologia.  La retori­ca d'oggi si dilata sulla fine della comunità e dell'esserci, ci nutre e ci assopisce nella loro morte.

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