RASSEGNA STAMPA

10 MARZO 2002
MAURIZIO FERRARIS
Un mondo per uomini e pipistrelli

Cosa significa condividere la stessa realtà per esseri con apparati sensoriali così diversi

La comunicazione può essere più o meno difficile, ma viviamo tutti nella casa delle necessità

C'è la barzelletta del profes­sore tedesco che mostra  agli studenti una pulce ammaestrata a saltare se le si dice "salta".  Il professore le toglie pri­ma una zampa, poi due, e quando alla fine gliele ha strappate tutte ne conclude «vedete, se togliete tutte le zampe a una pulce, la pul­ce diventa sorda».  La scoperta del modo in cui i pipistrelli si orienta­no al buio con gli ultrasuoni, rac­contata (insieme a varie altre più o meno affini) da Howard C. Hughes («Sensory Exotic.  Delfini, api, pipistrelli e I loro sistemi sensoriali, traduzione di Al­fredo Suvero, prefazione di Giorgio Colli, McGraw-Hili, Milano 2001, pagg. 348, euro 25,50), professore di psicologia al Darthmouth College, non è, in fon­do, molto diversa.

Che i pipistrelli "vedano" al bu­io, è una cosa di cui tutti prima o poi si accorgono, e rientra fra i nostri stupori infantili.  Incominciò a suscitare un interesse scientifico nel 1794, quando Spallanzani acce­cò dei pipistrelli e constatò che si orientavano benissimo; concluden­done, tuttavia, che possedessero un "sesto senso", che è una bella risposta che non spiega niente.  Però l'an­no dopo il chirurgo svizzero Char­les Jurine provò a tappare le orec­chie ai pipistrelli, e constatò che erano completamente disorientati.  Il "sesto senso", dunque, non era che l'udito. Spallanzani non era d'accordo, perché in effetti noi non sentiamo gli ultrasuoni emessi dai pipistrelli, tuttavia finì per arrendersi. La verità era accertata, invano. Cuvier, dopo aver biasimato Spallanzani per la crudeltà degli esperimenti, oppose che i pipistrelli sentono grazie a un sofisticato senso del tatto, e questa concezione venne assunta come quella vera per un pezzo, e fu ribadita ancora nel 1912, in un articolo sullo «Scientific American», da Sir Hiram Ste­vens Maxim.  Solo nel 1938 Do­nald Griffin e George W. Pierce ristabilirono la verità, eseguendo le prime registrazioni dei segnali sonar dei pipistrelli.

«Quando l'unico attrezzo che hai è un martello, tutti i problemi  assomigliano a un chiodo», osserva saggiamente Hughes: se ignori l'esistenza degli ultrasuoni, non puoi credere che i pipistrelli   vedano con le orecchie, ma non fai troppa fatica a pensare che veda­no col tatto, come quando si sente una corrente d'aria che ci dà una informazione sull'ambiente.

Lasciamo Hughes e cerchiamo il sugo della storia.  La questione del pipistrello torna alla ribalta, filoso­fica questa volta, con Thomas Nagel (che, in tedesco, significa "chio­do"), nel 1974, in un famoso artico­lo, «Che effetto fa essere un pipi­strello?».  Qui Nagel rivendica con­clusivamente la necessità di una fenomenologia capace di mostrare i caratteri comuni della condivisio­ne di un mondo da parte di esseri che abbiano sensi e concetti molto diversi dai nostri, e lo fa per ovvia­re al problema per cui, se si defini­scono le soggettività come monadi incomunicanti e si definisce l'og­gettività come ciò che può venir condiviso dalla fisica, allora il pipi­strello e noi abiteremmo due mon­di completamente diversi.  Nagel si limita a delineare il problema, e forse la storia di Hughes ci può avvicinare alla soluzione.

Nel dire che i pipistrello vedono col tatto, Maxim non aveva tutti i torti.  Dopotutto, l'udito è una forma di tatto, e con questo si risolve il problema fisiologico.  Il proble­ma filosofico sul che effetto faccia essere un pipistrello, invece, suona (è il caso di dirlo) così: sarà senz'al­tro diverso da come ci sentiamo noi, ma non costituirà una esperien­za totalmente diversa (come teme Nagel, esagerando le difficoltà), per il semplice motivo che noi e lui ci muoviamo nello stesso mondo, dotato di caratteristiche solide e co­stanti indipendentemente dai canali della nostra percezione o, in altri termini, dal buco della serratura da cui possiamo spiarlo.

Per intenderci, avremmo a che fare con qualcosa di simile all'inte­razione tra i vivi e i morti (e soprat­tutto i vari tipi di morti) in The Others di Altmann: taluni interagi­scono molto, anche se magari non si capiscono sino in fondo, per via appunto dei concetti e dei sensi diversi, come le due famiglie di morti, e questa potrebbe essere, di­ciamo, l'interazione uomo-gatto o persino uomo-pipistrello.  Altri inte­ragiscono meno, più difficoltosa­mente, devono ricorrere a un me­dium, e questa è l'interazione tra gli scienziati e il mondo fisico inda­gato, che non è dunque la garanzia di una oggettività dell'esperienza, bensì la ricerca delle sue cause fon­damentali.  Però tutte queste interazioni hanno luogo nella medesima casa, la Casa delle Necessità, con caratteristiche comuni e condivise sia dai pipistrelli, sia dagli uomini, indipendentemente dalle caratteri­stiche dei loro organi di senso e dai loro schemi linguistico-concettuali; e soprattutto, senza che, per farlo, ci debba essere una scienza unifica­ta comune a uomini e a pipistrelli, quanto dire senza che si debba assu­mere il punto di vista di Dio.
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Scienze Cognitive