RASSEGNA STAMPA

8 MARZO 2002
DARIO ANTISERI
Il pensiero? Per tutti e per nessuno

Dallo schema geometrico di Platone a quello biologico di Aristotele fino alle immagini cristiane della convivenza

«Il fine ultimo della filosofia» spiega come ognuno viva, in modo più o meno consapevole, all'interno delle teorie. Adattandole alla propria esistenza

«Il mondo di un uomo che crede che Dio lo abbia creato con un preciso scopo, che lo abbia dota­to di un'anima immortale, che ci « sia un'altra vita in cui dovrà scon­tare i propri peccati, è radicalmen­te diverso dal mondo di un uomo che non crede in alcuna di queste cose;            e i motivi d'azione, i codici morali, le idee politiche, i gusti, i rapporti personali del primo saranno profondamente e sistematicamente diversi da quelli del secondo». Questo scrive Isaiah Berlin in Il  fine della filosofia (Edizioni di Comunità, pagg.  XXIV-249, euro 22, a cura di H.

Hardy, traduzione di N. Gardini).

La realtà è che tutti gli uomini e tutte le donne sono filosofi.  E difatti ognuno di noi vive immerso, con maggiore o mi­nore consapevolezza, dentro a teorie filosofiche: c'è chi crede che Dio esista, chi pensa che non vi sia alcun Dio e chi, come l'agnostico, sostiene che il proble­ma dell'esistenza di Dio sia una questio­ne irrisolvibile; e convinzioni diverse, non di rado inconciliabili, si sono avute e si hanno sulla giustizia, sulla libertà, sulla verità, la validità e i limiti della co­noscenza scientifica; sulla natura uma­na: siamo davvero liberi oppure la libertà che attribuiamo alle nostre decisioni ed iniziative è pura illusione in quanto noi siamo rigorosamente e causalmente determinati come ogni altro pezzo o aspetto della natura?

E non è vero che nulla vi è di più culturale che l'idea di natu­ra e quindi anche di «natura umana»?  E quel che vale per l'idea di natura vale anche per l'inestirpa­bile problema riguar­dante il senso della storia: la storia dell'umanità, con i suoi successi e i suoi falli­menti, le sue conqui­ste e le sue tragedie, è guidata da leggi ine­luttabili (di regresso, di progresso, cicliche, dialettiche) ovvero es­sa non ha alcun senso al di fuori di quello at­tribuitole da ognuno di noi?  In politica, precisa poi Berlin, gli uomini hanno cercato di concepire la lo­ro esistenza sociale in analogia con vari modelli: Platone «tentò di comporre un proprio sistema della natura umana, dei suoi attributi e dei suoi fini, seguendo uno schema geometrico, poiché riteneva che questo avrebbe spiegato tutto quan­to esisteva».

Dopo di lui Aristotele propose uno schema biologico.  Successivamente fu la volta delle numerose immagini cristiane della convivenza umana.  Non è mancata «l'idea di un esercito in marcia impegna­to nella difesa di virtù come la fedeltà, la dedizione, l'obbedienza necessarie per superare e abbattere il nemico (idea con cui si è molto giocato in Unione Sovieti­ca)».  E c'è l'idea che «lo Stato sia un vigi­le urbano o una guardia notturna impe­gnato a impedire scontri e a custodire la proprietà» -,idea che è alle spalle di gran parte del pensiero liberale.  Diversa da questa è la convinzione che ha animato gli esponenti dell'organicismo politico del diciannovesimo secolo, secondo cui lo Stato deve consistere in un grande sforzo cooperativo di individui volti alla realizzazione di un fine comune e che, pertanto, «abbia il diritto di entrare in ogni angolo più riposto dell'esperienza umana».

Ebbene, commenta Berlin, questi mo­delli spesso si scontrano; e col tempo emerge l'inadeguatezza di alcuni di essi nello spiegare aspetti dell'esperienza; e vengono così sostituiti da altri modelli che, spostando l'attenzione su ciò che i precedenti hanno trascurato, possono tuttavia rendere oscuro quello che i pri­mi avevano chiarito.  Ed ecco, allora, che per Berlin, «il compito della filosofia, spesso difficile e doloroso, è districare e portare alla luce le categorie e i modelli nascosti in base ai quali gli esseri umani pensano ... ; rivelare ciò che in essi vi è di oscuro e contraddittorio; discernere quelle incompatibilità tra i modelli che impediscono la costruzione di modi più adeguati per organizzare, descrivere e spiegare l'esperienza».

E c'è ancora un livello «più alto» di analisi consistente nell'analisi (epistemologica, logica e linguistica) della stessa attività filosofica. Qualcuno potrebbe obiettare come di fatto è accaduto e accade - che l'attività filosofica è troppo

astratta e forse inuti le perché lontana dall'esperienza quotidiana. Si tratta di una accusa falsa, controbatte Berlin.

Gli uomini non possono vivere senza cercare di descriversi e spiegarsi l'univer­so; e questi loro tentativi possono essere carichi di errori teorici, danni morali e tragedie politiche. «Chi può dire - si chie­de Berlin - quanta sofferenza è stata cau­sata dall'esagerato uso del modello orga­nico in politica?».  Tra le cause di errori, paure, sofferenze, ci sono, fuori di dub­bio, la cieca adesione ad idee consunte, la diffidenza patologica per qualsiasi for­ma di autocritica, gli spasmodici sforzi per evitare di analizzare razionalmente, a qualsiasi livello, ciò per mezzo di cui e per cui viviamo.

Di conseguenza, appare più che urgen­te, e necessario, il lavoro dei filosofi ­una «attività socialmente rischiosa, intellettualmente difficile, spesso tormentosa e ingrata, ma sempre importante».  In breve: il fine della filosofia - afferma in conclusione Berlin - è sempre il medesi­mo: «aiutare gli uomini a capire se stessi e quindi a operare alla luce del giorno e non paurosamente, nell'ombra».

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