![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 MARZO 2002 |
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FISICHELLA PARLA DEL SUO ULTIMO SAGGIO
L'incontro
con Domenico Fisichella, il vicepresidente del Senato espresso da Alleanza
Nazionale, si svolge nel suo studio di Palazzo Madama mentre dalla strada
giungono un po' attutite le urla di una delle tante manifestazioni romane
dell'inverno. Distinto, se pure smorzato, si sente, ritmato, l'epiteto:
"Fascisti!". Probabilmente, il bersaglio sono gli uomini di A.N., ora
al governo. Non si può tuttavia non notare come quell'insulto sia mille miglia
lontano da un uomo sobrio e pacato qual è Fisichella. Che è prima di tutto un
rigoroso studioso di Scienza della Politica (insegnamento di cui è titolare
alla Sapienza). Ed è poi un perfetto uomo delle istituzioni. Per rendersene
conto, è sufficiente leggere il libro sul Totalitarismo uscito da Carocci in
un'edizione completamente rivista (200 pagg., euro 11.49). O si può far
riferimento alle sue misurate parole della nostra intervista.
Professore,
secondo lei il totalitarismo è un retaggio del "secolo breve" o un
fenomeno ancora attuale?
La sua
"scoperta" risale al XX secolo, il che significa che, per precedenti
esperienze, non si può parlare di regimi totalitari. Ma oggi, se alcune condizioni
che avevano avuto come esito il totalitarismo sono scomparse, altre sussistono
ancora. Non è pertanto escluso che tentazioni totalitarie possano riemergere.
Per capire meglio la portata di questo rischio è necessario lo studio del
totalitarismo realizzato storicamente, ma anche l'analisi delle condizioni che
potrebbero favorirlo.
Si riferisce
al fondamentalismo del mondo globalizzato, e alla "guerra
postmoderna" iniziata l'11 settembre?
In certe
forme di aggressività di massa culminate nell'11 settembre restano elementi che
hanno analogie abbastanza inquietanti con il XX secolo. Un primo aspetto
consiste nel fatto che colpiscono in primo luogo bambini, donne, vecchi. Non
c'è più confronto fra eserciti, ma episodi che, se pure in piccolo, riproducono
la logica della guerra totale. Sono fenomeni di aggressività nei quali la
guerra psicologica e d'immagini è molto forte. E anche questo è un elemento
riscontrato nel XX secolo. Inoltre, sempre secondo me, è improprio parlare di
"guerra di religione": in realtà trasfigurano il dato religioso in
dato ideologico.
Il concetto
di totalitarismo, elaborato in prima istanza da Hannah Arendt, ha scardinato
i tradizionali concetti di destra e sinistra. Le affinità fra il regime
staliniano e nazista hanno suggerito un'assimilazione mai in precedenza
ipotizzata. Per lei, uomo di destra, questa assimilazione "assolve"
in qualche modo la sua parte politica?
Il
totalitarismo si rifà ad una visione rivoluzionaria della democrazia politica:
ipotizza una "rivoluzione permanente" che vuole scardinare alla
radice la società tradizionale. In questo senso l'esperienza totalitaria ben
difficilmente può essere iscritta nei canoni della destra, che storicamente
nasce in contrapposizione all'idea di rivoluzione. Culturalmente, poi, la
destra privilegia le riforme per evitare che le società trovino nella
rivoluzione il soddisfacimento di aspettative di cambiamento sociale. Poi va
considerato che anche quando si parla, con riferimento alla destra, di
"rivoluzione conservatrice" si fa riferimento ad un movimento che non
mira tanto a creare una "società nuova" ma a ripristinare le
condizioni per il funzionamento di una società bene ordinata secondo i più
classici parametri della tradizione.
C'è un
rapporto fra revisionismo e giudizio storico-critico sul fenomeno del
totalitarismo?
Non credo che il concetto di totalitarismo sia stato investito dal revisionismo. Nei confronti di questo io mi pongo in modo imparziale, cercando di eliminare dal mio giudizio ogni elemento di tipo ideologico. Io, nei miei studi, faccio lo scienziato, non il militante politico. Certo, anche come uomo di scienza possono sbagliare nei miei giudizi. Può perciò capitarmi di correggere, col tempo, certi miei errori, soprattutto se la letteratura scientifica mi offre nuovi dati o mi suggerisce nuove idee. Ma il mio punto di riferimento è sempre e comunque il modello scientifico. È perciò che cerco di essere quanto più possibile scevro dai giudizi di valore o dai sentimenti che possano far contrasto al pensiero critico.