![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 MARZO 2002 |
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Severino Antinori: «Il rigetto non consente
mai di completare una gravidanza, meglio la pratica dell"affitto"»
La lista delle perplessità è
lunga. Severino Antinori, il
pioniere, lo sperimentatore, l'uomo della procreazione assistita, il luminare
della ginecologia (proprio ieri ha «compiuto» 30 anni di attività) abituato ad
attirarsi addosso fulmini ed anatemi con le sue ricerche sulla fertilità,
questa volta si tira indietro. Ed alza
la voce per contestare il primo trapianto di utero effettuato in Arabia
Saudita.
Professor Antinori, come mai lei che ha sempre sfidato
convinzioni e sapere consolidati,
questa volta si schiera contro il trapianto
di utero?
«Perché sperimentare non
significa perdere il lume della ragione.
La ricerca è tale quando fa bene all'uomo non quando si piega ad esigenze
che non hanno niente a che fare con i veri obiettivi della ricerca. L'uomo deve venire prima di tutto. Non sono certo io che posso essere tacciato
di oscurantismo. La mia storia
personale credo sia testimone di questo. Ma il trapianto di utero mi sembra
una mera esercitazione su un vivente.
Un esperimento pensato per piegare la scienza e la medicina a logiche e
dogmi di tipo islamico così come altre volte sono state percorse strade
sbagliate per seguire i dogmi cattolici».
Cos'è, in particolare, che non la convince di questa
tecnica?
«Non mi convince nulla. Mi chiedo: perché mai trapiantare un utero
per farlo tenere alla donna 3 o 4 mesi?
Se lo scopo è quello di usarlo come eventuale contenitore per la
gravidanza, non c'è alcuna possibilità di riuscita. Tecnicamente il trapianto è fattibile, ma il rigetto è tale che
non consente mai di completare una gravidanza. Inoltre, se pure si superasse il rigetto, c'è il problema
dell'elasticità muscolare. L'utero è
l'organo che accoglie il nascituro e che deve aumentare fino a 20 volte la sua
normale dimensione, e cioè passare da 7 centimetri a 40. Ma sulla base di quanto ci è stato detto, sappiamo solo che in 99 giorni ha reagito agli
stimoli ormonali e che l'endometrio è cresciuto di 18 millimetri. Troppo poco. Così, peraltro, si mette a repentaglio la vita della donna».
Lei teme che altri possano imboccare la strada del
trapianto?
«Non credo proprio e ci sono
molte ragioni che mi confortano in questa convinzione. Vede, questa è sperimentazione pura e da
quando è mondo il mondo la sperimentazione si fa sugli animali. Oggi come oggi, seguire questa strada
significa mettere a rischio la vita della paziente. Inoltre la spesa non vale l'impresa: il trapianto è un intervento
difficile, rischioso e poco praticabile.
E' molto più semplice per la
donna donatrice che ha perso l'utero, mettere l'embrione in un utero di
un'altra donna. La cosiddetta "balia a termine". L'alternativa è fare del culturismo
clinico, una pura esercitazione tecnica».
Perché lei dice sì al trapianti del rene, del cuore o
del fegato e no a quello dell'utero?
«Perché i trapianti hanno un
senso quando in ballo c'è la sopravvivenza della persona. Quando hanno un obiettivo chiaro. E non è questo il caso. Questo lo dico anche dall'alto della mia
carica di presidente della Società italiana di medicina della
riproduzione. Non si può enfatizzare il
progresso dove non c'è: questa è semplicemente la chirurgia che mostra i
muscoli, un
astratto tecnicismo. Alcuni giornali hanno chiosato in modo superficiale sui progressi della scienza. Io, invece, sono d'accordo con il trapiantologo Ignazio Marino quando dice che si tratta di trapianto di un organo non salvavita e nemmeno determinante per la qualità di vita della persona sottoposta all'intervento. No, meglio percorrere altre strade».